Islam e palpate

Credo che, se si prendesse un qualsiasi cittadino occidentale della metà del secolo scorso e lo si portasse nel presente, il fatto di oggi che più lo lascerebbe stupito sarebbe il nuovo protagonismo delle religioni, e in particolare dell’Islam. La faccenda, a mio parere, ha due versanti: da un lato, la presenza massiccia in Europa di una nuova religione che resta refrattaria a quelli che possiamo definire gli standard comportamentali della modernità secolare, dall’altro la centralità del dato religioso come ideologia politica.

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Il primo aspetto, per quanto preoccupante, non dovrebbe essere troppo difficile da inquadrare: la modernità democratica in occidente si è costruita su un terreno letteralmente strappato alla religione: dal diritto divino alla sovranità popolare, dalla moralità religiosa ai diritti umani, dall’istruzione ecclesiastica a quella pubblica, ogni aspetto del vivere civile in occidente è sottoposto a una normativa di origine dichiaratamente secolare. I possibili problemi derivanti dalla massiccia presenza islamica in Europa rientrano in toto in questa fattispecie: come non si può vietare ai macellai di vendere salsicce il Venerdì santo, così il pudore islamico offeso dalla scarsità dei tessuti che coprono le donne europee deve farsene una ragione. In altre parole, la normativa religiosa non ha alcuno spazio nella sfera pubblica, per la semplice ragione che essa si fonda su istanze che non hanno nulla di religioso. Non è stato facile farlo capire alle diverse chiese cristiane, ma più o meno sembra che ci siano arrivate, e non credo si debba far torto all’intelligenza delle organizzazioni religiose islamiche.

Se la faccenda non sembra poi così complicata dal punto di vista delle norme, si direbbe invece che le cose si facciano meno semplici quando si passi al terreno dei costumi, vale a dire di quell’insieme di prescrizioni comportamentali che siamo soliti seguire nella vita quotidiana.

Non si tratta, ovviamente, soltanto di buona educazione, di non mettersi ostentatamente le dita nel naso prima di stringere la mano a qualcuno o, se si invita un ebreo osservante a cena, di non fargli trovare solo salame e prosciutto, ma  di una serie, vagamente definita, di pratiche e riferimenti, con forti valenze identitarie. Il costume è un sistema di pre-giudizi, di opinioni e valori che determinano le nostre azioni, e si forma più per assimilazione consuetudinaria che per apprendimento consapevole. Uso qui il termine nel senso che ha in tedesco la parola Sitte, da cui quella Sittlichkeit che è l’etica effettivamente praticata da una società, l’insieme delle norme, valori e comportamenti che ne informano l’agire reale, una cosa che i traduttori della Filosofia del diritto hegeliana rendono con “eticità” ma che qui si potrebbe rendere meglio con senso civico.

In concreto, mi riferisco ad esempio al Capodanno di Colonia: in questo caso, i molestatori organizzati che hanno fatto le loro porcate per un loro costume che, se pure è di matrice islamica, lo è, per così dire, incidentalmente. Mi spiego: qui non si tratta di un precetto religioso, che ad esempio ingiunga il ludibrio per le donne scostumate e che entri in conflitto con la legge laica e democratica, ma della forma mentis tipica dei giovani maschi provenienti da società sessualmente (e non solo) repressive. Insomma: in un certo contesto si è convinti che le femmine sono tutte almeno un po’ zoccole e che pertanto è caccia libera e anzi vanno punite se ce la sbattono in faccia senza poi darcela: si tratta di una serie di giudizi di valore generici e poco definiti, che si collegano in maniera un po’ raffazzonata, ma che proprio per questo definiscono un costume. Nel caso in esempio, i portatori di questa visione del mondo sono abituati, per diverse ragioni, a non poterla esprimere con la convinzione che pure sentirebbero e, anzi, si sentono circondati da una maggioranza che non solo la pensa in modo opposto, ma non ha nessuna intenzione di accettare i comportamenti che deriverebbero dai costumi dei nostri eroi e arriva persino a proibirli per legge; costoro, allora, decidono per una volta di rovesciare i rapporti di forza.

