Il messaggio, il selfie, il suicidio

Svolgere un’attività in modo continuo, persino ossessivo, non implica necessariamente che se ne abbia padronanza, o per lo meno contezza.  Ciò è particolarmente vero nel caso della comunicazione: viene praticata con un’intensità senza pari, senz’altro superiore ai meriti di ciò che viene comunicato, eppure le modalità con cui la si pratica sono di un’ingenuità disarmante. Un caso interessante in questo senso è quello di Tiziana Cantone, e delle molte altre vicende simili, fortunatamente meno tragiche.

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Mi sembra, infatti, che pochi si rendano conto di una delle caratteristiche essenziali della comunicazione riguarda lo statuto del messaggio: una volta trasmesso, esso è nella completa disponibilità di chi lo riceve, ma resta sotto la responsabilità di chi lo ha prodotto. Ciò vale per qualsiasi messaggio, dalla grande opera letteraria al selfie con la bocca a culo di gallina: una volta consegnato, l’autore si espone insieme alla sua opera, senza avere nessun controllo su quest’ultima. Certo, esistono usi leciti e meno, e certo che il messaggio può essere consegnato al destinatario sotto varie condizioni, ma l’autonomia del messaggio dal suo autore resta un dato di fatto, anzi il dato centrale della comunicazione. Credere, per esempio, che la propria immagine resti nella propria disponibilità, quasi fosse un’estensione di sé, è una forma di superstizione, non molto diversa da quella descritta nel 1641 da John Wilkins nel suo Mercury (pp. 5-7):

How Strange a thing this Art of Writing did seem at its first Invention, we may guess by the late discovered Americans, who were amazed to fee men converse with Books, and could scarce make themselves believe that a Paper should speak; especially, when after all their Attention and Listening to any Writing (as their Custom was) they could never perceive any Words or Sound to proceed from it.

There is a pretty Relation to this purpose concerning an Indian Slave, who being sent by his Master, with a Basket of Figs and a Letter, did by the way eat up a great part of his Carriage, conveying the remainder unto the Person to whom he was directed, who when he had read the Letter, and not finding the quantity of Figs answerable to what was there spoken of, he accuses the Slave of eating them, telling him what the Letter said against him. But the Indian (notwithstanding this proof) did confidently abjure the Fact cursing the Paper, as being a false and lying Witness. After this, being sent again with the like Carriage, and a Letter expressing the just number of Figs that were to be delivered, he did again, according to his former Practice, devour a great part of them by the way; but before he meddled with any, (to prevent all following Accusations) he first took the Letter, and hid that under a great Stone, assuring himself, that if it did not see him eat the Figs, it could never tell of him; but being now more strongly accused than before, he confessed the Fault, admiring the Divinity of the Paper, and for the future does promise his best Fidelity in every Employment.

La titolarità del messaggio resta una questione puramente formale, come ogni rapporto di proprietà: la scelta di vincolarne la diffusione a tutela della privacy, del diritto d’autore o di altre istanze agisce in senso contrario alla diffusibilità tendenzialmente illimitata che ne costituisce uno degli attributi essenziali. Proprio su questa ambiguità del rapporto tra autore e messaggio, del resto, giocano i social network e tutta l’economia dei big data: una volta immesso qualcosa in un circuito di comunicazione, esso è a disposizione di chiunque possa raggiungerlo, e chi controlla questo circuito finisce per avere completo accesso, utilizzo e possibilità di sfruttamento di ogni contenuto.

L’aspetto interessante è che molto spesso il maggior valore di questi messaggi sta nella loro autenticità, ossia nel loro esprimere effettivamente ciò che l’autore ha di più caro, ciò che sente maggiormente suo, ciò che definisce la sua identità e che, anzi, il trovare evidenza ed esistenza autonoma in un messaggio condiviso finisce per dare maggior solidità alla percezione che l’autore ha di se stesso e che altri hanno di lui. Così, la protagonista della vicenda che prendiamo a esempio ha condiviso con altre persone i suoi filmati per affermare con altri qualcosa di sé, evidentemente rispondendo a un’esigenza profonda; allo stesso tempo, ha cercato di limitarne la diffusione ai suoi destinatari originali, ignorando, come lo schiavo del racconto di Wilkins, che il messaggio ha una persistenza e una sua fungibilità autonome. E così, il messaggio immesso in un circuito di comunicazione più ampio ha prodotto altri effetti, generando utili per alcuni, solleticando il morboso piacere dell’ipocrisia e la squallida viltà del ludibrio in altri, e in generale tornando, vero e proprio revenant, a ossessionare l’autrice. Perché un testo non è mai lettera morta, è lettera zombie.

Da tutto ciò si può cavare, però,una morale: quella che l’ossessione per l’autorappresentazione, l’autenticità, con tutte le sue trappole, come unico modello di valore, si avviluppa in contraddizioni devastanti quando segue la sua tendenza più impellente, quella all’espressione. Espressione in senso proprio, come nel tedesco Aus-druck: pressione verso l’esterno, secondo una fisiologia che spesso ha ben poco di intenzionale. Altra cosa sarebbe se, invece di raccontare se stessi si parlasse delle cose, delle idee, dei problemi e delle soluzioni; se si utilizzasse la più potente tecnologia mai inventata per la diffusione della conoscenza a questi fini, e non per rpietere continuamente io, io, io. Al posto di un io che diventa altro, e che fattosi terza persona ossessiona la prima, la avvinghia e la trascina, una riflessione, una notizia, un’idea, un’informazione sufficientemente elaborata e meditata da avere vita propria, farsi patrimonio comune e partecipare a un dibattito in cui al centro sia ciò che viene detto e non chi lo dice: si chiama cultura e, anche se costa un po’ di fatica, ne vale la pena.

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