La forma economica – 2

Provo a riprendere il ragionamento sull’economia: nella puntata precedente ho tentato la definizione dell’economico a partire da quella che mi sembra la sua proposizione elementare tipica, vale a dire il raffronto di due grandezze eterogenee (bisogno e lavoro) a partire da un parametro comune (il valore). Dovrebbe essere chiaro che lavoro e bisogno non sono delle definizioni ontologiche, ma funzionali: per dirla in italiano, non ci sono delle attività che siano in sé lavoro o delle esigenze che siano in sé bisogno, ma acquistano questa valenza quando vengono inquadrati in senso economico. Con un esempio: soffriggere una cipolla non è in sé lavoro, lo diventa quando le viene assegnato un valore, come quando vi corrisponde un salario (che serve a soddisfare bisogni, per esempio a pagare la bolletta della luce) o semplicemente quando mi chiedo se “valga la pena” di darsi da fare così tanto (e la risposta è scontata, a considerare la qualità del mio sopraffino soffritto).

coran valeur

Insomma, il primo passaggio affinché una cosa (qualsiasi cosa) possa essere inquadrata in una prospettiva economica è che ad essa venga attributo un valore. Intendo il termine nella sua accezione più ampia: nella vignetta qui sopra, lo scarso valore del Corano non deriva da una valutazione dei suoi contenuti, morali, religiosi o letterari che siano, ma dalla sua (bassa) efficacia come scudo contro i proiettili. Dicevo il primo passaggio, perché il secondo è il suo raffronto, sulla base dello STESSO valore, a qualcos’altro, nei termini lavoro – bisogno (o investimento – ritorno, rischio – guadagno o simili).

Ne deriva che il valore, per lo meno inteso in senso economico, è sempre una grandezza relativa, ed è semplicemente privo di senso al di fuori di questa relazione. Non ha pertanto alcun senso parlare di valori in sé, di valori assoluti o valori non negoziabili. C’è allora da chiedersi se le cose stiano in modo diverso se si considera il valore in senso non economico, per esempio come valore morale o estetico. Prenderei le mosse da un testo di Carl Schmitt, Die Tyrannei der Werte (ed. it. La tirannia dei valori, Adeplhi, 2008), che cerca di misurare l’impatto della nozione di valore in ambito giuridico. Schmitt mette le cose in chiaro fin dalle prime pagine:

La conversione in valori, la “valorizzazione” (Ver-Wertung) rende commensurabile l’incommensurabile. in tal modo beni, scopi, ideali e interessi del tutto privi di relazioni, per esempio di Chiese cristiane, sindacati socialisti, associazioni di contadini, medici, vittime di calamità, profughi, famiglie numerose, ecc., diventano confrontabili e suscettibili di compromesso, tanto che se ne potrebbe calcolare una quota nella distribuzione del prodotto sociale. (p. 19)

Il valore, allora, non è definito tanto dai suoi contenuti (i valori morali, i valori naturali, i valori culturali e via valorizzando) ma dalla sua fungibilità: il valore non è, ma vale (p. 46), ossia non è alcunché di esistente ma si riferisce a grandezze esistenti, ponendole su una scala ordinata in senso gerarchico, per l’appunto di maggiore o minor valore. Insomma,

Se qualcosa ha valore, e quanto ne ha, se qualcosa è un valore, e in quale misura, lo si può stabilire soltanto in base a un punto di osservazione o punto di vista già posto. La filosofia del valori è una “filosofia di punti” (PunktPhilosophie), l’etica dei valori un’etica di punti (PunktEthik) […] Non  si tratta quindi né di idee, né di categorie,  né di principi né di premesse. Sono propriamente “punti”. Essi si collocano nel sistema di un puro prospettivismo, un sistema di relazioni. Ogni valore è quindi un valore di posizione. Anche il valore supremo […] ha proprio in quanto tale, in quanto valore supremo, solo il suo valore di posizione nel sistema dei valori. (pp. 53-54)