Posto che esistono delle leggi e che queste vanno rispettate e ogni infrazione debitamente punita, il problema con i costumi è che essi sono, nella loro triste realtà, altra cosa: la loro legittimazione non nasce da un processo di deliberazione pubblico e trasparente, ma da un’assimilazione identitaria, che determina una mappa di valori e prescrizioni poco argomentate, nella quale ciò che conta è il fatto che li si riconosca come propri. Le leggi si radicano nella discussione razionale, i costumi nei vissuti, individuali e collettivi. Una prova in questo senso è data proprio dai rapporti tra i generi: fino a una cinquantina di anni fa, i giudizi del maschio italiano medio (e anche i suoi comportamenti) non erano molto diversi da quelli dei palpeggiatori di Colonia, e i tedeschi non giudicavano gli immigrati italiani, con tutto che erano cattolici ed europei, in modo molto diverso. Se adesso, almeno in quanto si dice pubblicamente, l’atteggiamento del maschio italico si è evoluto, ciò è dovuto a una serie di trasformazioni sociali e culturali, che hanno segnato una complessiva modernizzazione; l’evoluzione legislativa, che è passata dal delitto d’onore al contrasto allo stalking, è venuta di conseguenza.

Per questo, il ritorno di atteggiamenti da trogloditi è allarmante: perché ci ricorda la nostra realtà recente, e perché ci mostra che molte cose non sono scontate. Non è rifacendosi a pulsioni identitarie e tradizionaliste che si può dare una risposta, anche perché l’identità e la tradizione a cui si vorrebbe fare riferimento, di suo, è più o meno altrettanto troglodita. La risposta sta tutta nel rafforzamento, e nell’avanzamento, della modernità laica, e dei costumi che ne derivano. In altre parole. nel rifiuto di qualsiasi legittimazione fondata sull’appartenenza, per costruirne una fondata su diritti che abbiano una struttura logica, tale da potersi tradurre in legge senza passare per la scorciatoia dell’identità.

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5 thoughts on “Islam e palpate

  1. Il problema, mi pare, sia nel convincere gli “italiani di oggi” al rispetto di convenzioni che non appartengono loro. Problema ingigantito dal fatto che se da una parte ci sono quelli che vorrebbero tornare alle tradizioni (non so se pure le leggi razziali rientrano in queste), dall’altra c’è chi nega il problema.

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    1. Credo che i comportamenti non siano neutrali: una volta stabilito che una donna può andare in giro per i fatti suoi senza essere fatta oggetto di molestie, e riconosciuto questo diritto per legge, poi non si torna indietro, a meno di modificare la legge. Mi pare abbastanza chiaro che i nuovi cittadini, se vogliono rimanere cittadini, siano tenuti al rispetto delle leggi.
      Quanto alla faccenda dei costumi, credo che qui si giochi la partita dell’integrazione: per intendersi, se il tuo problema è che non devi mangiare maiale, fai pure e anzi apri un ristorante privo di tracce suine, se vuoi. Se invece mi vuoi provare del prosciutto, from my cold dead hands.

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  2. Ho letto di recente un libro di Haidt, che fino a quando non sbarella parlando di politica ed economia (che non sono il suo mestiere) ci azzecca abbastanza.
    I fondamenti della nostra morale sono incredibilmente comuni, anche tra persone diametralmente opposte. La religiosa osservante che non la smolla senza la benedizione papale e il vegan-liberal-hipster che non compra i pomodori all’Esselunga perchè sono industriali lo fanno per lo stesso principio, quello della santità e la purificazione. E i fascioterroristi dell’ISIS che vorrebbero le donne vestite come paracarri non sono diversi dalle femministe svedesi che han messo fuori legge la prostituzione: entrambi i gruppi ti stanno dicendo come e quando puoi disporre del tuo corpo.
    Pare che gli l’unica scappatoia possibile da questo loop di gente che è stata, è e sarà sempre interessata a quello che fa il prossimo è il diritto, specie quando si occupa di autodeterminazione. Tu compra pure i pomodori a km zero dal contadino, ma non chiudere i fast food, se il vicino vuole ingozzarsi di schifezze affari suoi. Il diritto deve essere universale, la consuetudine lasciamola ai giudizi morali e quindi limitiamola alla sfera privata. I palpeggiatori di Colonia potranno felicemente continuare a pensare che quelle lì erano un branco di zoccole, tanto per ognuno di loro ci sarà sempre una femminista convinta che l’amica che si è sposata con un uomo più vecchio di vent’anni ma ricco è una gran bagascia. Se poi parliamo di palpate fisiche o di impedire i matrimoni invece, chiamiamo il 113.

