Il capitale genitale

So bene che tutta la questione dell’utero in affitto non ha nulla a che vedere, nella sostanza, con la legge sulle unioni civili, e la prova migliore viene proprio dai familisti tradizionalisti che, dopo aver menato il torrone per mesi sulle truci implicazioni della stepchild adoption si sono subito diretti verso altri obiettivi non appena il dispositivo è stato modificato con il solito accrocco burocratico. Del resto, pochi sono più in malafede delle cosiddette persone di fede.

utero

Nessun mio riferimento alla maternità surrogata, insomma, andrebbe riferito al dibattito sulle unioni civili. Trovo però interessante provare a fare un paio di considerazioni sul tema nel suo complesso, dato che mi pare presenti alcune importanti implicazioni su questioni assai significative, che investono niente meno che lo statuto antropologico del soggetto e la sua cittadinanza economica.

Vorrei cominciare dall’ultimo punto, che riguarda specificamente la maternità surrogata di forma lucrativa, vale a dire l’utero in affitto propriamente detto. Credo, infatti, che a voler guardare un po’ più a fondo a quello che succede nella transazione economica, si assista a una significativa messa in questione di categorie che sembrerebbero ben più solide. La prima domanda è: qual è l’oggetto della transazione? Facile, un servizio: una donna viene pagata per portare a termine una gravidanza, al termine della quale si realizza un prodotto a partire da materie prime fornite dai committenti. In altre parole, viene erogata una prestazione di trasformazione per conto terzi, un po’ come le maglieriste che negli anni Cinquanta facevano le terziste per le aziende tessili del Nordest. Anche in questo caso, infatti, la prestatrice del servizio produce in proprio, con mezzi indiscutibilmente propri. Certamente, è fuorviante la definizione di utero in affitto, visto che tale termine si riferisce alla cessione temporanea di un proprio bene disponibile in cambio di un corrispettivo economico, ma ogni attività nell’ambito della locazione resta in capo al locatario, mentre qui la proprietaria dell’utero continua a svolgere tutti i servizi relativi alla prestazione di gravidanza, alimentando, ossigenando e in genere sviluppando il feto con attività che sono indiscutibilmente in capo a lei e a lei soltanto.

Dunque, non di affitto si può parlare, ma appunto di servizio. Un servizio che non è riconducibile alla classica fattispecie del lavoro salariato, visto che non si tratta della semplice messa a disposizione della propria forza lavoro, ma delle proprie funzioni biologiche, per una durata di tempo limitata ma senza alcun momento di riposo: la donna porta in grembo il pargolo notte e giorno, qualunque cosa faccia. Non è quindi realizzabile in alcun momento della prestazione quella oggettivazione (o reificazione, o alienazione) della forza lavoro in un prodotto esterno, salvo alla fine di tutto il processo, nel quale il pargolo viene consegnato ai proprietari. La puerpera surrogante produce così una nuova definizione di proletariato, per certi versi opposta a quella classica: se il proletario della tradizione marxista era il soggetto che non possedeva altro di proprio che la prole, e la prole era una bene indisponibile, oggi ci si trova di fronte a un soggetto che mette in vendita, come forza lavoro, proprio la propria capacità generativa, vale a dire la possibilità stessa di essere proletaria,e lo fa perché questa capacità si è resa disponibile, forza lavoro biologica. In altre parole, la puerpera non vende semplicemente la forza lavoro perché è proletaria, come nel rapporto classico, ma mette in vendita il proprio stesso essere proletaria, si identifica completamente con questa condizione. Per questo, la disparità economica tra acquirente e venditore acquista un significato ulteriore rispetto a quello che possiede quando, poniamo, un gestore di hedge fund compra un hot dog da un venditore ambulante.

Passiamo ora all’oggetto della compravendita: in condizioni standard, la madre è colei che partorisce il figlio, ed è proprio l’evidenza di questo passaggio a definire sempre certa la madre, a differenza del padre che, come si sa, ha una partecipazione molto più circoscritta e in genere assai meno pubblica. In altre parole, la centralità del momento del parto è tale da renderlo più decisivo, anche agli effetti di legge, rispetto all’origine biologica dell’embrione: madre è colei che partorisce, padre colui che si riconosce aver contribuito con il proprio seme, e via così. Qui, invece, i genitori sono coloro che hanno commissionato il ciclo produttivo che prende la materia prima dell’ovocito e lo trasforma in neonato, a fronte di un corrispettivo previsto da un contratto. Il rapporto di proprietà qui fa aggio tanto sul vissuto della puerpera e sul parto, quanto sulla stessa matrice biologica e persino genetica, giacché, come si sa, anche il materiale impiantato nell’utero può avere origine variamente eterologa.

