In difesa delle grandi opere

Chi parla del superamento delle ideologie è, spesso, il più propenso a fabbricarsene di proprie, il più delle volte meno articolate e più vincolanti di quelle già presenti le quali, se non altro, avendo un trascorso di rapporti con la realtà, ne hanno guadagnato in contenuto e in flessibilità. Un caso tipico è quello dell’ostilità preconcetta verso le grandi opere che sarebbero sempre inutili, costose e, soprattutto, tanto foriere di corruzione e malcostume variamente assortito da risultare intrinsecamente immorali.

autobahn

Un paio di esempi di questi giorni sono il pezzo dell’Espresso sulla TAV e la decisione dell’amministrazione romana e dei suoi referenti politici nazionali di rifiutare le olimpiadi, per rinnovare la propria immagine di rigorosa incorruttibilità a spese di un grande progetto di investimenti (e in questo caso, con la morte del cuore, mi tocca avere la stessa opinione di Renzi quando la definisce una mossa per rifarsi la verginità). Eppure, l’impatto macroeconomico delle grandi infrastrutture è ormai assodato: investire molti soldi pubblici in un grande progetto utile porta benefici che vanno molto al di là di quelli legati ai cantieri. Basti pensare, per fare un esempio appropriato, alle olimpiadi di Roma del 1960, che hanno dato alla città l’aeroporto di Fiumicino e il villaggio olimpico, forse l’unico esempio di quartiere moderno della città che non si sia risolto in un totale fallimento. O al sistema di canali navigabili in Germania, che ha abbattuto il costo economico e ambientale dei trasporti, prodotto un forte sviluppo locale e generato effetti di sistema che hanno contribuito in modo significativo alla competitività tedesca. Certo, per fare un sistema efficace di canali servono opere non proprio piccole, come per esempio questa:

magdeburg

Invece, in Italia si sragiona contrapponendo cose come la Tav a cose come il riordino idrogeologico, o la messa in sicurezza antisismica. Si sragiona per diversi motivi: innanzitutto, si crea una contrapposizione inesistente, dal momento che altro è finire un’opera avviata, con quattrini già stanziati e contributi già ricevuti, altro spendere altri soldi per interventi di altro tipo. Poi, perché quelle di cui si parla sono, se intese correttamente, opere altrettanto grandi: mettere in sicurezza milioni di metri cubi di fabbricato, secondo dei protocolli seri e in modo efficace ed efficiente, richiede tanti soldi e tanto coordinamento quanto ne serve per fare un traforo. Infine, perché è una tipica forma di falsa coscienza, quella di chi preferisce non agire per non assumersi responsabilità e, per evitare di scoprire il proprio gioco, ricorre alla solita formula del benaltrismo.

Ma vediamo che cosa significherebbe occuparsi sul serio delle mille, necessarie, opere “a geografia estesa”, vale a dire non localizzati in un punto specifico ad alta intensità di investimento, come un traforo, un ponte o una linea ferroviaria, ma disperse in molti piccoli interventi: quelle per il riassetto idrogeologico, per la messa in sicurezza antisismica, per l’efficienza della rete idrica, tanto per citare le tre più ovvie. In tutti questi casi, si tratta di opere per un valore complessivo di svariati miliardi, quindi “grandi” almeno dal punto di vista della spesa. Si tratta di opere che possono essere gestite in due modi.

Il primo è attraverso un sistema di monitoraggio integrato, che cerchi di garantire la conformità e la regolarità dei mille cantieri aperti e di coordinare le attività, gli acquisti e la logistica per generare sinergie e risparmi e per attribuire responsabilità chiare e univoche, e allora siamo di nuovo sul terreno delle grandi opere, almeno dal punto di vista gestionale: un quadro unico della tipologia di intervento da realizzare (per esempio, le caratteristiche costruttive antisismiche da introdurre), un soggetto incaricato di censire lo stato di partenza e gli interventi necessari, una normativa chiara sui lavori da eseguire, i requisiti delle aziende e i costi da sostenere, un direttore dei lavori nelle diverse fasi che controlli la conformità di tutto quello che avviene. Un approccio di questo tipo, chiaramente, comporta gli stessi rischi di corruzione, ritardi e inefficienze di una grande opera classica, moltiplicandoli per la dispersione delle attività.

Altrimenti, si può procedere con un approccio da “piccola opera”: si stanziano dei soldi, si fa una legge quadro e poi ognuno presenta le carte, prende i finanziamenti e fa un po’ come gli pare. In questo caso, invece di avere uno sviluppo integrato si avrebbe una serie di interventi difficilmente controllabili, dispersi e complessivamente più costosi, visto che sarebbe molto più difficile attuare le necessarie sinergie. Quanto alla trasparenza, alla regolarità e all’onestà, si dovrebbe far conto sui mille geometri comunali, funzionari delle sovrintendenze, delle regioni e di ogni altro ente competente, senza contare gli impresari edili e tutti i professionisti variamente coinvolti: ovvio che ci si può mettere la mano sul fuoco, visto che in questo paese disonesta, incompetenza e inefficienza sono prerogativa esclusiva dei politici e delle grandi multinazionali, e tutto il resto è bello, buono e sano. Ironaia a parte, è chiaro che la frammmentazione delle opere e dei livelli decisionali e organizzativi non è certo una garanzia di trasparenza e onestà, come dovrebbe essere evdiente che mille piccoli cantieri, ognuno per conto suo, producono molta più evasione fiscale, lavoro nero e incidenti sul lavoro rispetto alle tanto vituperata grandi opere e, presumibilmente, anche alle “grandi opere di sistema”, ossia al coordinamento unitario di opere dislocate.

Poi ci si stupisce se uno pensa che quelli che parlano tanto di onestà intendono soprattutto quella altrui, visto che alla fine, come dire, tutti dobbiamo campare.

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