Waldeinsamkeit

La sensazione di solitudine che si prova in un bosco, detta con una sola parola, Waldeinsamkeit appunto. Una sensazione che può essere l’idillio di fusione con la natura, separato dal brusio della folla umana, ma anche la minacciosa vertigine della soluzione, dell’Unheimlich, della foresta scura che per i tedeschi è tanto casa e rifugio quanto luogo della prova e contesto dell’abbandono, come sottolinea Elias Canetti nelle pagine di Massa e potere ai “simboli di massa presso i diversi popoli”.

wadleinsamkeit

In questa solitudine, insomma, si fa esperienza diretta della tensione tra l’umano e il naturale, della posizione dell’umano come altro dal naturale: l’io che si sente solo nella natura è separato dall’umanità in un luogo e in un tempo ben precisi e provvisori. In quanto umano, sono prevalentemente in relazione con altri umani, e la sospensione di questa relazione non cancella il dato fondativo di questa prevalenza: sento la solitudine in quanto condizione anomala, allo stesso modo in cui avverto una parte del corpo quando mi fa male o prova una sensazione diversa. Il bosco, il luogo atro delle fiabe, l’alterità al limiti e dello spazio abitato e coltivato, il selvaggio (letteralmente) prossimo e, allo stesso tempo, lo spazio dell’origine, il vuoto di umanità e pieno di quell’altro che si chiama natura, è la scena e la condizione di questa esperienza, ma lo è in senso solamente negativo: il Duden usa Abgeschedenheit, parola che indica solitudine ma che ha nell’etimo il senso di un essere separato da, letteralmente tagliato via, la solitudine come privazione.

Da questo punto di vista, è interessante un luogo di Dissipatio H. G. di Guido Morselli: il protagonista, che si trova ultimo uomo in un mondo nel quale l’umanità sembra improvvisamente scomparsa, per avere la prova che ciò sia davvero accaduto e che la scomparsa sia effettivamente totale, si arrampica su una cima alpina e, non avvertendo nulla di quella minacciosa vertigine dell’alterità della natura, non provando nessun sacro orrore di fronte al vuoto, capisce quanto sia totale e definitiva la scomparsa dell’uomo. Tutto ciò per dire che la natura non è data di per sé, non è qualcosa che, preesistendo all’uranio, abbia una sua consistenza autonoma. La natura è semplicemente l’altro posto in una relazione dialettica, un significante che indica una modificazione, radicale quanto si vuole, di ciò che attiene alla quotidiana esperienza dell’umanità, alla sua presenza ineludibile, al nesso costante in cui siamo avviati e che impedisce a ogni individuo di essere semplicemente solo, se non in termini negativi.

Il naturale è, in questo senso, una costruzione di senso, uno specchio che riflette, in negativo, l’immagine della folla umana: proprio perché il nostro orizzonte di vita è così affollato, l’esperienza della solitudine vi si pone come modificazione occasionale, come separazione transitoria, dove la natura è, semplicemente, il posto dove siamo fuori posto.

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