Tutto ciò pone dei problemi notevoli all’impianto di quella forma che gli appassionati di un certo versante hegeliano chiamano il riconoscimento: se nella sua forma classica il riconoscimento avviene a partire dall’affermazione dell’altro come soggetto autonomo e non più soltanto come oggetto delle proprie brame, qui l’altro è presente (la puerpera) soltanto come mezzo per un fine (il bambino) che, a sua volta, viene riconosciuto a partire da un rapporto puramente astratto e formale (la forma contrattuale). Di conseguenza, la potestà suprema, che presiede a ogni riconoscimento e definisce lo statuto dei soggetti reali, è una forma trascendente, che precede ogni rapporto e gli dà significato, quella della nominazione contrattuale: un’azione ex opere operata, un sacramento. In altre parole, quella mistica produttrice di valore che Marx vedeva radicata nella concezione della merce per gli economisti volgari, si sarebbe oggi estesa alla stessa definizione dei soggetti, dopo essersi insediata non più nella merce ma nella forma generale dell’acquisto di qualcosa (qualsiasi cosa) in cambio di denaro.

Ciò che mi colpisce e mi rattrista, quando osservo le grandi trasformazioni operate dal denaro e dalla sua logica, non è la sua potenza distruttiva, ma la povertà delle costruzioni con cui rimpiazza ciò che ha distrutto. Nel caso specifico, farla finita con il vecchio paradigma della filiazione non è affatto male, specie se si ragiona sulla dismisura che c’è tra la ricchezza e la concretezza dei rapporti che si costruiscono all’interno di un nucleo famigliare e la bruta semplicità del dato puramente biologico: è genitore chi alleva, educa, cura, informa e trasmette, e non solo chi fa sesso e ne porta avanti le conseguenze. Forse, se si ponesse davvero mente a quanto lungo e articolato sia il cammino che genitori e figli devono percorrere, si potrebbe ripensare a fondo tutto ciò che è tradizionalmente legato a maternità e paternità, e metterlo finalmente in discussione sul serio. Invece, ci si limita a firmare un contratto, a pagare del denaro e a fornire un servizio, rendendo tutto il più asettico e normale possibile, se non altro per assimilazione. Che noia.

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3 thoughts on “Il capitale genitale

  1. Non capisco, perché nella conclusione abbandona il filo che si è seguito per tutto l’articolo e dall’analisi del rapporto di tipo economico, nel quale l’oggetto della transazione è praticamente assente (ben nascosto nell’utero) e passa ad un giudizio, senza analisi, sul rapporto genitore figlio (è questo che chiamiamo maternità/paternità) che va riformato perché sì?

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    1. Perché l’oggetto c’è, ed è al centro della relazione economica. A loro volta, le relazioni economiche si instaurano un altro tessuto di relazioni e di realtà esistenti: la sedia su cui sono seduto è la stessa cosa che l’abbia comprata, ricevuta in dono o fatta da me, ma il suo statuto economico è diverso. Così, la definizione della filiazione avviene per consuetudine a partire dal momento topico del parto, ma nel caso in oggetto questa definizione viene cambiata a partire da un rapporto contrattuale (economico). La domanda con cui ho concluso, e che provo a formulare meglio, è questa: se indubbiamente il rapporto tra genitori e figli è un fatto di estrema articolazione e complessità, e se può avere senso interrogarsi sulla sua definizione anche al di là delle forme tradizionali, quanto si perde nel passare al mero riduzionismo contrattuale?

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  2. Che orrore, direi io, la maternità surrogata. Non come dono, perché se una persona decide di donare per nove mesi il proprio corpo a qualcuno a cui vuole bene e il rapporto si basa su uno scambio reciproco, ci si trova ancora nella sfera della generosità (una cosa rara…) Ma come atto economico è dal mio punto di vista (femminile, peraltro) ai limiti dell’orrore perché testimonia la vulnerabilità assoluta e ineluttabile di chi vende il corpo (e il servizio), per mettere al mondo un essere umano a cui non può nemmeno affezionarsi. La maternità surrogata è una delle varie merci finali di questa società miserabile, dove la tecnocrazia si appaia all’economia nel tentativo di soggiogare la possibilità che tutto il processo sfugga al controllo dei presunti controllori. Un interessante articolo di Slate, http://www.slate.com/articles/double_x/doublex/2016/02/custody_case_over_triplets_in_california_raises_questions_about_surrogacy.html
    circostanzia molto bene la questione e si sofferma a lungo sulle implicazioni giuridiche, sociali, economiche e persino filiali della maternità surrogata. Parte dal caso di una donna che ha avuto una gravidanza surrogata trigemellare e approda alla riflessione su cosa sia la parenthood, ossia, l’essere genitori, madri o padri che siano. E comunque, in Italia non si è indietro perché non si parla delle cose, in Italia si vuole rimanere indietro, perché ci si rifiuta di analizzare cose come queste sotto un profilo più raziocinante. L’articolo di questo blog almeno apre alcune questioni cruciali. Meno male.

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