Permanenze transitorie

Il francese nella sua limitatezza e poca pretesa e con la sua vanità aderisce molto più facilmente a un tutto uniforme, è più docile agli scopi del governo e quindi uno strumento politico molto migliore del tedesco con la sconfinatezza del suo spirito, la molteplicità e l’originalità degli individui, la tendenza al ragionamento, l’aspirazione continua a un fine superiore, da lui stesso posto.

identità nazionale

A dirlo è Carl von Clausewitz, in un suo scritto del 1807 intitolato Die Deutschen und die Franzosen, elaborato alla fine del suo soggiorno coatto in Francia dopo la sconfitta prussiana nella campagna del 1805-1806. Questo testo, nel quale si faceva il punto sui presunti caratteri nazionali, si inseriva nel dibattito apertosi in Prussia dopo le dure sconfitte di Jena e di Auerstedt, e che aveva portato a un generale riassetto del sistema politico e dell’organizzazione militare, con i notevoli risultati che la storia successiva ha ampiamente assestato.

Quello che mi interessa in questo caso non è però la ricostruzione del contesto storico e delle interessanti riflessioni dei riformatori prussiani, quanto prendere queste righe di Clausewitz come spunto per ragionare sulla questione dei cosiddetti caratteri nazionali, su quelle peculiarità dei diversi popoli che ne detterebbero il modo di vivere e la storia. Vorrei partire dalla patina di ironia che la storia ha steso su queste righe: che il carattere nazionale francese sia più propenso all’unità e all’obbedienza di quello tedesco, alla luce di quello che è successo tra la seconda metà del Diciannovesimo secolo e la prima del Ventesimo, è evidentemente falso, e in patente contraddizione con quello che asseriscono gli stereotipi nazionali attuali. Il fatto che questi stereotipi siano il risultato anche del lavoro di chi ha scritto le righe in questione, ovviamente non può che accentuare l’ironia della situazione.

Ironie a parte, il dato che emerge è che i caratteri delle nazionalità variano nella storia e ne seguono gli sviluppi. Questo perché i caratteri nazionali sono la stessa cosa che le nazionalità: narrazioni a posteriori che dovrebbero costruire retoricamente un apriori a cui richiamarsi. Eppure dovrebbe essere chiaro, a tener presenti i dati e i fatti, per come si possono conoscere, che non solo non esistono nazioni al di fuori dei fattori storici che le formano, ma anche che esse sono in continua trasformazione, anche se a velocità variabili: basti pensare che il più forte fattore di coesione nazionale è la lingua. Le tradizioni sono continuamente reinventate, o per lo meno ridefinite, sotto la spinta di quello che accade e dei diversi valori che si rendono necessari: senza la catastrofe del nazismo e della seconda guerra mondiale non sarebbe stata pensabile una costituzione tedesca che iniziasse con le parole die Würde des Menschen ist unantastbar. Sie zu achten und zu schützen ist Verpflichtung aller staatlichen Gewalt (la dignità umana è inviolabile. Realizzarla e proteggerla è la missione di ogni potere statale).

Così, se dovessi descrivere che cosa sia una nazione, direi che è una raccolta di soggetti reali esistenti in un dato continuum, a partire da una serie di aspirazioni ufficialmente condivise e da una collezione di tratti identificativi di natura culturale e comportamentale, isolati e definiti attraverso un processo di selezione. Se è vero che questa raccolta ambisce a essere durevole, è altrettanto vero che nella realtà della sua durata ne mutano le condizioni, le forme e gli stessi soggetti partecipanti. Il carattere nazionale, così, diviene un tratto di coerenza, una storia che ci si racconta, una giustificazione e un punto di appoggio; le sue caratteristiche rimangono finché restano i fattori che le producono.

Se, per esempio, è vero che l’Italia di oggi presenta potenti analogie con quella descritta da Guicciardini, è altrettanto vero che proprio Guicciardini parlava di una realtà in potente trasformazione, e individuava tanto i fattori reali che ne producevano il famigerato particolarismo, quanto le conseguenze di questo tratto, e da queste i nuovi fattori che lo avrebbero esasperato. L’Italia di oggi è simile a quella guicciardiniana proprio perché è da allora che essa è stata spinta alla periferia delle grandi trasformazioni economiche e sociali europee, fino a subirle più che agirle, e non è un caso che tutti i tentativi di riportare l’Italia al centro della scena europea, di qualsiasi segno e di qualsiasi credibilità (da Machiavelli a Renzi passando per tante altre cose che ci sono state in mezzo, Mascellone compreso), abbiano anche cercato di modificare, nel carattere nazionale, proprio i tratti maggiormente “guicciardiniani”.

Il problema di tutti questi tentativi è che hanno commesso il classico errore della metafisica, quello di contrapporre la supposta permanenza della sostanza alla transitorietà degli attributi o, per dirla in modo chiaro, la stabilità della nazione alla variabilità del suo carattere, senza rendersi conto che la prima non ha nessun eccesso di realtà rispetto al secondo. Per questo, nella becera equazione di salumi crocifisso e bandiera con l’Italia c’è una verità: non esiste Italia fuori dai tratti che la identificano, e se per altri l’Italia viene identificata da altri tratti, se, poniamo, si è amanti dei salumi, ostili al crocifisso e indifferenti alla bandiera, vuol dire che in realtà si è cittadini di un’altra nazione, il che non è poi così male.

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