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    1. Diciamo che esiste un universale formale della normatività (per seguire in qualche modo il Regiomontano), che si esplica nel lodare ciò che è lecito e, soprattutto, nel proibire ciò che non lo è: per realizzare questa proibizione, è inevitabile rompere le palle a chi vuole che sia lecito ciò che riteniamo illecito, e magari che questo le rompa a noi nel caso contrario. Quando parlo dei costumi, evocando il fantasma della Sittlichkeit, dico proprio questo: che l’universale formale è una vuota finzione, un astratto che si fa concerto solo quando si determina rispetto a un contenuto.
      Per parlare in italiano, la messa fuori legge delle palpate è avvenuta, ed è storia recente, a partire da un cambiamento dei costumi, a sua volta dovuto a una trasformazione sociale, culturale, economica e via aggettivando di ampia portata. Io credo che a questo punto si aprano apparentemente due strade: rivendicare la superiorità dei nostri costumi su quelli altrui, che è la tesi dei fautori della sacra identità, o affermarne la relatività, con il risultato di una paternalistica tolleranza verso chi ne ha altri. Dico apparentemente, perché ce n’è una terza: quella che stabilisce il principio dell’autodeterminazione come formalmente assoluto, ma progressivo nella sua realtà: oggi è un dato acquisito che una donna possa disporre liberamente del suo corpo, ma quarant’anni fa non lo era poi tanto. Allo stesso modo, noi oggi riteniamo accettabili alcune diseguaglianze di reddito, per dirne una, che hanno ben poco fondamento e che non l’hanno certo nella diversa utilità sociale dei diversi percettori di reddito, e accettiamo anche che chi guadagna molto più di altri sia, di fatto, libero di fare molte più cose. Per questo, credo che sia utile aggiungere un corollario: posto che la realtà dei diritti è in evoluzione, questa va intesa a senso unico, vale a dire che, una volta acquisito un diritto, da lì non si torna indietro, e a quel livello di autodeterminazione ci si deve adeguare e basta, anche quando si abbiano altri punti di vista.
      Insomma, ci sono delle strade che non si possono percorrere all’indietro. Via Lemanidalculo è una di queste.

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      1. Però la mia obiezione è che alla fine sotto altre forme riusciamo benissimo a tornare indietro. Il caso svedese lo dimostra, ci sono voluti secoli per levarci dalle palle i preti poi un secolo buono di patriarcato in cui era l’uomo a dire alla donna come vestirsi, cosa dire e chi frequentare e poi è arrivato il sessantotto con ‘il corpo è mio e me lo gestisco io’. Wow, siamo arrivati a un punto di non ritorno per l’autodeterminazione? No, se vuoi fare la prostituta perchè preferisci dieci scopate la settimana per dieci anni poi ti apri un bar rispetto a un’esaltante vita alle casse dell’Ikea non puoi, perchè così ti degradi.
        E mi viene in mente pure la legge sui simboli religiosi in Francia. ‘Donne toglietevi il velo che è simbolo di oppressione’ contrapposto a ‘Donne mettetevi il velo così non sarete giudicate in base al vostro grado di fregnaggine’, ci fosse qualcuno che dicesse ‘Donne, voglio assicurami semplicemente che la vostra decisione di indossare o meno il velo sia frutto del vostro libero arbitrio, nel caso questa condizione sia soddisfatta vestitevi un po’ come cazzo vi pare’.
        E’ come se la libertà non sia una linea retta, ma un cerchio: raggiunto un punto in cui tutto è lecito, dopo un attimo ci si ritrova a proibire.
        Non ricordo chi scrisse (o disse) che niente spaventa l’essere umano quando la libertà. O forse mi è solo venuto in mente Manderlay di Von Trier.

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