Politica e salsicce

Le leggi sono come le salsicce, la gente non dovrebbe essere nei paraggi quando si fanno – attribuita (erroneamente) a Otto von Bismarck, in realtà di Godfrey Saxe.

Spesso le attribuzioni errate rivelano di più di quelle corrette: mettere in bocca al cancelliere di ferro, epitome di tutto ciò che di ammirevole e detestabile possa esserci nel prussianesimo, ne compendia l’immagine di politico scaltro, spregiudicato, spiccio di modi e pieno di diffidenza verso i cittadini comuni, ben deciso a tenerli nella loro innocenza del potere.

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Cercando di guardare la luna e non il dito, mi pare che il succo sia, semplicemente, che la “gente” (nella versione tedesca il famoso man, che non potrà che far risuonare un campanellino ai lettori di Sein und Zeit) vuole dedicarsi ai risultati senza doversi impicciare dei processi: guidare senza sapere esattamente cosa succede sotto il cofano, mangiare carne senza assistere alla macellazione degli animali, e così via. La benedizione dell’inconsapevolezza, che poi è uno dei risultati qualificanti della specializzazione delle competenze: vi siamo tutti coinvolti, compreso chi scrive, che utilizza una piattaforma di pubblicazione on line per deliziare i suoi innumeri lettori senza saperne un accidenti di programmazione web.

La specializzazione tecnica è senz’altro un fattore di moltiplicazione produttiva e di progresso scientifico, a condizione che i diversi ambiti  specialistici dispongano di una lingua comune, vale a dire di un sistema di criteri e misure che permettano ai diversi ambiti di comunicare e interagire: soltanto così, ad esempio, è possibile mettere a fattor comune i risultati della fisica e della teoria delle informazioni per progettare un microprocessore, o far confluire i diversi rami della biologia nella definizione delle interazioni ambientali tra le diverse specie. Allo stesso modo, il discorso politico è il terreno nel quale le diverse opzioni, ricavate da un esame specialistico delle questioni, vengono sottoposte alla pubblica deliberazione dopo averne presentato i termini in modo comprensibile e confrontabile. Del resto, e parlo per esperienza, fare le salsicce non è poi così male, e l’ammazzamento del maiale d’inverno è un evento al quale qualsiasi carnivoro serio dovrebbe partecipare almeno una volta nella vita, ovviamente con la collaborazione di un bravo norcino (Pork optimization manager).

La rimozione del processo di elaborazione delle salsicce è, insomma, una dichiarazione di minorità: meglio che non si vedano il sangue e le viscere, meglio che non si assista alle beghe e ai mercanteggiamenti che formano la carne e il sangue della politica, altrimenti si perdono l’appetito e il rispetto. Meglio erigere tra il consumatore e il prodotto una siepe di tecnicisimi, altrimenti ci si pongono domande sul reale valore aggiunto e, soprattutto, si perde quell’aura di miracolo che ha tutto ciò che non comprendiamo davvero, a partire dall’interruttore della luce, che lo premi e  la stanza si rischiara, senza sapere davvero bene perché. Meglio, per dirla in una parola, creare e mantenere una distanza tra noi e ciò che fa accadere le cose, perché questa distanza crea rispetto, sacralità, mistica e mistificazione.

Del resto, avere poco rispetto per le istituzioni e il potere non è poi una brutta cosa, se aiuta a capire meglio come funzionano le cose. Rispettare le leggi non significa provare rispetto per il processo legislativo, se questo rispetto è il prodotto di una rimozione che traligna facilmente nella sottomissione; rispettare le leggi significa seguirne le disposizioni, il che è sicuramente facilitato, tra persone adulte e razionali, dalla comprensione dei loro motivi e persino dei processi che li hanno originati. A essere precisi, anzi, il rispetto nasce dalla comprensione: per rispettare qualcosa, bisogna averlo capito, averne determinato la fondatezza; altrimenti, invece del rispetto, si ha la venerazione verso ciò che è sconosciuto ma si avverte come superiore, la tolleranza verso ciò che non conosciamo, reputiamo grossomodo inferiore ma accettiamo comunque, per condiscendenza o semplice quieto vivere, o infine la passiva accettazione di ciò che ci capita davanti senza che ci poniamo troppe domande. Così il suddito e il consumatore si equivalgono, presi nella loro oscillazione tra venerazione e acquiescenza, ma sempre ben attenti a evitare lo sforzo della comprensione. Uno sforzo che è tale su entrambi i fronti, su quello di chi deve comprendere e su quello di chi deve rendersi comprensible, mostrando la realtà dei procedimenti che hanno portato a quel risultato, dove mostrare significa esporlo in termini razionalmente accessibili, anche se non necessariamente immediati.

Proprio questo dovere verso la comprensibilità, che sarebbe necessaria se davvero si volesse vivere in una società composta da adulti e non in una gerarchia di obbedienze variamente raccolte, indica una strada ben chiara per le leggi e, ovviamente, per le salsicce: si tratta di dire con chiarezza come si è fatto quel che si è fatto, di elencare gli ingredienti e i processi, di esporsi in toto al giudizio, che per essere valido richiede informazione, e dunque fatica. Un giudizio che è ben diverso dalla semplice opinione su ogni cosa, a cui siamo tenuti come cittadini della repubblica dei social network, un giudizio che si formi su dati completi e ben strutturati, e che esponga chi lo esprime alla critica di chi lo ascolta: giudicate, se volete essere giudicati.

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