Umanità

I have ever hated all nations, professions, and communities, and all my love is toward individuals: for instance, I hate the tribe of lawyers, but I love Counsellor Such-a-one, and Judge Such-a-one: so with physicians (I will not speak of my own trade) soldiers, English, Scotch, French, and the rest. But principally I hate and detest that animal called man, although I heartily love John, Peter, Thomas, and so forth. This is the system upon which I have governed myself many years (but do not tell) and I shall go on till I have done with them.

misanthropy

A dirlo è Jonathan Swift in una lettera a Pope (29 settembre 1725), e mi pare che quest’annotazione sia un buon compendio della sua visione del mondo, che unisce l’insofferenza per le idee generali al rifiuto dei grandi progetti politici e sociali, fino a un radicale scetticismo nella scienza e nella ragione come mezzi per arrivare a delle verità generali. A queste condizioni, quello che resta è un solido buon senso da gentiluomo di campagna, una certa bonomia da curato che sa un po’ di cose di mondo, e finisce lì. L’importante è frequentarsi tra persone per bene, che si comportano come si deve. Una parafrasi un po’ più rozza ma molto più esplicita può suonare così:

Who is society? There is no such thing! There are individual men and women and there are families and no government can do anything except through people and people look to themselves first.

La fonte, in questo caso, è Margaret Thatcher, in un’intervista a Woman’s Own, pubblicata il 31 ottobre 1987. Questo approccio minimalista all’etica e alla politica, intesa come il tentativo di agire collettivamente secondo dei fini, è infatti tipico del pensiero conservatore: le cose vanno in un certo modo e non è possibile cambiarle più di tanto, il legno storto non si può raddrizzare, coltiviamo il nostro giardino e via così. Certo, i progetti di riforma generale dell’umanità possono suscitare molte, e motivate, perplessità, così come una generica fede nell’umanità in astratto esce spesso scornata dalla realtà espressa dai singoli individui, che il più delle volte offrono esempi ben scarsi di umanità o di razionalità.

Posta così, l’alternativa sembra giocarsi tra un rassegnato minimalismo conservatore e le grandi aspirazioni, idealiste e potenzialmente totalitarie, di un umanesimo sempre incline a forzare la realtà per adattarla ai suoi begli stampi, e che al massimo si possa cercare il giusto mezzo tra questi estremi. Come sempre, quando appare il giusto mezzo ci si trova di fronte a una cattiva dialettica, in cui i due poli sono rispettivamente un gretto realismo e un astratto idealismo: in questi casi, probabilmente, è meglio reimpostare radicalmente i termini della questione.

Quello che i due atteggiamenti hanno in comune è la concezione dell’umanità come ideale astratto, ipostasi pura di un genere che si pone al di fuori dell’esistenza degli individui; ed è proprio qui che ci sarebbe da fare qualche distinzione. L’ideale, infatti, non è altro che il risultato della prassi che lo forma, proprio come la conseguenza di un sillogismo è contenuta nelle sue premesse: se per modus ponens possiamo riferirci senz’altro alla conseguenza, ciò non toglie che il suo fondamento siano le premesse. Tutto questo per dire che la posizione di un termine ideale non deriva da una pura intuizione astratta, ma da un processo di elaborazione e isolamento che, partendo da quanto si incontra, identifica delle specificità e dei caratteri, per tipizzarli e metterli in relazione. Che a questo processo derivi la postulazione di un fine trascendentale, più o meno asintotico, o la riconduzione del caso particolare a una legalità universale che, proprio per la viva presenza del particolare al suo centro, resta concreta, in questo momento non è decisivo.

Conta poco, insomma, se si sia kantiani, hegeliani o magari weberiani; basta tenersi lontani da quella caricatura del platonismo che è l’idealismo volgare, la contrapposizione astratta di universale ideale e singolare concreto. Anche perché, a ben vedere, in questo modo resta poco di concreto anche nel singolare, dal momento che non si dà alcun singolo se non in relazione ad altri, e che questa relazione avviene sulla base di un terreno comune il quale, facendo da terzo sempre, in qualche modo, trascendentale, è quell’universale che ritorna proprio quando sembrava definitivamente scacciato.

Ma torniamo al punto, per dire che l’animale uomo, quella generalizzazione suprema che Swift afferma di detestare, altro non è se non ciò che accomuna e rende possibile la molteplicità dei John, dei Tom, dei Jack e di tutti gli altri amichetti del signor Presto: è quella comunità del linguaggio senza la quale non sarebbe possibile alcuna pratica umana. L’umanità in generale è quella che ci permette di riconoscere la voce che ci parla nell’Antigone e nella Montagna magica, di pensare in modo razionale e di vivere in un mondo addomesticato dalla tecnica: la nostra stessa fame è umana, se è vero, come diceva Marx, che “la fame che si soddisfa con carne cotta, mangiata con coltello e forchetta è diversa da quella che si soddisfa divorando carne cruda con le mani, le unghie e i denti” (Grundrisse, I, 15), se è vero, insomma, che anche quando ci sfamiamo lo facciamo secondo modalità formate culturalmente, e quindi essenzialmente umane. In altre parole, questa umanità generale sostanzia ogni nostra prassi quotidiana: siamo umani in quanto siamo in continuo rapporto con l’umano che noi stessi siamo e che non appartiene in modo esclusivo a questo o a quello.

Insomma, è questa umanità che ci forma e alla cui universalità si misura il nostro agire, qui e ora. Siamo irriduciblmente, realmente ed effettivamente umani, anche tutte le volte che John, Peter, Thomas e magari anche i loro odiosissimi mocciosi ci scassano la minchia.

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