La strana macchina delle parole

A tutta prima, sembra abbastanza semplice dire che cosa sia un testo: una sequenza di parole disposte in modo significativo, tale da poter essere riprodotta su diversi supporti. Chiaramente, qui si intende il termine nel suo senso più specifico, quello verbale; sappiamo bene che in molti campi la valenza di testo può essere attribuita a oggetti ben diversi: una musica, innanzitutto, ma anche una sequenza di numeri o di operazioni, un’opera d’altre figurativa e persino un oggetto d’uso, per esempio in ambito archeologico o storico (un reperto è un testo).

destini-incrociati

Si tratta ovviamente di interpretazioni derivate, ma forse è interessante chiedersi in che modo esse siano compatibili con il significato indicato all’inizio: l’oggetto “testo”, nel suo senso corrente, non ha molto in comune con gli altri. Ciò che li raccoglie è la loro funzione: un testo è un oggetto suscettibile di interpretazioni, che si svolgono secondo un doppio codice, definito da un lato dall’interprete, dall’altro dal testo stesso. Così un orcio cretese per l’olio può essere oggetto di molte manipolazioni interpretative, ma esse non potranno mai prescindere dal fatto, ad esempio, che fosse servito a contenere olio e non vino, o che le sue decorazioni siano geometriche o figurative. Allo stesso modo, l’archeologo “legge” il vaso in modo diverso dallo storico dell’arte, dato che mettono in campo codici diversi.

Un testo è insomma una macchina per generare interpretazioni: come ogni macchina, il suo funzionamento è definito da regole specifiche, che ne definiscono il senso o, meglio, la pertinenza di senso. È interessante notare come l’ampiezza dell’ambito di interpretazioni possibili sia una funzione diretta della complessità della macchina testuale, e come questa complessità ne sia un indicatore di valore, in relazione al suo ambito di utilizzo: estremamente ricercata in letteratura, ad esempio, decisamente meno in un’analisi clinica. Un testo è però sempre interpretabile, anzi è testo proprio perché interpretabile, al punto che qualsiasi cosa, rimanendo se stessa, diviene oggetto di interpretazioni molteplici, diventa per ciò stesso un testo.

Questa multiformità del testo trova una sua straordinaria realizzazione nel modello dell’ipertesto, che da un lato estende e completa l’oggetto testuale, fornendo con i link e gli elementi multimediali un percorso interpretativo già definito, dall’altro, moltiplicando le svolte e le intersezioni, moltiplica anche le interpretazioni possibili, con lo stesso atto con cui le istruisce e le dirige. Per questo, non riesco a non essere deluso da come si sono sviluppati gli e-book: i libri sono i testi per eccellenza, gli oggetti infinitamente riproducibili e continuamente interpretabili; la semplicità della loro forma sequenziale si apre in un profluvio di fruizioni possibili, nella lettura e nella scrittura, nella scrittura e nella critica. Il sistema di note e indici di un buon saggio, che ne forma un abbozzo di ipertesto, è un’impalcatura di fruizioni diverse, dalla rilettura al confronto, dalla ricerca di citazioni attraverso l’indice analitico alla contestualizzazione, approfondimento e critica della bibliografia.

Nella maggior parte degli e-book questi apparati sono presenti ma in modo marginale, sono scomodi da utilizzare e, nel migliore dei casi, non forniscono nulla in più rispetto al tradizionale libro cartaceo. Eppure un testo digitale è, per sua natura, molto analogico, stampato irreversibilmente su un foglio di carta: cercare al suo interno, selezionare e copiare sono operazioni enormemente più semplici, quanto dovrebbe essere passare dalla citazione in un testo che si sta leggendo alla pagina da cui è tratto nell’originale, o da un termine alle sue occorrenze in quello e in altri testi, senza contare la possibilità di spostarsi dal testo stesso alla montagna di pagine presenti sul web. Un e-book potrebbe, e forse dovrebbe, essere una porzione definita, ma non limitata, in un mare di testo e di testi, navigabile in ogni direzione e profondità, sempre aperto a ogni lettura, interpretazione, critica e confronto. Invece, è nella maggior parte dei casi solo l’imitazione di un libro, riprodotta su uno strumento che, in tutti i suoi altri usi quotidiani, dimostra ben altre capacità: un residuo analogico in un mondo digitale. Così la lettura, che per tutta la durata della storia fino a noi è stata un’operazione di estrema duttilità, si irrigidisce nel suo ambito ben delimitato, si fa dettare regole a cui non è mai voluta, né dovuta sottostare: i limiti del vecchio libro, dovuti alle costrizioni oggettive della materia di cui era fatto, vengono ripresi pari pari in una struttura che non ha nessuna ragione di doverli soffrire, se non quella di essere priva di fantasia, di audacia e forse persino di intelligenza. Il testo si fa oggetto, e ci perde.

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