Piccola utopia abitabile

Abitare è una forma d’arte, per lo meno nel senso in cui ogni arte è un artificio, e ogni abitazione un modo di esistenza artificiale, dal momento che articola le coordinate dello spazio abitato secondo percorsi variamente vincolanti: muri e confini che definiscono il dentro e il fuori, scansioni funzionali dei luoghi e delle attività che vi si possono svolgere, aperture obbligate. Lo spazio abitato è sempre costruito, anche quando è una tenda, persino quando è una grotta; e ogni suo rapporto con la natura è un ricominciare da capo, la costruzione (appunto) di una relazione tra un modo di vivere artificiale e una naturalità che è solo quando viene dichiarata tale, solo quando è, anch’essa, artificiale. Il giardino zen, la casetta sull’albero dei bambini, il cerchio di dolmen, il sentiero nel bosco sono, in primo luogo, una rete di segni e strutture che informano lo spazio che attraversano e che, al limite, dicono “questo che ho davanti è natura” e, indicandolo, lo fanno essere ciò che è.

cascasta

Il mio amico Giancarlino Corcos, insieme a Laura Rosso, ha deciso di prendere la questione di petto, con un’opera di architettura immaginaria, che usa pittura e poesia per creare uno spazio paradossale: una cascata dentro una casa, raccontata da un poema a due voci. L’opera strizza esplicitamente l’occhio a casa Kaufmann, la celebre casa sulla cascata di Lloyd Wright; ma nella semplicità dei suoi mezzi, un telo dipinto, dei pesci di legno e molte parole, quasi la supera in audacia: non è più la casa a stare sulla cascata, ma la cascata a essere nella casa, a essere la casa stessa. Questo risultato viene ottenuto con un intreccio di paradossi e rovesciamenti: il flusso continuo della cascata è immobilizzato in una distesa di pennellate ed evocato dallo scorrere di un racconto che si muove avanti e indietro, descrivendo le vicissitudini dei felici abitanti della casa paradossale e i vani tentativi dell’invidioso signor Bellimbusto, vero e proprio villain da cartone animato, di interferire in questo eden.

Così, invece di una costruzione solida che gioca con un contesto fluido, ci troviamo in uno spazio chiuso e delimitato, nel quale ogni convenzione viene rovesciata: la stasi è movimento, i pesci sono sopra l’acqua e non dentro, la casa viene messa tra parentesi nella sua realtà fisica e continuamente ricostruita nella sua evocazione immaginaria. Tutto intorno, nel dialogo fitto tra la narrazione poetica e le chiacchiere da mostra, tra i giochi e i piccoli enigmi disseminati un po’ dappertutto, tra le mille velocità e le mille stasi di un fluire ininterrotto e continuamente interrotto, si crea la dimensione più essenziale e indispensabile dell’abitare: quella della relazione, dello scambio, del passaggio da una parte all’altra. Questo è il paradosso centrale dell’opera, sul quale si innestano tutti gli altri: uno spazio chiuso e statico, attraverso un’operazione simbolica e una prassi di relazioni, diviene un luogo di erranza, sede di un nomadismo tra i segni e le relazioni che è la casa dell’umano, l’accoglienza e il riconoscimento. Presenza centrale in tutto questo instabile accrocco di mondo, e tanto centrale da essere in un angolo laterale, un tronco d’albero che non tocca terra, sospeso per i rami e senza radici: perché nell’abitare l’essenziale non è dove si sta, il culto idolatra del luogo fisso, ma dove si arriva, la prassi redentrice della coabitazione.

giancarlino-e-laura

Ho visto quest’opera quasi un anno fa, a dicembre 2015. Ne parlo ora, dopo aver perso il momento giusto, perché mi è tornata alla mente dopo un altro intervento sullo spazio abitabile, opposto e infinitamente meno generoso di quello di Giancarlino e Laura: le barricate di Goro, chiusura di un accesso che è al tempo stesso un protervo proclama di inospitalità, difesa del proprio spazio in nome di quelle stesse radici che è così liberatorio lasciare a terra per salire più in alto. La cascata immobile e il fluire di parole, allora, sono letteralmente un’utopia, un luogo orgoglioso di non esserci, che proprio per questo si apre come possibilità, e si racconta in modo incomprensibile a tutti i signor Bellimbusto.

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