Divertimento e disimpegno

Al cinematografo si svolge un rituale: si deve essere lì a un orario preciso, anche se piove e se c’è traffico, bisogna rimanere seduti e in silenzio per un tempo che non dipende da noi ma dalla durata della proiezione, si sta lì, fermi e al buio, spettatori passivi di uno spettacolo che si svolge davanti a noi nella più olimpica indifferenza: al film non importa che lo si guardi, lui va avanti. Se si accetta una posizione così subordinata, in cui la passività fa coppia con la dedizione, è perché ci si aspetta di vedere qualcosa di magnifico, nel senso stretto del termine: qualcosa che si fa grande, che è grande nel suo accadere e nel suo manifestarsi. Per ciò che non preannuncia simile magnificenza, inutile andare al cinema: se proprio si è curiosi, prima o poi lo si può vedere in TV.

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Tutto questo per dire che non vado a vedere i film di Checco Zalone, esattamente come quelli di Nanni Moretti o qualsiasi roba in cui sia presente Margherita Buy: perché non è cinema, e tutto il rituale, faticoso e anche un po’ umiliante, non sarebbe appropriato. Però non credo sia necessario vedere adesso al cinema l’ultimo film di Zalone, invece di aspettarne con tranquillità l’uscita televisiva, per farsi un’idea nel gran dibattito che si è aperto sui suoi meriti, dato che questi meriti pare consistano essenzialmente nel fatto di far ridere un elevato numero di spettatori, e lo si può credere sulla parola. Del resto, anche se lo vedessi, le alternative sarebbero due: riderei anch’io, e altro non farei che aggiungere un granello al gran mucchio di risate che riecheggia per questo già così ridente paese, o non riderei, il che non cambierebbe nulla al fatto che in tanti comunque ridono, e sprecherei il biglietto.

Quello che mi pare interessante è che tutta la questione sembra riducibile a un sillogismo alquanto dubbio, così strutturato: (a) il film di Zalone ha tanto successo; (b) il film di Zalone adotta un registro popolare, al tutto privo di ubbie intellettuali, quindi (c) il film di Zalone è meglio delle solite produzioni “colte e impegnate”, alla faccia dei soliti salottini radical-chic che oggi, somma gioia, riconoscono finalmente i meriti dello Zalone, con il solito ritardo. Insomma, il produttore di risate di massa farebbe cultura, e a badilate: lo dice chiaramente Pietro Valsecchi, in un’intervista al Foglio:

La sorpresa di una comicità che coglie un’Italia sospesa tra gli anni 50 e il 2020, ma senza fare della sociologia, della teologia. Così ne esce un film che unisce tutti gli italiani, perché tutti ci si riconoscono, tutti ridono. Tutti, tranne quelli con la puzza sotto il naso. Quelli che non riescono ad ammettere che un film così, invece, appartiene alla cultura: perché un film che fa ridere e unisce un paese è un pensiero.

Ora, è evidente che far ridere tutti e unire un paese non è necessariamente un pensiero, ma il punto non è questo. Il punto è che il Valsecchi afferma che il prodotto da lui venduto piace a tutti, e che quelli che non lo apprezzano sono degli ipocriti, perché in realtà piacerebbe anche a loro, se solo la smettessero di avere la puzza sotto il naso; eppure è proprio con questa esigua minoranza di insopportabili snob che vuol fare i conti. Qui emerge la contraddizione profonda di chi fa cinema commerciale in Italia: se realizzo un prodotto commerciale ed esso ha un grande successo sono contento e conto i soldi, senza rancore verso quella fetta di popolazione che, per motivi suoi, sceglie un prodotto concorrente. Insomma, la Microsoft degli anni Novanta non aveva l’obiettivo di conquistare gli utenti Mac.

