L’emergenza quotidiana

Vivere a Roma, e più in generale in Italia, ha diverse peculiarità. Non si può dire che brilli l’offerta di divertimento, che si sia all’avanguardia o almeno al passo con i tempi, che vi siano chissà che brividi di novità o anche soltanto di eccitazione; semmai, la sensazione più diffusa è il deja vu, e l’atteggiamento prevalente, la noia leggermente infastidita di chi ha visto molto più di quanto ci sia ancora da vedere. Per fortuna, in questa triste città, nel mezzo di un ancor più triste paese, è stato inventato un rimedio al grigiore quotidiano: l’emergenza.

emergency

Il rito dell’emergenza è la  prassi unificante della nazione, il suo atto topico: i media, la politica, il pubblico e il mercato, in perfetta armonia, si allarmano, si indignano e si mobilitano, per esprimere solidarietà e condanna, secondo quanto spetta. Tutto questo, naturalmente, per pochi giorni, giusto fino all’emergere di una nuova emergenza che sommerga la precedente. Ma attenzione, ciò non avviene per quella sindrome da iperattività e deficit di attenzione che caratterizza l’agire pubblico e privato del mondo in cui viviamo: fa parte della natura stessa dell’emergenza, che è un fortissimo improvviso, un’emozione soverchiante, una pienezza momentanea che ha nella transitorietà la sua ebbrezza.

Non è quindi frivolezza da parte degli italiani l’incapacità di dedicarsi al lavoro di lunga lena necessario a risolvere i problemi di struttura o, più lunga ancora, a prevenirli prima che diventino problemi: è l’amore per il dispositivo scenico, per la crisi che coinvolge tutti, tanto da poterne, anzi doverne, parlare con i colleghi d’ufficio, con i parenti e i compagni di traversata sui mezzi pubblici o di fila alle poste. Gli italiani hanno bisogno dell’emergenza come argomento di conversazione: perché l’emergenza coinvolge tutti, si appella a tutti e richiede a tutti di avere un’opinione, da esprimere ad alta voce.

I problemi che non sono emergenze sono tipicamente una faccenda da esperti e da specialisti, richiedono di essere informati e capaci di analisi e di ipotesi, richiedono lavoro e dedizione e permettono di pesare il merito delle diverse opinioni e di chi le esprime. Gli italiani, afflitti da un cronico ma giustificato senso di inferiorità, temono sempre di incontrare qualcuno che ne sappia di più e che li obblighi a riconoscere una superiorità, per quanto circoscritta, che è diversa dalla semplice subordinazione.

L’italiano infatti tende ad accettare la posizione subordinata, specie se ne vede qualche vantaggio, anche perché può attribuire la propria posizione inferiore al caso, alle circostanze o alle relazioni, da cui il suo superiore gerarchico sarebbe favorito: tutti elementi accidentali, che in fondo sono indipendenti dagli individui e li rendono intercambiabili. Riconoscere qualcuno più esperto, invece, significa attribuirgli un merito reale, non foss’altro che per il tempo e il lavoro che costui ha dedicato a costruire la propria expertise.

L’emergenza, invece, è popolare o, meglio ancora, populista. La sua urgenza richiede risposte chiare, semplici e immediate, e non certo speciosi ragionamenti e altre ubbie da professoroni: le emergenze amano i modi spicci, le parole chiare, sorvolano sull’ortografia e ignorano la sintassi: c’è poco da stupirsi, allora, che sia amata da chi governa questo paese e da chi lo vota, visto che i primi ne guadagnano in consenso e i secondi in argomenti di conversazione.

Nel segno dell’emergenza si compie, così, la più grande delle riforme istituzionali: quella che trasforma il diritto di parola in diritto di chiacchiera.

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