L’apocalisse è ieri

Confesso, senza alcun imbarazzo, la mia passione per A Song of Ice and Fire e per la relativa serie televisiva. L’improbabile lettore di queste righe può stare tranquillo: a proseguire, non si troverà di fronte l’ennesima tirata sulle narrazioni seriali e la notevole qualità di queste produzioni televisive, da parte di un tizio che quando scrive si porta da persona di gusti fini e cerca giustificazioni culturalmente accettabili per ogni suo piacere. La faccenda che mi interessa è, invece, la ragione del grande successo di una storia così cupa, permeata da un senso di incombente tragedia. Del resto, non mi sembra sia la sola: per il poco che ne so, sembra che ci sia una gran voga dell’alto Medioevo, di fantascienza variamente postapocalittica, di western disperati e, in generale, di tutto ciò che rilegge i generi popolari nella chiave più tenebrosa possibile.

Credo che questo video, così come quest’altro, possa aiutare a capirlo. La comicità di queste scene, e lo dico sapendo bene che spiegare un effetto comico è uno dei peggiori crimini, sta nella contrapposizione tra lo small talk quotidiano e il senso di tragedia che permea questi racconti. Il bello è che la figura dei fessi non la fanno i personaggi di Game of Thrones, ma il gruppetto di amici borghesi di Manhattan, esposti nella loro ridicola futilità dalla composta gravità dei primi. Come dire che affidiamo a questi personaggi il compito di testimoniare la durezza di una vita esposta al dolore, al terrore e alla morte, e attribuiamo a queste condizioni una maggiore verità rispetto alla banale sicurezza in cui ci troviamo, o fingiamo di trovarci.

Tutto questo rientra ancora nella tradizionale Schadenfreude di chi assiste a sventure da un luogo confortevole e protetto, e di per sé non ci sarebbe nulla di nuovo. Solo che, a nostra volta, noi non ci sentiamo così sicuri e protetti; anzi, tra minacce terroristiche, prospettive di guerra e un dibattito politico tutto giocato sul fomentare ansia e aggressività, non si può dire che il quadro generale sia così confortante. Soprattutto, a dominare è l’insicurezza economica, il terrore di scivolare in basso nella scala sociale, per di più in un contesto di sempre minore protezione e sempre maggiore colpevolizzazione degli sconfitti.

Per questo, mi pare che vi sia un tratto di novità nella passione del pubblico per storie torbide e cupe, anche rispetto al successo che storie di questo genere anno avuto nei passati decenni. A grandissime linee, mi pare che le narrazioni popolari di orrore e terrore parlino di catastrofi che minacciano una condizione di quiete, che arrivano dall’esterno, come le invasioni aliene o i mostri delle leggende, oppure, secondo un modello tipico della modernità, che siano le conseguenze devastanti del progresso tecnologico, da Frankenstein alle catastrofi climatiche. In ogni caso, un nemico esterno o qualcosa che potrebbe succedere in un qualche momento futuro, come conseguenza della hybris umana: di conseguenza,  la narrazione ha come tema la difesa dello status quo dalla minaccia, del normale dal mostruoso, dell’umano dall’alieno. La catastrofe è imminente, ma può essere evitata.

In Game of Thrones e nelle altre narrazioni di questo tipo, invece, la catastrofe è già avvenuta o, meglio ancora, il mondo stesso è in una condizione catastrofica. Non si combatte per la salvezza o per la redenzione, e i pochi che ci provano fanno subito una brutta fine. Di fatto, la situazione è irredimibile, almeno per i nostri standard morali, e le vicende dei numerosi protagonisti sono irretite in un mondo le cui coordinate generali sono già fissate; l’unica lotta possibile è quella per la sopravvivenza o il dominio, e i risultati sono sempre precari. Ovvio che tutto ciò produca una morale del disincanto e che le riflessioni più lucide da parte dei personaggi siano all’insegna del pessimismo cosmico o del cinismo.

Ecco, allora, che si spiega l’effetto comico delle parodie di Seth Meyer: come dicevo prima, a essere presi in giro sono i commensali newyorkesi di John Snow e il loro compiacimento, perché sono loro a non voler vedere che la natura hobbesiana del mondo in cui vivono – in cui viviamo – è più simile a quella raccontata da Game of Thrones che alla versione che ci raccontiamo tutti i giorni. Non c’è bisogno che una minaccia esterna metta in pericolo la tranquillità della nostra esistenza, perché questa tranquillità non esiste già più.

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