Invece, Valsecchi (parole dell’intervistatore) “è quasi più contento (quasi, va) di potersi levare un paio di sassolini dalle scarpe che del trionfo nelle sale”. Come dire, l’obiettivo del successo commerciale non è, secondo logica, quello di guadagnare denaro e opportunità professionali ma di far rosicare altri, i soliti salottieri di sinistra che peraltro già rosicano per professione e per vocazione, e che pertanto si trovano confermati nella loro rosicante identità. Tanto che il paradigma diventa il David di Donatello, un premio tanto insignificante che ogni anno lo vincono solo film italiani. Il bello è che questi ipotetici salotti radical-chic, sempre nominati come ente collettivo senza che mai vi siano nomi singoli, ché comunque conviene tenersi buoni tutti i rapporti, insomma questi ipotetici salotti, oggi, sono in palese disarmo. Anche l’arroganza e l’elitismo che vengono loro imputati sono soltanto, al massimo, un povero guscio vuoto, di chi affetta una forza e una superiorità che è ben lungi dal possedere e molto pronta a smentire, come attesta la facilità con cui i critici, i giornalisti e tutti i cosiddetti intellettuali di sinistra sono pronti ad ammettere i loro errori di fronte a qualsiasi odore di successo, specie se di marca estera.

La mia sensazione è che vi sia una sorta di copione già scritto, che oppone da una parte il successo, la popolarità e l’incultura, dall’altra il fallimento, l’elite e la cultura. Una dicotomia confortante, come lo sono molte altre in questo i paese, in cui si è legittimati a essere ciò che si dice di essere perché ci si colloca da una certa parte. Il bello è che in questo modo si risparmia un sacco di fatica: giornalisti che leggono poco e scrivono troppo, e male, diventano intellettuali, registi e attori di terz’ordine si fanno eredi della prestigiosa tradizione del cinema italiano, e dall’altra parte si costruisce il successo attraverso gli automatismi dell’industria dei media, senza alcuna reale concorrenza.

Tenersi lontani dalla cultura: questo è il comandamento che vale per tutti. Per i salottieri della sinistra per bene, perché così possono legittimare cagatine come opere di rottura e pensierini come meditazioni, per i furbastri del botteghino perché sono esentati da qualsiasi fatica estetica o culturale. Per restare sul cinema, ciò significa produrre da una parte le robe di Moretti o di Ozpetek, dall’altra quelle di Zalone o, quando va male, dei Vanzina e dei loro apologhi: in nessun caso roba che c’entri con il cinema, o che lasci una qualche traccia.

Proprio ieri, per contrasto, ho visto uno scorcio di una puntata di CSI (A Space Oddity) in cui, con il solito pretesto delle investigazioni scientifiche su uno stravagante delitto, si metteva in scena una serie di parodie e omaggi alla fantascienza televisiva, da Star Trek in gi, condita con un dialogo finale tra un’accademica postmoderna specializzata in Teoria dei media e il poliziotto che la interroga, in cui la prima cita Derrida e il secondo riconosce la citazione. Ovviamente, il doppiaggio italiano si è fatto distinguere, sbagliando l’accento su Derrida: Zalone non avrebbe saputo fare di meglio.

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One thought on “Divertimento e disimpegno

  1. Le sceneggiature americane soprattutto delle fiction sono generalmente di elevata qualità, a testimonianza che chi ci lavora ha probabilmente fatto studi approfonditi sulle tecniche di scrittura, si è esercitato, ha studiato, osservato senza aver paura di mettere il nome di Derrida o, all’occorrenza di Shakespeare o di Heidegger, tanto per fare un esempio, e quindi così di dimostrare che si possono anche creare personaggi che non siano mere riproduzioni di uno stereotipo da italiano medio o da italiana media, come sono invece spesso i personaggi dei film e delle fiction italiane. In Italia c’è paura della cultura perché la si immagina come qualcosa di esclusivo, di elitario, di inappropriato, quando basterebbe semplicemente lavorare meglio sui referenti e sull’immaginario senza farsi troppi problemi se da una parte ci sono film colti, dall’altra medi e da un’altra ancora film popolari. Il problema, semmai, è che gli intellettuali si devono sentire inappropriati e quindi per non farsi prendere per il culo devono andare a vedere Zalone, mentre gli ignorantoni nostrani non si sentono mai inadeguati se non sanno riconoscere una citazione di Shakespeare. Ma questo è un problema italiano, uno paese ormai di ignorantoni.

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