Un breve inciso in filosofese, prima di riprendere l’analisi sul punto: il valore ha uno statuto ontologico del tutto simile alle categorie aristoteliche, dato che, come queste, si dice della cosa, non è nella cosa. Infatti, proprio come le categorie classiche, esso ha la funzione di collocare ciò che esso valuta (il valutatum) all’interno di una  struttura comprensiva, in questo caso di una scala quantitativa, in cui il valutatum è presente sempre insieme ad altri, e quindi è maggiore o minore di essi. Il valore è quindi uno strumento di unificazione del molteplice, che permette di attribuire un indice univoco a realtà tra loro diverse: come per sommare mele e pere le devo ricondurre al loro genere maggiore (e perciò posso dire che tre mele e quattro pere sono sette frutti), così il valore mi permette di dire se una bicicletta vale più o meno di un prosciutto o di una credenza. La differenza è che le categorie sono determinazioni ontologiche, vale a dire che si radicano nella struttura stessa dell’essere, mentre il valore è una determinazione pragmatica, vale a dire che si riferisce non alle cose stesse ma alle loro condizioni di utilizzo.

Quello che conta, comunque, è che il valore opera sempre allo stesso modo: definisce un criterio di misura e attua questa misurazione, per raffrontarla ad altre. In questo senso, esso è astratto (perché coglie un solo aspetto di ciò che ha davanti e in questo modo vede tutto sotto uno stesso punto di vista), e totalitario, dato che questa astrazione viene applicata a qualsiasi possibile oggetto, che nulla trova collocazione al di fuori della sua scala, se non per essere definito privo di valore, e quindi indegno di considerazione e privo persino del diritto di menzione, se non di esistenza.

A questo punto, possiamo cominciare a chiederci quale sia il rapporto tra valore ed economia: come si è visto, l’operazione economica fondamentale è un raffronto tra diverse grandezze di uno stesso valore, e questo raffronto è radicato nella struttura stessa del valore, che ha per l’appunto la funzione pragmatica fondamentale di operare un raffronto tra grandezze diverse. Il punto è che si tratta di una funzione pragmatica, caratterizzata dal tipo di prassi che ne deriva: di conseguenza, a definire il valore come economico piuttosto che come giuridico, etico, artistico o quant’altro, è per l’appunto il tipo di prassi, e non il tipo di valore.

Continuando a sviluppare la proposizione elementare dell’economico, è possibile notare che nel raffronto tra le due grandezze di valore (lavoro – investimento – rischio e bisogno – ritorno  guadagno), il rapporto tra queste due è quello tra mezzo e fine: la prima viene spesa per produrre la seconda. Pertanto, il requisito di valutazione fondamentale è che il valore del mezzo sia inferiore a quello del fine, che l’investimento del mezzo produca più valore che vi sia, appunto, una valorizzazione. In altre parole, si tratta di determinare l’efficienza di un processo, nel suo senso più proprio di capacità di efficiere, di produrre qualcosa che prima non c’era, dove questo surplus di prodotto è, appunto, il maggior valore del fine rispetto al mezzo. Quello a cui assistiamo nella prassi economica, allora, è una valutazione di secondo ordine: nella prima si raffrontano le due grandezza di valore e nella seconda si misura il loro differenziale rispetto al valore dell’efficienza.

Questo è il passaggio che distingue la valutazione economica rispetto a quella giuridica, in cui  un fatto viene valutato in termini di liceità (vale a dire che viene valutata la sua conformità a un insieme dato di norme), a quella estetica, in cui un’opera viene valutata per l’effetto che produce sul suo fruitore, e così via. Si tratta di una differenza di struttura, di forma della prassi; i relativi valori di secondo grado (efficienza, liceità, effetto e così via) non sono, allora, valori in sé, ma sono radicati in questa prassi. Per questo motivo, le diverse valutazioni possono intrecciarsi con tanta facilità, come ad esempio quando viene definito un illecito rispetto alla sua funzionalità nel produrne un altro: perché le diverse prassi sono ben note e articolate, e ne sono chiare le condizioni di compatibilità. Insomma, non esiste un valore specificamente economico, e l’economia non ha, di per sé, più attinenza al valore rispetto ad altri ambiti della prassi umana.

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