La forma economica

In un commento a un post precedente, Dmitri mi chiede come mai sia passato, ex abrupto, dal tentativo di inquadrare una questione sotto una prospettiva economica a un altro tipo di ragionamento. Ho cercato di rispondergli, ma credo che la domanda sollevi una questione meritevole di migliore approfondimento, e allora ci provo.

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A dire il vero, si tratta di un problema a cui mi sto dedicando da un po’, e che può essere riassunto in due domande: che cos’è davvero l’economia e in che rapporto si pone con gli altri ambiti dell’esistenza umana. Innanzitutto, lasciamo perdere Croce e le sue quattro categorie dello spirito, che farebbero provincia a sé: economia, logica, estetica ed etica sono in un rapporto continuo e i concetti passano incessantemente da un ambito all’altro. Prova ne sia il concetto di valore, che non solo non è comprensibile nella sua completezza se non passando per tutti e quattro questi ambiti, ma che li attraversa in ogni sua valenza.

Detto questo, e tagliando necessariamente le cose con l’accetta, possiamo partire da un tentativo di descrizione fenomenologica: l’economia ha a che fare direttamente con ogni attività umana, nella misura in cui viene svolta una relazione tra un bisogno e il lavoro necessario a soddisfarlo, relazione che viene determinata confrontandone il valore. Per fare un esempio, se il valore che attribuisco alla mia forma fisica è superiore a quanto mi pesa la fatica di allenarmi, vado in palestra, altrimenti me ne resto in poltrona a mangiare schifezze e accetto serenamente il rischio di assomigliare a Mario Adinolfi. Allo stesso modo, per fare un esempio più immediatamente affine all’ambito economico, posso decidere se i piaceri che mi può dare una certa bottiglia di Lagrein valgono davvero il lavoro che mi è costato per ottenere la somma di denaro necessaria a comprarla.

Questa formuletta, che possiamo chiamare la struttura atomica dell’economico, la massima condensazione dei suoi aspetti specifici, definisce una forma specifica che si adatta a ogni possibile istanza. Insomma, il valore, vale a dire il parametro comune tra bisogno e lavoro che consente di metterli a confronto,  accoglie ogni contenuto allo stesso modo, dato che funziona come un semplice operatore funzionale. Mi spiego: il valore che attribuisco alla bottiglia di Lagrein può riferirsi a contenuti assai diversi, ossia può soddisfare bisogni del tutto eterogenei, come la soddisfazione degustativa, il piacere dell’abbinamento con un arrosto di cervo, il ricordo delle circostanze in cui ho bevuto una bottiglia simile, persino la gratificazione del mio status di persona di gusto che posso ricavare dal metterla in tavola.

I bisogni sono immediati, possono essere strettamente personali, e non hanno bisogno di alcuna giustificazione: in fondo, i motivi per cui ho scelto proprio quella bottiglia sono fatti miei, l’importante è che ne paghi il prezzo. Allo stesso modo, anche la definizione del lavoro ha a che vedere con un’irriducibile immediatezza, con un lato strettamente individuale: la differenza tra il mio aspetto e quello di Mario Adinolfi sta nella diversa percezione che abbiamo della fatica che ci costa non sembrare il fratello brutto di Jabba the Hutt. Il punto, però, è che il tramite del valore permette di trasformare il rapporto tra bisogno e lavoro in una funzione sociale: la mia disposizione a sudare in allenamento può essere comune a tanti altri da rendere possibile la creazione di un’intera industria del fitness. In questo passaggio dalla dimensione squisitamente privata a quella sociale, si dispiega la potenza del valore come misura comune, capace di far incrociare realtà e istanze del tutto diverse.

Ciò che caratterizza l’economia, pertanto, non è che essa si declinerebbe nella categoria spirituale dell’utile, come vorrebbe Croce e come sembra intendere, almeno in parte, la teoria economica standard, ma una forma precisa, vale a dire quella del riferimento di grandezze eterogenee a un parametro comune per valutarne la convenienza. In altre parole, la pratica di un calcolo fondata su un’astrazione, riferita però a un contesto concreto: per questo, ha senso ragionare in termini economici anche al di fuori dei processi umani e sociali, per esempio quando si parla di economia di uno sforzo o di un ecosistema, secondo la sua capacità di “utilizzare” le risorse e di “trarne profitto”.

