Alfabeti e tabelline

L’emancipazione ha diverse declinazioni possibili. Una è quella, chiamiamola così, universalista: rivendico un diritto che a me è negato in nome della sua universalità, e della mia appartenenza a quel contesto universale a cui mi riconduco, e che vedo come l’orizzonte di un continuo processo emancipativo. Dall’altra parte, i diritto possono essere rivendicati in modo particolaristico: a me spetta questo diritto in forza di uno specifico che mi distingue, e che comunque non si estende a tutti. Questa rivendicazione di specificità non implica necessariamente che l’esercizio delle proprie prerogative vada a detrimento di qualcun altro: semplicemente, la si vede come una faccenda propria, che si declina nella forma della narrazione identitaria, e persino personale, più che in quella della fondazione giuridica universale.

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Ciò non significa che le rivendicazioni di diritti di stampo particolaristico siano di per sé oppressive, o almeno indifferenti, verso altri. Più semplicemente, significa che ogni rivendicazione nasce dauna particolarità, da un desiderio che è urgenza personale, e che il processo di emancipazione avviene nella forma della promozione di empatia. Da questo punto di vista, la questione dei diritti civili per le coppie monosessuali è esemplare.

La faccenda è di una semplicità lampante: in un contesto nel quale il modo in cui fa sesso tra adulti consenzienti non è più passibile di interdetti o censure, non esiste alcun motivo logico per cui l’accesso ad alcuni diritti civili debba essere legato, e tanto meno limitato, dalla forma dei genitali che si preferiscono. Ancor più nel caso del matrimonio, che oggi è un istituto assai vario, e tendenzialmente affiancato, o affiancabile, da altre forme che possono, o potrebbero, benissimo essere sancite dall’ordinamento giuridico. Dato che il matrimonio è essenzialmente civile (che si facciano cerimonie religiose conta relativamente, in gran parte dei casi), e che la riproduzione avviene sempre più in forme variamente legittime che non passano per il sacro vincolo, si tratta in fondo di una questione marginale, facilmente risolvibile non appena se ne affermi l’urgenza.

Essa diventa decisiva, e fondamentale, quando la si legge nell’ottica del rapporto tra il quadro giuridico e la realtà sociale, tra le norme e i bisogni: quanto più le norme si irrigidiscono nella ripetizione di se stesse, quanto meno sono capaci di rispondere ai mutamenti sociali, tanto meno libera è la società in cui si vive. Per queste ragioni, il matrimonio monosessuale, così come le diverse varianti del sistema delle unioni civili, e la possibilità di unioni di gruppo, sono tanto ovvie quanto a legittimità, quanto significative nel ribadire che i diritti civili non sono un dato costante ma un sistema in continua espansione, che segue l’evolversi dei bisogni della società e dei suoi membri.

A me pare che la lotta per il riconoscimento dei diritti civili per le coppie monosessuali segua, in molti casi se non in prevalenza, un’altra modalità: da una parte si rivendica la fondatezza di questi diritti in nome dell’equivalenza degli affetti, dall’altra si articola una serie sempre più articolata di affermazioni identitarie, fino a produrre tutto un alfabeto di sigle identificative. Quanto al primo aspetto, il punto è che i diritti non possono fondarsi su una mozione agli affetti, ma soltanto sulla considerazione razionale della loro struttura, in altre parole sulla loro universalità e sulla loro compatibilità con gli altri diritti e con quelli degli altri soggetti. Per dirla in modo più chiaro, a me la Nutella non piace per nulla, ma il fatto che non mi piaccia non significa che altri non abbiano il diritto di mangiarsene quanto loro aggrada, e per converso non è il fatto che a costoro piaccia tanto a legittimare questo diritto, quanto (a) il principio universale della piena legittimità delle aspirazioni individuali e (b) la totale compatibilità dei diritti degli appassionati di Nutella e di coloro che non l’apprezzano.

Quanto al secondo, non è moltiplicando le specificità che si afferma un universale: se è vero che l’universale è il suo concreto particolarizzarsi, esso   non consiste nella somma di queste loro particolarizzazioni ma nella loro necessità razionale. Così, la continua aggiunta di iniziali all’originario acronimo GLBT, così come la proliferazione di subculture di riferimento, non fa altro che sommare distinzioni, il che è l’esatto opposto che costruire unità. Si può dire che ognuno ha diritto a formare, affermare e vivere la propria identità come meglio crede, e ci mancherebbe altro; ma il punto è che, quando queste identità vengono affermate e ribadite, in qualche modo viene coinvolto anche chi ne sta al di fuori. Se si tratta di affermarne la legittimità e difendere chi vi si riconosce da discriminazioni, bene: è del tutto ovvio che chi ha, poniamo, un’identità queer ha tutto il diritto di viverla in modo pieno e completo, senza subire discriminazioni, esattamente come i vegetariani, i metallari o i filatelici. Da ciò, ovviamente, non derivano diritti speciali, e dunque non è sulla base di tali identità che si può fondare l’accesso a qualsivoglia diritto.

Senza contare che l’alfabeto si fa tabellina: se questo proliferare di sigle serve a raccogliere la molteplicità dei vissuti che vi fanno riferimento, il risultato è che si cerca di incasellare ciò che si è appena proclamato fluido, facendo di una fotografia, peraltro non delle migliori, l’equivalente di una scena in movimento. Per questo la smania alfabetica è perennemente a rischio di superfetazione, fino a rischiara il paradosso borgesiano dei cartografi imperiali che, per realizzare una mappa davvero puntuale dell’impero ne avevano realizzata una grande quanto l’impero stesso, salvo poi doverla rifare continuamente, per tenere traccia di ogni mutamento. O forse l’avevano detto ancora meglio i Monty Python:

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