L’utero in comune

A me pare che il dato più significativo della (meritatamente) sfortunata campagna per il Fertility Day sia la definizione della fertilità come “bene comune”, con la quale si uniscono la classica visione per cui ciò che avviene in una vagina non sia di esclusiva pertinenza della proprietaria della vagina stessa ma riguardi l’insieme del consesso sociale, e il modello di campagna demografica di ducesca memoria che a tanti è stata richiamata, per cui è interesse collettivo che si facciano più figli.

fertility

Il fatto che tutto questo venga espresso con la più trita e triste formula inventata in questi tristi e triti anni dalla sinistra italiana, mi sembra poi ulteriormente significativo: da un lato conferma quanto una formula scarsamente definita ben si presti a essere utilizzata in modi assai diversi, anche per finalità ideologicamente opposte a quelle di coloro che l’hanno inventata, e dall’altro trova la maniera di opporre, ancora una volta, il bene comune alla sovranità individuale. Che ciò avvenga nella comunicazione di un governo e di un dicastero che si spendono quanto più possono per garantire il massimo di potere e di risorse ai soggetti privati, è ulteriore prova di come un certo modello di ipercapitalismo faccia tutt’uno con la cancellazione della sfera più privata: il corpo e i vissuti. La fertilità come bene comune, amministrato da una sanità sempre più privatizzata: ecco come si chiude il cerchio della grande appropriazione.

Per meglio dire, come si intenderebbe chiudere, visto che almeno su questo fronte i detentori di organi riproduttivi sembrano intenzionati a farsi gli affari loro. In altri campi, come i social network e più in generale tutto ciò che riguarda i dati personali degli utenti, questo modello è trionfante: da una parte vieni spinto a condividere, a rendere comune ogni aspetto della tua esistenza (facendoti peraltro credere che esso possa davvero interessare qualcuno) e dall’altro l’infrastruttura che gestisce tutta questa condivisione è saldamente nelle mani dei suoi proprietari. Così come siamo tutti produttori non remunerati di contenuti così, con la stessa logica, il ministero della salute vorrebbe che fossimo produttori non remunerati (visto lo stato dei servizi sociali di questo paese) di ricambio demografico: a queste condizioni, quella che potrebbe sembrare una campagna goffa e retrograda rivela, probabilmente al di là delle intenzioni dei suoi ideatori, una capacità notevole di allinearsi sulle punte più avanzate dello sfruttamento nella tarda modernità, assumendovi addirittura una posizione di avanguardia: altro è convincere gli utenti a condividere, cedendo qualsiasi diritto a ricavarne valore, foto e pensierini, altro è convincerli a mettere i propri genitali al servizio della causa, e soprattutto a gettarsi nel baratro della genitorialità senza altra rete di protezione che il senso del dovere demografico.

C’è, infine, un ulteriore punto di contatto tra queste modalità di sfruttamento del privato attraverso la sua condivisione: l’appello al narcisismo. Così come l’utente è disposto a dire tutto di sé e a farsi misurare e prevedere nelle sue sole funzioni rilevanti (quella di consumatore e, in seconda battuta di elettore) quando gli si fa credere che ogni sua boiatina merita di essere resa pubblica, così si cerca di convincere i cittadini, specie se giovani, a figliare in nome del preteso valore sociale dei fatti loro, della realizzazione di sé che deriva dalla riproduzione. I figli come ultima espressione narcisistica, il riconoscimento della natura quasi eroica del gesto per gratificare l’ego di chi si presta a far da fattrice.

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5 thoughts on “L’utero in comune

  1. Questo si potrebbe, però, dire di qualunque campagna, perché ciò che accade nei miei polmoni o nell’abitacolo della mia auto dovrebbe avere un interesse per la collettività? Lei immagina una società in cui non esiste una politica demografica, in un senso o nell’altro. Quando ero piccolo era nell’altro, si parlava del fatto che fossimo troppi. Perché in un senso non dà scandalo e nell’altro sì? Con l’età la fertilità diminuisce, la popolazione invecchia, ma non vuole sentirselo dire. Non si chiedono figli per avere baionette, ma per conservare una fascia di popolazione che sia produttiva e in grado di sostenere quella che invecchia. Ducesco, razzista è sostenere, come da più parti si è fatto, che ci sono gli immigrati per questo.

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    1. CHe la demografa sia questone sociale è pacifico. Che sia urgente un dibattito serio sulla questione demografica, ancor più. Che la fertilità sia un bene comune, ecco, questo è il problema: la fertilità è di chi ce l’ha, per lo meno perché il corpo è il confine fondamentale e inviolabile tra ciò che è mio e ciò che non lo è.

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      1. Disgiungere la demografia dalla riproduzione è esercizio difficile e la fertilità è di chi l’ha allo stesso modo dell’integrità fisica in caso di incidente. Noi accettiamo che ci si obblighi a indossare le cinture e abbiamo crisi isteriche se ci viene consigliato di fare i figli in età che sono, fino a che la scienza non sarà messa al bando perché offensiva, più indicate. Un consiglio, come quello di avere una alimentazione sana e fare attività fisica. Io non ci vedo una violazione del diritto di decidere se e quando.

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      2. Le cinture in auto e il casco in moto sono obbligatori per una serie di ragioni: perché vi è una questione di responsabilità civile verso terzi (se ti investo e tu sei sulla moto senza casco ti uccido, se hai il casco magari no), perché la strada è suolo pubblico e quindi legittimo oggetto di prescrizioni sulle modalità con cui fruirne, perché limitare la gravità degli incidenti è questione di interesse sociale, sanitario e di finanza pubblica.
        Detto questo, ben venga un programma di medicina riproduttiva, con la relativa campagna di comunicazione (magari un po’ migliore di questa). Non avreinulla da dire se il ministero si fosse limitato a dire che una gravidanza tardiva comporta maggiori rischi e costi sanitari, ovviamente. Ho invece molto da obiettare quando si fa un passo ulteriore, che è poi il punto del mio intervento e che continui a ignorare parlando d’altro: la scelta di fare o meno figli e la possibilità fisiologica di farli NON sono un bene comune, ma riguardano gli individui coinvolti e la loro sfera più inviolabile. Dire il contrario indica un atteggiamento ideologico per cui la riproduzione, anzi, la sua stessa possibilità, sono un luogo di appropriazione del corpo da parte della società, attraverso la gestione di un soggetto a ciò deputato. Il mio punto è semplicmeente questo, e su questo ho trovato analogie, che mi paiono signficative, con il modello più avanzato di sfruttamento degli utenti dei social network.

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  2. Ho un approccio talmente ideologico a quanto accade che ho immaginato che la forma del messaggio non fosse stata scelta dal ministro, approvata certamente, ma che ci fosse dietro quel tentativo di appropriarsi del corpo della donna lo ignoravo.

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