A partire da questo assunto di fondo, il campo dell’economia si trova decisamente più esteso rispetto a quello che normalmente le viene assegnato, dato che essa finisce per riguardare praticamente ogni attività: essa sarebbe una disciplina formale e non una sostanziale, si definirebbe per il modo in cui osserva le cose più che per le cose che osserva. Formale, che qui significa tutt’altro che formalistica: la prospettiva economica chiama direttamente in causa i nostri vissuti, sia per ciò da cui parte (i nostri bisogni e il nostro lavoro), sia per le sue conseguenze (le azioni e le relazioni che derivano dalle considerazioni economiche). L’astrazione del valore come termine medio, insomma, serve a riferire tra loro due momenti reali e vivi, realizzando una dialettica del concreto da manuale hegeliano: la nostra vita è un fatto economico, e l’economia è una prospettiva che ne rende pienamente conto, almeno nella sua costituzione elementare.

Da qui si può, e si deve, andare molto avanti, per cercare di capire il senso delle formazioni estremamente complesse che si inquadrano in questa prospettiva economica, da quell’oggetto misterioso che è il denaro all’insieme straordinariamente stratificato delle relazioni sociali e dei dispositivi di senso che si sviluppano a partire dalla ratio dell’economia. Ma quello con cui vorrei concludere queste righe che spero servano da prima incursione in un territorio che desidero esplorare più a fondo, è la questione aperta da Dmitri, vale a dire il rapporto tra una lettura economica e una di altro tipo. Il rapporto, a mio parere, sta nella cosa che viene osservata. Questa sedia, su cui sono seduto in questo momento, è la stessa cosa che sia stata comprata, regalata o fatta da me: volta a volta, l’oggetto si carica di diverse valenze, sia economiche, sia affettive e relazionali, ma essa ha comunque una sua realtà e una sua cogenza. Che io vi sia seduto per lavorare, per mangiare o per scrivere queste righe, si tratta di attività che la coinvolgono direttamente, e ognuna di queste è suscettibile di una formalizzazione economica, ma ne eccede in vario modo. Così, la presenza reale della sedia sotto le mie auguste chiappe continua a porre domande, che continuano ad afferire ad essa; cos, la questione dell’utero in affitto, per tornare al punto del precedente post, pone delle questioni che possono riportare alla sfera dell’economia, ma ne pone contemporaneamente anche altre, per esempio quelle della definizione del rapporto di filiazione, che esula dalla lettura iniziale ma che non è, per questo, meno importante.

Riportare l’economia nella sfera del vissuto significa, allora, non solo cercare di ridare senso a una disciplina che sta sempre più scivolando nelle nebbie della teologia dogmatica, ma anche riportare lo sguardo alle cose con cui l’economia ha a che fare, e vederne le eccedenze.

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2 thoughts on “La forma economica

  1. Mi pare, e per questo chiedevo sulla conclusione del post precedente, che l’idea che la maternità surrogata debba essere necessariamente una tappa del progresso dell’umanità senza la quale moriremmo tutti brutti e e grassi sia una cosa che non crede nessuno. Nemmeno i più accesi sostenitori della pratica. Capita quindi, qui parlo in generale, che il sostegno all’utero in affitto passi dalla negazione della pratica come attività economica (commerciale) e quindi dell’inutilità di stabilire cosa è oggetto di transazione (cosa, invece, da lei affrontata nel post) alla messa in discussione della famiglia di tipo tradizionale/naturale, quasi a cercare una giustificazione etica a quello che si nega con decisione.

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    1. Per rispondere nel merito del post precedente (da cui questo trae pretesto, e nulla più), credo che il combinato disposto dei cambiamenti sociali e delle tecnologie riproduttive possa mettere in questione, oltre al modello di famiglia (che non è certo più quello “tradizionale”, almeno nelle forme prevalenti) anche la stessa definizione di filiazione.
      Mi spiego: se per un bel po’ di tempo si è identificata come madre colei che partorisce, e se intorno alla certezza della madre e all’incertezza del padre e alle differenze di coinvolgimento e di tempo tra le diverse funzioni si è costruita gran parte della distribuzione dei ruoli tra genitori e figli, ora tutta questa roba è messa in discussione. E secondo me non è nemmeno male che venga messa in discussione, per lo meno perché è sempre bene chiedersi il senso delle cose, e se davvero esse abbiano senso.
      Si tratta di una trasformazione di portata immensa, che nemmeno riusciamo a vedere nella sua totalità: non voglio giustificare o condannare nulla, e sono certo che non abbia nulla a che vedere con i diritti civili. Però mi sembra decisamente riduttivo che un tale abisso concettuale, oltre che biologico, venga riempito con un contratto di servizio,
      Quanto alla surrogazione di maternità per scopi economici, visto che esiste, e che in diversi posti del mondo è legale, mi sono semplicemente interrogato sullo statuto lavorativo dei soggetti coinvolti: mi sembrava un tema interessante.

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