Il gioco bloccato

Ormai in tutte le democrazie occidentali sembra che la dialettica politica si eserciti soltanto tra i due poli della tecnocrazia e del populismo, che hanno ormai sostanzialmente sostituito i due campi del conservatorismo e del liberalismo o socialismo, a seconda dei casi. Per meglio dire, la linea di tendenza prevalente vede la tecnocrazia occupare spazi di rappresentanza tradizionalmente collocati “a sinistra” e il populismo “a destra”, con notevoli eccezioni.

elite-populismo

Un buon esempio in questo senso è fornito dagli Stati Uniti, con Hillary Clinton perfetto esempio di un establishment che vede nel mandato popolare solo il riconoscimento, da accettare graziosamente, di una prerogativa cui si ha diritto indiscutibile, e Donald Trump, che a forza di esprimersi con la pancia arriva spesso anche all’ultimo tratto dell’apparato digerente. Analogo il caso francese, con il Front National a esprimere e amplificare i peggiori borborigmi delle budella galliche e i valori repubblicani a fornire ai partiti storicamente al governo l’unico argomento possibile, quello del meno peggio. Altrove la situazione è più complicata, ma la coppia tecnocrazia-populismo è comunque prevalente, anche se va dalla barocca palude spagnola alla composita situazione greca, in cui un partito antitecnocratico (più che populista) di sinistra governa insieme a uno populista di destra dopo essere riuscito a prendere le misure con la realtà. C’è poi la Germania, dove la destra populista è pur presente ma vista con tale, e giustificato, orrore da non essere un pericolo reale, anche perché la tecnocrazia è forma di governo particolarmente apprezzata dai tedeschi, che accettano di buon grado che chi governa sia migliore di chi è governato, a patto che vi sia una forte condivisione dei valori di fondo.

Il caso italiano è particolarmente interessante, visto che da noi, a confermare il ruolo di laboratorio politico di avanguardia di questo fortunato Paese, cose del genere sono ormai la norma. Da noi la destra populista è (ri)nata negli anni Novanta, con una sinistra che ha vissuto, prima a malincuore poi con sempre maggiore convinzione, il paradosso di essere la parte politica che, pur non avendo mai governato per tutta la Prima Repubblica, rappresentava l’establishment e la parte perbene della società. Avendo vissuto in netto anticipo quello che nel resto del mondo accade soltanto oggi, il quadro italiano si è evoluto in modo assai significativo: dopo la parentesi del governo Monti, vale a dire la più estrema incarnazione della tecnocrazia che si potesse immaginare, oggi il linguaggio populista è onnipervasivo. Dalle smorfie di Renzi che, per avvalorare le sue proposte, finge il conflitto continuo con i tecnocrati europei, al populismo lepenista della Lega, dall’eterno ritorno dello stagionatissimo latin lover di Arcore fino ai deliri acchiappaclic dei grillini, in Italia è tutta una gara a parlare al cuore e alla pancia, e la testa è esclusa da qualsiasi agibilità politica. Al tempo stesso, si può essere certi che i reali margini di manovra sono ben ristretti, che in fondo nessuno che arrivi al governo produrrà veri sfracelli, che l’unica garanzia è, come mostra bene il caso di Roma, quanto più si ostenta differenza tanto più si è in continuità, quanto più si bercia di novità, tanto più si è incompetenti: si è, di fatto, operata la classica trasformazione italiana per cui nulla è più normale dell’emergenza, nulla più stabile del provvisorio, nessuno più pompiere dell’incendiario.

Per capire meglio che cosa significhi tutto questo nel panorama nazionale e, più in generale, quali siano le conseguenze dell’attuale riformulazione del quadro politico, più o meno in tutto l’Occidente, può essere opportuno esaminare un po’ più da vicino populismo e tecnocrazia, che finora ho soltanto nominato, senza definirli.  La differenza di toni e stili e ovvia, quella di contenuti passa da momenti di contrapposizione netta ad altri decisamente più sfumati e, quanto alla rappresentanza sociale, se il primo sembra più incline a farsi portavoce degli strati socioculturali più bassi e la seconda di quelli più alti, vi sono comunque notevoli intersezioni: per fare un esempio, Trump si identifica con i bianchi poveri ma fa gli interessi dei ricchi, Clinton si identifica con i neri, i latini e le donne ma fa anche lei gli interessi dei ricchi. Bisogna poi considerare che esiste un populismo “di sinistra” e uno “di destra”, che tendono abbastanza facilmente ad allearsi, il che complica ulteriormente le cose.

