Coscienza intermittente

Un vecchio adagio, credo di matrice togliattiana, diceva che a un vertice tatticista produce una base massimalista, e viceversa. Trovo interessante che la validità di questo principio, elaborato nel contesto assai organizzato del PCI dei suoi tempi di maggior compattezza, venga corroborata oggi dal movimento 5 stelle, entità che, finora, mi era parso di poter descrivere con una (quasi altrettanto) vecchia constatazione di Ennio Flaiano, secondo cui “la situazione […] è grave, ma non seria” (Diario notturno, 1956, p. 165).

grillo

A suggerirmelo è la vicenda del voto di coscienza sulla stepchild adoption: si è evidentemente trattato di una piccola furberia tattica, che mirava a creare tensioni nella maggioranza e a non consegnare al PD la piccola gloria di una legge indubbiamente progressista, per una volta che gliene scappa una. In questo caso, infatti, è venuto fuori un capo che, nella sua splendida solitudine, ha preso una decisione in netta contraddizione con i due capisaldi del movimento, vale a dire il vincolo di mandato e il processo decisionale con i clic della base, trasparentemente gestiti dal suo sodale, e già che c’era ha fatto strame anche dell’organo collegiale che dovrebbe prendere decisioni di tal fatta, organo la cui snellezza avrebbe tranquillamente consentito di dare almeno una facciata di condivisione di una simile scelta.

Tutto questo, come si è appena detto, semplicemente per operare una giravolta che creasse scompiglio nell’arena parlamentare e mettesse in difficoltà della maggioranza, mettendo tra parentesi il merito della questione e le solenni dichiarazioni di pochi giorni, se non ore, prima. Il bello è che, a quanto è dato vedere, la base del movimento, dopo le prime perplessità, si è subito sperticata in applausi alla sagacia della manovra. Ora, è evidente che tutto questo smentisce definitivamente la tesi della diversità grillina come di movimento che antepone le poche e chiare regole della democrazia diretta a qualsiasi tentazione di rappresentazione verticista, nonché quella della sua rigorosa orizzontalità, priva di gerarchie. Si dirà che è una delle tante narrazioni politiche che si frantumano al contatto con la realtà, ma ci vedo qualcos’altro.

A colpirmi è la facilità con cui la massa grillina ha messo da parte il merito della questione per spellarsi le mani sulle sue (presunte) implicazioni tattiche. Credo che ciò riconduca a due diversi ordini di spiegazioni. Il primo ha a che fare con la leadership carismatica, che altri hanno trattato assai meglio di quanto potrei fare io (rimando qui a Malvino e a un post che fa da ricapitolazione ai suoi numerosi e densi interventi in materia). Il secondo si gioca sul rapporto tra massimalismo e tatticisimo.

Una base massimalista è caratterizzata da tre elementi: (i) un obiettivo palingenetico, che segni una totale rottura di continuità con l’esistente, che costituisce l’orizzonte ultimo dell’azione del gruppo politico di riferimento; (ii) una totale estraneità, anzi contrapposizione, con le altre forze politiche, viste come sostanzialmente simili per tutti gli aspetti rilevanti, e in particolare rispetto all’obiettivo finale; (iii) il disprezzo per le ordinarie pratiche della politica, viste come inutili se non corruttrici. Mi pare che tutte queste caratteristiche siano presenti in grado eminente nella truppa pentastellata. Il punto interessante è che una base massimalista, che tende a collocarsi nella più netta discontinuità con l’esistente, è proprio per questo poco interessata ai risultati che possono essere ottenuti con i mezzi ordinari; anzi, ogni miglioramento di questo tipo è sempre passibile dell’accusa di tradimento o di intelligenza con il nemico, a cui si fornirebbe una sponda invece di affondarlo.

Da qui, una dirigenza spudoratamente tatticista, che faccia della propria azione politica soltanto lo strumento per rafforzarsi mettendo in difficoltà gli avversari, finisce per essere apprezzata dalla base, non appena le sia dato di vederla in questi termini. Non importa la sterilità assoluta dei risultati, anzi proprio la loro completa mancanza attesta la purezza del gruppo politico di riferimento, che nel suo perseguimento indefesso dell’obiettivo ultimo si trova in sintonia con la base. Quanto ai giochetti, si capisce che la politica è fatta di questi e di questi soltanto: le manovre spregiudicate, le menzogne e i tradimenti sono, secondo la base massimalista, la sola moneta corrente nel mercato politico dato, e la dirigenza deve dimostrare di saperla spendere come e meglio degli avversari, visto che il gioco è soltanto quello.

Affinché questo gioco possa funzionare, c’è bisogno di un leader riconoscibile, che abbia la fiducia perpetua della base in tutti i suoi ondeggiamenti, in modo da poter continuare ad agitare credibilmente la bandiera massimalista in tutti i suoi arzigogoli di tattica, e qui il tema si riallaccia a quello della leadership carismatica. Si capisce allora perché la concessione della libertà di coscienza ai senatori pentastellati, per una volta elevati a un rango un po’ più digintoso di quello di semplici portavoce, sia avvenuta per iniziativa personale di Grillo e non del direttorio: perché solo il carisma del leader è in grado di garantire il connubio di massimalismo e tatticismo.

In margine a tutto ciò, vorrei dire ancora due parole sulla questione della libertà di coscienza dei parlamentari, o della libertà dal vincolo di mandato. Si tratta, come noto, di una prerogativa sancita dalla Costituzione, che è cosa tanto differente dal non statuto e dai contratti (con tanto di penale in caso di infedeltà o di autonomia di pensiero) stipulati con gli eligendi cittadini-portavoce, ma tanto differente da dire proprio l’opposto. Il tentativo di reintrodurre il vincolo di mandato attraverso una scrittura privata tra il candidato e due signori il cui statuto legale è semplicemente quello di detentori del marchio certificato sarebbe, se preso seriamente, l’affermazione della primazia del diritto privato su quello pubblico, del contratto sulla Costituzione, in una parola il tentativo di affermare la forma più apertamente dittatoriale del neoliberismo da Pinochet in giù.

Fortunatamente, è difficile prendere sul serio uno che guida ubriaco e un altro che, a sessant’anni, si mette un cappellino sopra la permanente. In confronto, un mancato campione della Ruota della fortuna, per dire, ci fa figura di statista. Senza contare che il venditore di pentole ha avuto la lucidità di non cadere nel trabocchetto e mantenere la proposta di legge così com’è, sapendo bene di poterla far passare e ritenendo comunque che, anche in caso di sconfitta, avrebbe potuto dimostrarsi uomo di principi, cogliendo un’occasione che non gli capita di frequente. Ancora una volta, il comico che faceva ridere e il profeta ridicolo hanno dimostrato la loro incompetenza: su questo, almeno, sono davvero coerenti.

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