Dove osano le galline

Gli alfieri della tradizione hanno bisogno di identità: non riuscendo a comprendere il mondo in modo razionale, raccogliendo informazioni pertinenti e interpretandole in modo conseguente, pretendono che esso si adatti ai loro scarsi mezzi. Per dare sostanza ad argomenti evidentemente deboli quanto obsoleti, adottano una tecnica abbastanza rozza da essere alla loro portata: asseriscono di essere minacciati e, di conseguenza, si atteggiano a individui coraggiosi, che difendono le loro idee, o qualcosa del genere.

tradition

La logica del tradizionalista è evidentemente fallace: a sostegno delle sue tesi, porta la loro pretesa validità passata, e oltretutto invece di dimostrarla la dà per scontata, senza domandarsi se sia mai stata valida di per sé o se, semplicemente, abbia dominato per ragioni di opportunità. Un esempio assai facile di questo atteggiamento è la posizione assunta da tali signori rispetto alla parità di diritti indipendentemente dall’orientamento di genere: dal momento che la famiglia tradizionale è sempre stata in un certo modo (sempre? come se lo statuto della famiglia non si fosse trasformato in continuazione, dal pleistocene in poi), allora deve essere così anche la famiglia di oggi, senza chiedersi se davvero questa soluzione soddisfacesse i bisogni reali dei suoi membri, o se la forma corrispondesse alla sua sostanza, la norma alla sua prassi. Soprattutto, senza darsi il disturbo di chiedersi se questa specifica soluzione sia efficace anche in una situazione manifestamente diversa.

Il problema del tradizionalista è che deve combattere su due fronti: da un lato, contro il secolarismo, il progressismo e tutto ciò che nega legittimità all’appello alla tradizione per ragioni di metodo prima ancora che di merito; dall’altra, contro i portatori di altre tradizioni, non meno arbitrarie della sua e altrettanto agguerrite. Il problema della tradizione, infatti, è che, non avendo altra pezza d’appoggio che quella di essere esattamente così com’è, funziona solo se viene tenuta tutta insieme: essa è sempre cattolica, nel senso proprio di καϑ΄όλον, formata come un tutto in cui ogni parte ha senso soltanto nella misura in cui partecipi di questa totalità.

Allo stesso tempo, e ciò ovviamente non ne inficia in nulla le pretese, la tradizione è sempre il frutto di un’invenzione: ci si riferisce ad essa come a una serie di comportamenti, opinioni e credenze codificati che devono comunque servire qui e ora pur essendo reperiti nella forma della memoria. Dal momento che questa tradizione viene evocata, se non creata, a partire da un bisogno specifico, i suoi contenuti sono modelli prescrittivi, che hanno valore soltanto in questa forma schematica e astratta, del tutto separata dai rapporti concreti che li hanno prodotti. Per dirne una, la famiglia monogamica eterosessuale è una soluzione adatta a un mondo definito da rapporti sociali statici, in cui il matrimonio valeva essenzialmente come sistemazione patrimoniale lungo l’asse ereditario, e l’elevata mortalità infantile rendeva necessaria una certa prolificità. I notevoli cambiamenti intercorsi nell’assetto sociale, nelle dinamiche economiche e nelle rappresentazioni culturali possono benissimo mettere in questione la centralità di questa situazione: rifarsi alla tradizione significa, qui come in ogni altro caso analogo, separare la forma codificata dai fattori che l’hanno determinata, e farla valere con tanta più cogenza quanto più è astratta.

La tradizione è così un costrutto arbitrario, la cui arbitrarietà, scoraggiando l’analisi, lo rafforza: è più rapido e definitivo dire sono così che penso così. Il rovescio è che, dal momento che il ricorso alla tradizione mobilita integralmente, e spesso integralisticamente, chi lo attua, bisogna che in questo io sono così ci siano tutti quanti gli elementi identificati come costitutivi della tradizione. In altre parole, anche se la tradizione è inventata e se si scelgono sempre e soltanto gli elementi che fanno comodo, una volta formata essa resta vincolante.

Così, per esempio, il richiamo alle cosiddette radici cristiane in chiave anti-immigrazione porta ad assumere delle posizioni altrettanto “cristiane” sui temi dei diritti civili e su quelli bioetici, senza che vi sia alcun collegamento oggettivo tra le questioni. Certo, il tradizionalista, assumendosi un pacchetto di idee preconfezionate, si risparmia la fatica di pensare al merito delle diverse questioni prima di assumere una posizione, ma resta bloccato sulle posizioni assunte all’inizio, con il risultato di tagliarlo fuori dalle evoluzioni della società e del costume.

L’unico rimedio è quello di inventarsi una nuova tradizione, che a questo punto non può che contrapporsi a quella precedente. Si assiste così al paradosso di una tradizione sempre rinnovata, che quanto più si rinnova tanto più pretende di essere radicata. Si tratta ovviamente di mezzucci, con cui l’assenza di argomenti cerca di nascondersi dietro ad asserzioni che pretendono di valere esclusivamente perché si riconducono a una pretesa identitaria. Il bello è che, come ulteriore, povero artificio retorico, i tradizionalisti assumono la posa di coraggiosi, di coloro che lottano contro l’emarginazione a cui sono costretti non si sa bene da chi, e che hanno il fegato di rivendicare a piena voce le loro tautologie. Dove osano le galline.

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