Dna e destino

Che l’umano abbia ansia di determinismo è cosa nota: che si preferisca la certezza di un destino prestabilito e magari conoscibile allo spaesamento del libero arbitrio è spiegabile come un riflesso condizionato dell’evoluzione, o come il sopravvivere di una morale da schiavi, secondo il detto nietzscheano, il che è poi la stessa cosa.

predestination

Si tratta di un atteggiamento di fondo che orienta diversi percorsi cognitivi, più o meno articolati ed efficaci e che, precedendoli, non è riducibile a essi. L’importante è che questi percorsi generino conferme della tesi prestabilita, e cioè che la nostra condizione, le nostre capacità e attitudini, persino i nostri gusti, in una parola: la nostra vita, rientrino in uno schema predefinito e il più possibile meccanicistico, che vi sia insomma un codice da interpretare nel quale vi siano tutte le risposte, o per lo meno quelle essenziali.

Come dicevo, importa poco quali modalità assuma questo codice, quello che conta è che sia, per l’appunto, un codice: in questo senso, quando una specifica teoria sul reale viene elaborata secondo una metafora guida linguistica o, più ancora, testuale, è probabile che ci si trovi dinnanzi a uno scenario interpretativo in cui esiste un lettore, in possesso degli strumenti per decifrare questo testo, che in esso trova non solo le risposte, ma anche il proprio posto. De te fabula narratur, e che il futuro sia scritto nelle stelle, nei decreti divini o nei geni poco importa, l’importante è che esso sia, per l’appunto, scritto.

Mi pare che, in questa prospettiva, sia particolarmente significativa anche la comunicazione giornalistica delle scoperte scientifiche, e in particolare della genetica: non credo che sia solo questione di sciatteria, sensazionalismo e scarsa competenza se ogni ricerca viene comunicata come la spiegazione definitiva del meccanismo rigorosamente deterministico che orienta ogni minuzia della nostra esistenza, dalle patologie a cui siamo esposti all’orientamento sessuale, dalla forma fisica ai gusti alimentari, dalle tendenze psichiche alle forme affettive. Insomma, quando si legge che “è stato scoperto il gene dell’attrazione per i tacchi a spillo”, o quando escono teorie che spiegano “il meccanismo evolutivo alla base del piacere per l’alcol”, non ci si trova soltanto di fronte alla sciatteria dei media o alla presunzione di istituti di ricerca che devono giustificare le proprie richieste di fondi, ma, più in profondità, si manifesta una tendenza fondamentale della psiche umana, quella di ridurre la complessità del reale a una causa nominabile, e magari anche controllabile.

Se questa aspirazione alla semplificazione della catena causale, in fondo estetica quanto epistemologica, è alla base della razionalità e della formalizzazione del pensiero, se è ad essa e alle sue forme funzionali, come il modus ponens, che si deve la fondazione della scienza, va detto che, senza una continua dialettica della complessità, capace di mettere a confronto le spiegazioni univoche con la molteplicità dei fattori e delle relazioni concrete, è facile cadere nel dogma e nella superstizione. Il punto che qui vorrei sottolineare, però, non è solo questo aspetto metodologico, quanto la prospettiva in cui si pone una comprensione del mondo che si dia sotto la specie della predeterminazione, ossia della definizione di cause note e determinanti date a monte dei fatti.

Quello che mi preme è che si tratta di una prospettiva propriamente metafisica, nel senso che la modalità con cui viene sviluppata la teoria si fonda su dei presupposti che investono la struttura ontologica della sostanza. Per dirla in italiano, la visione del mondo come predeterminato attribuisce alla struttura del mondo stesso delle caratteristiche di linearità, invarianza e isotopia che non sono affatto date, ma soltanto postulate; per dirla con un esempio, se si definisce l’orientamento sessuale come conseguenza di una disposizione genetica, si presuppone una causalità diretta e costante tra gene e comportamento, che non è dimostrabile e nemmeno riscontrabile per via osservativa, ma che si può soltanto presupporre.

Oltre a portare allo scoperto il vizio di ricorsività argomentativa che sta alla base di questo modo di vedere le cose, la questione è interessante anche per un altro aspetto, anzi, soprattutto per questo: se l’esistente è organizzato in modo che a partire da un insieme piccolo e omogeneo di cause si produce, necessariamente o quasi, un sistema di effetti altrettanto omogeneo anche se molto più vasto, in modo da rendere appunto possibile la predeterminazione e accessibile la sua struttura, allora queste caratteristiche ontologiche sono permanenti e universali, proprio in quanto attengono alla struttura stessa della razionalità che le porta alla luce.

A questa permanenza fa riscontro una rigida gerarchia: dal momento che la partita è, almeno in parte significativa, decisa prima ancora di iniziare, allora i fattori determinanti iniziali dominano sulle interazioni che possono svilupparsi in seguito. Scendendo dalle sfere iperuranie, ciò significa che i fattori radicati all’interno della struttura esistente e dei rapporti sociali dominanti hanno maggior peso di quelli derivanti dalle azioni dei soggetti, dai loro bisogni e volontà. Ne deriva un orientamento stabilmente conservativo, che trasforma il sapere, in quanto sapere delle cause predeterminanti, in una fucina di profezie da sfruttare in modo opportunistico, per ricavare la posizione migliore in un contesto le cui linee generali sono già ampiamente definite.

Il problema, allora, non sta tanto nella prima dialettica del sapere, quella che si gioca tra l’universale astratto dei principi generali e la ribollente molteplicità dei singoli fatti, quanto nella seconda, tra la comprensione dell’oggetto del sapere e la prassi che lo trasforma. Il sapere che rimanda alla predestinazione, alla predeterminazione o comunque la si voglia chiamare, per definizione è completamente assorbito dal primo lato, quasi esaurito in esso. Il sapere diventa così un accessorio del potere, inteso come il potere che già c’è, e finisce per mutuarne forme e obiettivi. La visione del mondo come sistema statico e gerarchico sfocia nella celebrazione di questa gerarchia, e le stesse forme del sapere si adattano al suo gergo.

La teoria dell’evoluzione, da prospettiva dinamica e diacronica la cui dirompenza stava proprio in questa dimensione temporale – verrebbe da dire storica – che frantumava la staticità della tassonomia, è divenuta, insieme alla genetica, una scialba rappresentazione della concorrenza nel libero mercato, in cui tutto il gioco è una rat race per arrivare primi in una gara dalle regole immutabili. Tutto evolve per raggiungere la migliore performance in un gioco che si ripete da sempre: le strategie riproduttive, le reazioni emotive, le preferenze alimentari, stando a questa vulgata, sarebbero codificate nei geni che deciderebbero del destino dei singoli, e la compatibilità di tutte queste caratteristiche con un contesto esterno, del tutto trascendente rispetto a questi singoli, ne decreterebbe la sopravvivenza. Un universo totalitario, ma con un totalitarsimoda contabile anzi, peggio, da manager.

 

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