La sindrome ereditaria

L’aspirazione a vivere di rendita non sarà delle più nobili ma è certo comprensibile: non doversi far carico della quotidiana fatica del lavoro, della responsabilità e dei crucci dell’impresa, delle mille trappole e incertezze dell’innovazione è senz’altro più comodo, e permette di dedicare le proprie energie a cose più piacevoli, più appassionanti e, persino, più nobili. Quello che riesce meno accettabile è spesso chi vive di rendita, e ancor più chi vorrebbe farlo, finisce per attaccarsi al proprio piccolo vantaggio, a praticare la difesa miope ed egoista del proprio privilegio, a incattivirsi e impigrirsi nella convinzione della propria eccezionalità, peraltro priva di merito: la spocchia degli ereditieri, la grettezza dei raccomandati, la piccineria della rendita di posizione.

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A me pare che questo modo di vedere le cose sia ormai prevalente tra gli italiani. Ogni volta che sento ripetere la baggianata secondo cui potremmo vivere di turismo e di eccellenze alimentari, mi pare di leggervi la piccola ambizione di vivere di bellezze e di bontà che ci siamo trovati in dote alla nascita, prodotte dall’ingegno, dalla fatica e dalla propensione al nuovo di innumeri generazioni passate. Così la cultura in questo Paese è essenzialmente preservazione della tradizione, la valorizzazione dell’arte e della bellezza è un affare burocratico di sovrintendenze, che basterebbe leggere il loro burocratese per rendersi conto che chi scrive così non ha nulla a che vedere con bellezza e cultura. Allo stesso modo, sembra che l’unico parametro per giudicare se un cibo è buono sia la sua provenienza da uno spicchio di territorio opportunamente perimetrato da un consorzio locale, che garantisce sul fatto che è (più o meno) fatto come lo faceva nonna Abelarda, e che per questo si sente autorizzato a rivendicare un monopolio sulla ricetta e a gridare alla contraffazione ogni volta che può e al tradimento ogni volta che conviene, salvo poi ricorrere a ogni trucchetto di bassa cucina (è il caso di dirlo) per aumentare la produzione e moltiplicare le vendite.

Mi viene da pensare, insomma, che l’attaccamento degli italiani alle tradizioni non sia soltanto una comprensibile reazione al disorientamento causato dalla continua trasformazione del mondo, e al fatto che, per usare un eufemismo, non sempre questi cambiamenti sembrano andare nel verso giusto; mi pare che al fondo vi sia il tentativo di costruirsi una qualche rendita di posizione e di difenderla a ogni costo, anche a quello di complicare, e non poco, la vita a chi ne sta al di fuori. Da qui a pensare che questa sia almeno una delle radici della crisi profonda della nostra società e della nostra cultura, non ci vuole molto: giacché una società di cercatori di privilegi da difendere è una società divisa, priva di solidarietà, chiusa al futuro, strutturalmente disonesta e in cui molti sono pronti a incolpare chicchessia e ad assolvere sé, i propri cari e chiunque possa tornar comodo. Una società per cui valore e cultura significano solo tradizione e conservazione finisce per diventare, in breve, sospettosa e aggressivamente ignorante, risentita verso ogni forma di pensiero critico, dato che pensare criticamente significa in primo luogo non accettare la tradizione come intrinsecamente valida.

Con ciò, non voglio certo affermare, in modo altrettanto acritico e antistorico, che l’innovazione sia sempre e comunque migliore, e che il progresso sia irreversibilmente destinato a portare alla felicità. Faccio il possibile per tenermi ben lontano da simili contrapposizioni unilaterali e astratte, come le avrebbe definite un signore di Stoccarda; vorrei solo che si considerasse l’insieme di saperi e forme ereditate dalla tradizione come un dato storico, prodotto da fattori eterogenei e quasi sempre irripetibili, che oggi ci stanno di fronte per essere agite e trasformate, esposte al rischio di perdersi e alla possibilità di migliorarsi. Solo interpretando la tradizione come parte di una storia che continua anche nelle nostre azioni la si tiene viva, e come tutte le cose vive tende a trasformarsi e ad essere libera: trasformandola in un feticcio possiamo farla diventare nostra proprietà, ma al prezzo di ridurla a cosa morta, dal valore sempre minore nonostante tutti gli sforzi di proclamarne l’inestimabilità, per cercare in realtà di alzarne il prezzo.