In ogni caso, sembra che il populismo abbia come matrice fondamentale l’identificazione di un “noi”, di un popolo appunto, che si sente minacciato da un doppio pericolo esterno: dall’alto, le élite che si sono appropriate di ogni potere, a partire da quello economico, e da lì sfruttano il popolo; dal basso, i barbari che premono alle porte di casa, minacciando la sicurezza del popolo e facendo concorrenza leale. Si tratta di un quadro tipicamente protofascista, che non matura mai in pieno fascismo solo perché gli manca l’esaltazione dello Stato come incarnazione sovrastorica dell’essenza nazionale, e si ferma a un misto di ribellismo anarcoide e “governo degli onesti”, magari con una qualche spruzzata di assemblearismo e orgoglio dell’ignoranza, e magari una buona dose di leadership carismatica (variabile a seconda dei casi: molto elevata per Trump e Grillo, meno per Salvini e Le Pen, assai ridotta per Frauke Petry). Come si vede, si tratta di un modello molto elastico, tipicamente subalterno, che acquisisce contenuti soltanto in contrapposizione ai propri nemici.

Dall’altra parte, la tecnocrazia non è meno indefinita: se fa più o meno propri alcuni valori convenzionalmente progressisti, come l’antirazzismo, la parità di genere, la difesa di un qualche residuo di welfare e una generale inclinazione per la scienza, l’innovazione e la modernità, sembra che lo faccia solo perché in fondo si tratta di faccende tutto sommato poco impegnative e che pure stanno a cuore a un pezzo di società sufficientemente ampio da fornire una decente base di consenso. Se non è abbastanza per scaldare i cuori, al resto pensa la sozza faccia dei populisti, per difendersi dai quali va bene anche affidarsi alle fredde mani dell’establishment. Anche la tecnocrazia, insomma, ricava le principali ragioni di consenso dalla contrapposizione a un avversario, dal non essere ciò che non è, insomma da una forma di subalternità.

Detto questo, la tecnocrazia è tale solo se si trova al governo, o comunque ha consuetudine con il potere: questo è il tratto che accomuna soggetti, parti politiche, stili e agende diverse come quelle di Clinton, Merkel e Hollande. Il populismo, invece, può essere al potere, come in Ungheria, Polonia o in molti passaggi della storia italiana recente, o all’opposizione: in ogni caso, è certo che non mancano mai nemici a cui dare la colpa dei propri fallimenti o, in generale, dei molti problemi che non si riescono a risolvere. Questa è la ragione per cui il populismo è politicamente più forte della tecnocrazia, ed è forse per questo che in Italia, dove questa dialettica occupa interamente la scena politica da più tempo, ormai non esistono partiti politici di una certa rilevanza che non siano fortemente populisti.

Se, a questo punto, è possibile pronosticare che, in un prossimo futuro, la scena politica occidentale sarà dominata da populismi di varia denominazione, resta la questione fondamentale: perché l’elettorato non può (più) scegliere tra opzioni realmente differenti, tra visioni del mondo autonome e alternative, ed è ridotto, in un evidente svuotamento di senso della democrazia, a un gioco delle parti? La risposta semplice è che è inevitabile che sia così, se la politica può ben poco di fronte alle “leggi del mercato” e allo strapotere della finanza. Non dico che sia una risposta sbagliata, ma non è sufficiente: in fondo, in quasi tutto l’Occidente il gioco della democrazia si è svolto in un ambito di opzioni relativamente ristretto, quello dell’economia di mercato più o meno sociale, dei valori costituzionali, della tutela delle parti sociali e dei corpi intermedi, mentre le diverse forme di cogestione, di partecipazione e financo di consociativismo hanno risparmiato gli scossoni più pesanti.

In altre parole, si è sempre giocato all’interno del sistema perché il sistema, in fondo, teneva abbastanza e con sufficiente soddisfazione di tutti, tanto da accettare, entro certi limiti, una certa oscillazione nelle opzioni possibili. Il problema è che oggi il sistema non tiene più tanto bene: la diseguaglianza sociale cresce, i redditi da lavoro sono in continua contrazione, le risorse pubbliche per la solidarietà e gli investimenti sono scarse, e soprattutto al classico ciclo di crisi e crescita sembra essersi sostituito un ciclo che, al massimo, è di crisi e assestamento in attesa della nuova crisi. Le ragioni profonde sono parecchie, e mi sembra di essermi già dilungato anche troppo per esaminarle qui, ma mi pare chiaro che, se il sistema non funziona, ogni opzione politica che non miri, di fatto, alla conservazione, è potenzialmente devastante; e se la tecnocrazia è conservativa per definizione, il populismo lo è per vocazione. Perciò, la moda che ci aspetta è ormai solo questa:

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