Vojna i mir

Siamo in guerra. Bella scoperta, si direbbe. Se guerra è, la si combatta e, visto che in questo caso non è poi tanto difficile, la si vinca anche: a prenderla sul serio, e a fare quello che va fatto, il pezzo di terra occupato dal Daesh tra Siria e Iraq potrebbe essere liberato in poco tempo, con un paio di brigate corazzate e un consistente appoggio di aviazione, artiglieria ed elicotteri, insieme a quello che gli alleati curdi potrebbero fornire quanto a fanteria, magari opportunamente equipaggiati. Se la questione non è particolarmente complicata dal punto di vista militare, e in fondo nemmeno da quello politico, specie ora che la Russia è felicemente della partita, la faccenda si fa più complicata se ci si chiede che cosa sia la guerra, in rapporto allo stato di pace in cui siamo abituati a trovarci, almeno noi europei.

La guerra, infatti, è una possibilità concreta delle relazioni internazionali. Pare brutto dirlo, ma ci si dovrebbe fare i conti senza troppi drammi, o almeno senza troppo stupirsi: noi europei siamo stati profondamente segnati dalle due guerre mondiali e dalle devastazioni gigantesche che ne sono derivate, eppure guerre di questo tipo sono tanto rare nella storia occidentale quanto lo sono i periodi di pace estremamente prolungati come quello che è seguito alla fine del secondo eccidio mondiale. La guerra ha una sua logica: seguendo il pensiero di Clausewitz, se è vero che essa è essenzialmente uno strumento della politica, si tratta di uno strumento indocile, che tende a imporre le sue dinamiche e che, in particolare, ha la tendenza a crescere in modo assoluto. Lo sforzo bellico, in altre parole, costringe i contendenti a superarsi continuamente, destinando sempre maggiori risorse e accettando sempre maggiori perdite. Questa tendenza verso la guerra totale viene contrastata, nella conduzione del conflitto, da una serie di fattori, tra i quali la razionalità dei contendenti, che capiscono quando il costo delle azioni necessarie per evitare la sconfitta supera quello della sconfitta stessa.

Si determina così una linea di progressione continua, che va dalle guerre di gabinetto, tipiche dell’Ancien Regime, alla guerra totale, che Clausewitz esemplifica con le campagne napoleoniche ma che a noi fa venire in mente conflitti ben maggiori. Ora, dovrebbe essere chiaro che le guerre di oggi, definitivamente chiuso l’orizzonte del conflitto mondiale termonucleare, appartengono al primo tipo: si tratta di estromettere regimi inaccettabili, di appoggiare fazioni amiche, di correggere gli equilibri di potere in regioni chiave o di modellare le reti di distribuzione delle risorse, con azioni militari limitate e lontane. Nemmeno gli attacchi terroristici, per quanto devastanti possano essere, possono essere paragonati alle guerre su vasta scala che tornano in mente a noi europei. Tanto per mettere le cose in prospettiva, si pensi che la Francia ha avuto circa 600mila morti nel corso della Seconda guerra mondiale: una media di 278 al giorno per tutti i sei anni di durata della guerra, dall’invasione della Polonia alla resa del Giappone: quasi il doppio delle vittime degli attentati del13 novembre, ed è la media giornaliera per un Paese che ha subito perdite enormemente inferiori rispetto ai 27 milioni dell’Unione sovietica, ai 20 della Cina, ai 7 della Germania o ai tre milioni e mezzo di giapponesi.

Tutto questo per dire che dovremmo avere la capacità di mettere le cose un po’ più in prospettiva, e renderci conto che il problema della guerra non è che è devastante e micidiale: il più delle volte, le sue devastazioni possono essere contenute su una scala (cinicamente quanto si vuole, ma nondimeno) accettabile. Il problema è che fare la guerra è difficile, se non altro perché bisogna condurla con mano ferma, attenti a che la portata dei mezzi non travalichi il valore dei fini: certo, se poi i fini non sono chiari, se si bombarda per reazione e non si sa cosa si vuole, non è facile capire come ottenerlo, e ancor meno capire quali strumenti sono accettabili e quali no.

 

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