Lo so, la sto prendendo alla lontana. È che mi pare che il rifiuto di discostarsi dalla tradizione, l’aderenza a un certo modo di fare le cose, non sia semplicemente il legittimo esercizio di un’opzione tra le altre possibili, ma venga rivendicato come l’unica scelta legittima, da imporre a tutti e da tutelare come diritto inviolabile; che “tradizionale” significhi, insomma, lo stesso che “legittimo” o “naturale”, un po’ come accade, ma non voglio eccedere in divagazioni, con l’affermazione del modello tradizionale di famiglia come il solo possibile, o per lo meno auspicabile.

In realtà, queste considerazioni generiche traggono spunto da questo interessante scambio di opinioni avviato dal mio amico Antonio Tombolini sulla ricostruzione post-terremoto. Vi si sostiene che la parola d’ordine del “dov’era e com’era”, che viene ripetuta ogni volta che un evento catastrofico distrugge qualcosa, forse non indica sempre la strada migliore. Vi sono casi in cui il pericolo di nuovi crolli è tale da rendere consigliabile l’abbandono del sito, altri in cui per ricostruire in modo più sicuro bisogna necessariamente farlo in modo diverso, altri ancora in cui ciò che è crollato non era poi un così enorme tesoro dell’umanità; soprattutto, Antonio dice che la volontà di tutelare ad ogni costo il tipico e il pittoresco assomiglia alle volte a una forma di accanimento terapeutico, e conclude dicendo “temo che così si rischi di trattare quei paeselli e quelle genti alla stregua di un “prodotto tipico” da tutelare per la bella tavola di noi gourmet di città, senza preoccuparci della sostenibilità della sua filiera di produzione, e della qualità della vita di chi lo produce”.

Ecco, l’idea che l’esistente vada bene così com’è, se lo è da abbastanza tempo da esser divenuto tradizionale, tipico o pittoresco, mi sembra una pessima idea. Quel borgo, quella chiesetta, quel palazzo storico non sono sempre così: il più delle volte, proprio perché i pittoreschi borghi d’Italia hanno origini tanto antiche, prima di loro c’era qualcos’altro, a volte non meno pregevole. Basta farsi un giro per le basiliche di Roma per vedere che sono in genere costruire a strati, con una chiesa romanica sopra una paleocristiana sopra un mitreo (san Clemente), o una facciata barocca attaccata a un corpo romanico (san Giovanni in Laterano, san Paolo, santa Maria Maggiore). A volte si è costruito sopra rovine prodotte dai terremoti, dalle guerre o dalla semplice incuria, a volte il gusto più recente ha dettato modifiche e aggiunte che oggi si attirerebbero gli strali di ogni sovrintendente; alcuni di questi interventi sono stati pregevoli, altri meno, ma sono i rischi di quando si fa.

Il punto è che il territorio è il posto dove vivono le persone, e non una reliquia. Agire con rispetto, intelligenza e buon gusto è imperativo, nei confronti del territorio come di ogni altro aspetto della vita: ma rispetto, intelligenza e buon gusto non sono necessariamente la stessa cosa della conservazione dell’esistente e ancor meno del suo ripristino artificioso. Se crolla la volta di Cimabue nella basilica superiore di Assisi, è giusto che si profonda ogni sforzo per ripristinarla; se a venir giù è una qualsiasi chiesetta medievale come ce ne sono a pacchi in ogni angolo d’Italia, magari già quasi abbandonata di suo, forse al suo posto può venir su qualcosa di altro, persino più utile e più bello. Insomma, diciamolo: Amatrice non è Pienza o Civita di Bagnoregio.

Lo stesso vale per le case delle persone: si capisce il forte legame affettivo, e che esso sia ancora più forte dopo un trauma come quello di un terremoto, ma non può essere questo l’unico criterio quando si deve decidere come spendere soldi pubblici, quale futuro progettare per quel luogo e quelle persone, cosa consegnare alla storia. Un tempo, quando c’era un terremoto, un incendio, un’alluvione o un’invasione, si ricostruiva secondo le esigenze e i gusti del tempo, cercando persino di far meglio: perché oggi ci sentiamo così inferiori al nostro passato? Forse perché ci fa più comodo sperare che, così, potremo sfruttarlo per campare di rendita.

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