L’autenticità del selfie

Uno dei concetti chiave del Novecento è quello di autenticità. Si tratta di un concetto propriamente moderno, un prodotto maturo della civiltà industriale: soltanto un’epoca in cui la produzione e la riproduzione avessero raggiunto una tale facilità e abbondanza si sarebbe potuta sollevare la questione della sua origine, della distinzione della cosa da una sua copia o una qualche versione, a vario titolo, impropria. Il problema di cosa sia autentico è, infatti, almeno inizialmente, soprattutto un problema di attribuzione, e di valutazione, di un oggetto: è autentico ciò che è, letteralmente, la stessa cosa che sembra, come un canopo etrusco che è autenticamente etrusco solo se è stato trovato in una necropoli e non se è stato fatto la settimana scorsa da un ceramista perfettamente consapevole delle tecniche e delle forme dell’arte etrusca.

monaselfie

Per ricorrere alla tassonomia aristotelica, l’autenticità, insomma, non risiede né nella causa formale né in quella materiale, e nemmeno in quella finale, ma solo in quella efficiente: a rendere autentico un oggetto, in altre parole, non è come è fatto, né la materia di cui è composto, e nemmeno la sua funzione, ma chi lo ha fatto, e le eventuali discrepanze che si riscontrassero sotto gli altri aspetti tra l’oggetto autentico e la copia servirebbero solo nella misura in cui portassero a identificarne con maggior chiarezza l’origine. È un po’ la logica delle denominazioni “a tutela” dei prodotti alimentari, o dei brand in generale: il marchio non ci dice se sono buoni, se sono fatti nel migliore dei modi o se fanno bene, ci dice solo chi li ha prodotti. È significativo, allora, che un termine così chiaramente legato al mondo della produzione e della merce abbia acquisito, nel pensiero novecentesco, un valore così decisivo e così riferito alla soggettività. Il celebre paragrafo 9 di Essere e Tempo segna, con notevole chiarezza, questo passaggio:

L’Esserci è sempre la sua possibilità, ed esso non l’“ha” semplicemente a titolo di proprietà posseduta da parte di una semplice-presenza. Appunto perché l’Esserci è essenzialmente la sua possibilità, questo ente può, nel suo essere, o “scegliersi”, conquistarsi, oppure perdersi e non conquistarsi affatto oppure conquistarsi solo “apparentemente”. Ma esso può aver perso se stesso o non essersi ancora conquistato solo perché la sua essenza comporta la possibilità dell’autenticità, cioè dell’appropriazione di sé. Autenticità e inautenticità (queste espressioni sono usate nel loro senso terminologico stretto) sono modi di essere che si fondano nell’esser l’esserci determinato, in linea generale, dall’esser-sempre-mio.

Dunque, l’autenticità (Eigentlichkeit) si radica nell’esser-sempre-mio (Jemeingkeit): io mi appartengo e in questo ripiegamento su me stesso, in questo autoriconoscimento, io acquisisco effettivamente ciò che sono: Eigen in tedesco significa “proprio”, Eigentum proprietà. L’autenticità heideggeriana è dunque l’esercizio di una proprietà su se stessi, il farsi oggetto di sé, e qui, in questa riconduzione dell’oggetto alla propria vera origine, si ha la stretta corrispondenza tra l’autenticità soggettiva (esistenziale) e quella oggettiva (materiale). Questo dato mi pare assai interessante, perché all’autenticità è inevitabilmente connesso un giudizio di valore: per quanto Heidegger si precipiti, immediatamente dopo le righe sopra citate, a dire che “l’inautenticità dell’Esserci non comporta però un ‘minor’ essere o un grado ‘inferiore’ di essere”, resta il fatto che tutto lo svolgimento successivo di Essere e tempo, e si può dire anche tutte le ulteriori riflessioni heideggeriane, siano all’insegna della ricerca e dell’affermazione dell’autenticità o, come si esprime lo Heidegger successivo, dell’originarietà; e in questa intercambiabilità del senso di autentico e di originario si trova ulteriore conferma della sostanziale omologia di questo concetto quando riferito all’essere e all’esistenza e quando alla “cosa originale”, alla “real thing”.

Se queste considerazioni sembrano tagliate con l’accetta, è perché lo sono. Ma qui non si tratta tanto di fare una rigorosa esegesi del testo heideggeriano, quanto di valutare in che modo alcune caratteristiche strutturali di questo concetto si applichino alle pratiche di riferimento della nostra società. Credo che vi sia una forte accentuazione dell’autenticità come valore di riferimento, in senso economico, culturale e psicologico.

