La liberalizzazione sessuale

Per millenni la civiltà occidentale, e non solo quella, si è dotata di un complesso normativo assai articolato il cui oggetto era la sessualità. Per seguire la lezione di Foucault, anzi, la sessualità esiste a partire da questo reticolo normativo, proprio come qualsiasi prassi sociale si struttura nella dinamica di poteri e resistenze, di pratiche normative con tutto l’apparato a loro dedicato e di ribellioni o dissidenze su varia scala. Insomma, il sesso è stato fin dall’inizio della storia al centro di un insieme di prescrizioni e divieti che, se pure faceva parte di un complesso di regole più ampio e tale da avvolgere ogni istanza della società – che, appunto, non sarebbe stata tale se non a partire da questa inscrizione e prescrizione eccetera – vi aveva una indubbia centralità.

meat and sex

Sembra che le cose stiano cambiando: mentre il complesso normativo non è certo meno ampio e preciso che in passato, mentre la presenza di istanze regolatrici è sempre più ineludibile, ciò che ha a che fare con il sesso viene sempre più sottratto, deregolamentato, instaurato in quel campo della deregolamentazione pubblica che si chiama privato. Privatizzazione è deregolamentazione, come recita il mantra della politica e dell’economia, ritrarsi del discorso pubblico e della rule of law da un territorio che è sottratto da queste interferenze (appunto, che ne è privato) e che resta consegnato, semmai, alle elementari dinamiche di potere che si creano al loro interno. Il principio corrente della liberalizzazione sessuale è che tutto ciò che avviene tra adulti consenzienti è lecito, e ci mancherebbe altro, vien da dire.

Solo che la norma sociale, per definizione, si instaura al di sopra del consenso delle parti e ne definisce le forme e i limiti. Basti pensare alla registrazione di un contratto, alla disciplina del lavoro o a tutte le forme di tutela (dell’ambiente, dei lavoratori, dei consumatori) che informano, per esempio, le interazioni economiche in un contesto diverso da quello auspicato dai più radicali fautori del liberismo economico, o si pensi a come funziona la tassazione: è difficile dire che tra venditore e acquirente siano sempre del tutto consenzienti al pagamento dell’IVA.

Per questo parlo di liberalizzazione e non di liberazione: perché quello che sta accadendo oggi alla sessualità ha a che vedere con la formazione di un campo di liceità totale sotto la sola condizione del consenso, e non certo con la messa in discussione della forma generale delle relazioni di potere. In questo senso, è assai significativo come questo processo di liberalizzazione avvenga in un contesto di forte normatività sul corpo, sotto il segno della salute e della forma fisica quando non della norma estetica, e come la liberalizzazione sessuale comporti una forte richiesta di normalizzazione.

Per quanto riguarda il primo aspetto, trovo assai interessante la forte attenzione che viene prestata agli stili di vita salutari, e soprattutto al cibo: la prescrizione medica di certi comportamenti, insieme alla valorizzazione etica, estetica e di costume di ciò che è “sano” rispetto a ciò che “fa male” equivale a un forte investimento normativo, che non ha forza di legge anche se apre sempre più a interventi legislativi vincolanti, come quelli che riguardano il tabacco o l’alcol, con tanto di zone di interdizione al consumo, in continua espansione. La tutela della salute procede insomma con gli stessi metodi con cui procedeva in passato la tutela della morale: argomenti autorevoli provenienti da una fonte pienamente legittima, persuasione, vincoli e divieti che lasciano comunque una valvola di sfogo. In altre parole, l’autorità scientifica e medica è divenuta il custode dei comportamenti quotidiani e il decisori ultimativo di ciò che è giusto o sbagliato, ruoli che in passato spettavano all’autorità religiosa.

Intendiamoci, sono certo che si tratti di un notevole progresso, e sono un forte sostenitore del metodo scientifico e di ogni forma di secolarizzazione, laicizzazione e persino dissociazione. Ciò non toglie, però, che il crisma della normatività si ripeta pari pari, e francamente non mi pare una gran cosa. Nella fattispecie, e per non sembrare che sia troppo divagando, il punto interessante per me è che il sesso non fa male, e perciò tana libera tutti: no alla carne rossa, al bando i superalcolici, sigarette nemmeno parlarne, meno male che almeno si può trombare. Insomma, un completo ribaltamento rispetto a quanto avveniva con la normatività precedente, abbastanza lasca un po’ su tutto ciò che non fosse sessuale.

I comportamenti sessali, e qui arriviamo al secondo punto, insomma sono normalizzati, se non altro perché indifferenti alle logiche prescrittive della medicina. Perciò avviene un processo di mainstreaming per comportamenti e soggetti dapprima emarginati: processo che, di fatto, permette a questi soggetti e comportamenti di “essere come gli altri”. In fondo, la questione dei matrimoni monosessuali sta tutta qui: nell’accessibilità di una serie di forme di legittimazione e riconoscimento a chi prima ne era escluso, senza modificare in alcun modo queste forme. Così, per esempio, la coppia monogama di lunga durata viene vista come l’investimento migliore, in termini affettivi, finanziari e sociali, e poco importa la forma dei genitali dei suoi membri (pun intended): quello che avviene all’interno della coppia è, appunto, privato, e la sfera pubblica adotta un’indifferente acquiescenza.

Non a caso, la mentalità religiosa e i suoi sempre più grotteschi sostenitori oggi hanno ingaggiato battaglia sui comportamenti sessuali e sulla loro accettabilità. Il fatto che debbano negare che si tratti di discriminazioni sessuali la dice lunga su quanto la loro posizione sia di retroguardia, ma proprio per questo, una volta messo da parte questo ciarpame, sarebbe interessante provare davvero a ragionare su norme e normalizzazione, e sulla differenza tra libertà e liberalizzazione.

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