Cominciando da quello economico: il valore del brand, che la legislazione in materia riferisce esplicitamente all’avviamento, ossia al rapporto di fiducia che si è formato, nel tempo, tra il produttore e il consumatore, vale come un attestato di origine che prova che quel prodotto è, effettivamente, autentico. Lo stesso vale per ogni attestato di conformità o di tutela, che di per sé dichiara essenzialmente che questo prodotto è stato dichiarato conforme da questo ente. Ciò è particolarmente importante, dal momento che mette in luce un legame stretto tra autenticità da un lato e autorità, autorevolezza e autorialità dall’altro: in ognuno di questi casi, infatti, vi è un riconoscimento, o un’attribuzione di valore o di preminenza a un soggetto partendo dalla sua identificazione come “proprio quello” e non un altro, magari del tutto simile ma che non è lo stesso. Si pensi, per esempio, alla differenza di valore che lo stesso dipinto può avere se viene attribuito a un grande maestro o alla sua bottega: il quadro è lo stesso, nulla cambia della sua composizione, della luce, della tavolozza e di ogni altro elemento che ne definisce il valore estetico, ma l’una o l’altra attribuzione ne modificano grandemente tanto il valore commerciale quanto la stessa collocazione nella storia dell’arte.

Come si vede, il trapasso dalla sfera economica a quella culturale è molto facile, ma quest’ultima getta un’altra luce su tutta la questione: se l’autenticità di un prodotto artistico o culturale è legata al suo autore, allora esso è tanto più autentico quanto più esprime l’autore stesso. Si tratta di una svolta fondamentale nello sviluppo dell’autenticità, che peraltro ha una notevole ricaduta anche sul piano economico: si pensi a quanto i prodotti si caratterizzino anche per la loro capacità di esprimere l’identità del loro brand, a quanto i destini delle aziende siano dettati dalla loro capacità di perseguire una mission che spesso ha molto più a che vedere con l’affermazione della propria identità che con considerazioni industriali, tecnologiche o commerciali. Si tratta di una svolta, se non di una vera e propria inversione, perché l’autenticità in senso heideggeriano indica l’appartenenza essenziale dell’essere dell’Esserci a una dimensione ontologica, una radicale apertura all’essere che tutt’altro rispetto all’affermazione di sé che, anzi, a rigore sarebbe l’espressione stessa dell’inautentico; ma tant’è. Quello che conta è che questa centralità dell’autore come tale, persino del suo vissuto, come terreno di elaborazione e di espressione di forme e contenuti, si basa tutta sul riconoscimento di un valore intrinseco a questa forma, degenere quanto si vuole, di autenticità.

Il bello è che, in questo modo, l’autenticità si differenzia dalla verità, se non vi si contrappone esplicitamente: il vero, infatti, è normalmente riconosciuto come ciò che è universalmente valido e dimostrato razionalmente, vale a dire come una condizione oggettiva che non può essere vincolata a particolari condizioni o punti di vista. Lo stesso vale per il “vero poetico”: il senso dell’Amleto non sta certo nell’aver espresso il punto di vista o il vissuto di Shakespeare, ma nella capacità di far, letteralmente, vedere le questioni fondamentali dell’umanità, attraverso un artificio la cui verità sta proprio nel non avere legami con chi la esprime. Lo dice nel migliore dei modi la stessa opera (atto II, scena 2):

Is it not monstrous that this player here,

But in a fiction, in a dream of passion,

Could force his soul so to his own conceit

That from her working all his visage wann’d,

Tears in his eyes, distraction in’s aspect,

A broken voice, and his whole function suiting

With forms to his conceit? and all for nothing!

For Hecuba!

What’s Hecuba to him, or he to Hecuba,

That he should weep for her?

Sembra che, persa ogni ambizione di confrontarsi con la verità, di impegnarsi a fondo nelle cose, di rischiare la confutazione delle tesi o il ridicolo delle convinzioni espresse, si faccia riferimento alla forma più spiccia, fattuale e insulsa di verità, quella del vissuto e dell’empatia tra autore e lettore, accomunati dal vezzo di parlarsi a cuore aperto, dal trasmettere e dal farsi trasmette qualcosa. Così il ragionamento diventa scambio di confidenze, la dialettica chiacchiera, la deliberazione politica sondaggio di opinioni, tutte egualmente valide, perché tutte rappresentative di un qualche punto di vista, e dunque autentiche. È in questo contesto che una Elena Ferrante può passare per grande romanziera, come mostra bene una acuta lettura di un suo libro, che si può trovare da queste parti.

La dimensione culturale passa così direttamente in quella psicologica, e l’autenticità si incarna definitivamente nel narcisismo: parlare di sé, farsi vedere, esprimere un’opinione sono atti fini a se stessi, che si giustificano nella condivisione con cui ci si bea del fatto che altri si occupino di noi, e si forma una rete di esibizioni reciproche, in cui ognuno commenta ciò che fanno altri e si gratifica delle reazioni ai propri commenti sulla vita altrui, o di quelli altrui sulla propria. A sua volta, questa continua esibizione dell’autentico si corrobora di altre autenticità, rafforzandosi reciprocamente, fino a divenire riflesso condizionato. Lo mostra bene il rictus labiale da selfie che affligge innumerevoli fanciulle quando si fotografano: una posa, il cui senso estetico, erotico o di qualsiasi altro genere francamente mi sfugge, che non è la semplice adesione a un modello, ma l’espressione della propria consapevolezza di esibirsi, di essere talmente se stesse da mostrare che ci si sta mettendo in mostra. E in queste labbra che mimano il pertugio di una gallina si cela il senso definitivo di tutto questo teatro: che, nonostante ogni apparenza, da quel pertugio non uscirà nulla di buono, nemmeno un uovo.

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