Grab them by the pussy

La spiegazione più diffusa alla vittoria di Trump è che si sia trattato di uno schiaffo alle élite. Questa risposta è in parte vera, ma ha soprattutto il vantaggio di permettere agli analisti di sinistra di esprimere una certa empatia con gli strati popolari che hanno votato il miliardario zazzeruto, se non addirittura un certo compiacimento (le élite della sinistra perbene che reagiscono con “l’attonito stupore del padrone che per la prima volta viene disubbidito dalla servitù riottosa e che si chiede come far rientrare quest’insubordinazione”, Marco D’Eramo), e dall’altra di ribadire il loro ruolo di interpreti corretti della realtà, capaci di indicare le soluzioni giuste se solo vengono ascoltati; a questo si aggiunge la Schadenfreude di poter dire “l’avevamo detto” rispetto al colossale errore dell’establishment democratico di ricorrere a ogni mezzuccio per far fuori Sanders e favorire la loro beniamina.

 

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Tutte cose comprensibili, e non nego che la Schadenfreude sia, per lo meno, la miglior consolazione di fronte a un simile trionfo delle più becere pulsioni di una nazione già beceramente pulsionale di suo. Temo, però, che si tratti solo di un modo per riformulare il problema, ricadendo nella tipica illusione di molti intellettuali, per cui basta dare un nome alle cose per averle capite. Credo che bisogni cominciare a interrogare un po’ più a fondo questa spiegazione, a partire dalla sua parola chiave: élite.

È evidente che, se si vuole dare un senso al voto a Trump come contrapposizione alle élite, questo termine debba essere inteso in un senso che possa escludere lo stesso Trump. In altre parole, il fatto che sia un uomo ricchissimo, capace di portare alla fortuna o alla rovina intere città, di assumere o licenziare migliaia di persone, il suo stesso stile di vita sardanapalesco sono tutte cose che, evidentemente, restano al di fuori di questa definizione. Eppure, non sono certo dettagli nel personaggio Trump: la sfacciata, cafonissima esibizione di questi tratti, al contrario, costituisce un fattore di primaria importanza nella sua popolarità. Di più; Trump è sfacciatamente orgoglioso di far parte del famoso 1 per cento, di usare ogni trucco, precluso alla massa, per evitare le tasse, di fare shopping tra i politici di entrambi i partiti per curare i propri interessi; eppure, queste indubbie esibizioni di potere non lo rendono parte delle élite.

Sembrerebbe una contraddizione, e almeno in parte lo è: che cos’altro, se non denaro e potere, potrebbe definire l’appartenenza alle élite? Ma più che di una contraddizione, a mio parere si tratta di equivoco, che è necessario chiarire: per noi intellettuali di sinistra, le élite coincidono con la classe chiusa che esercita il potere e con i suoi collaboratori più stretti, in altre parole sono definite da una condizione reale, da ciò che sono e fanno; per l’elettorato populista, esse non sono definite in termini di essere ma di dover essere, non sono semplicemente chi “ha” il potere ma chi pretende il potere di dire ad altri ciò che devono fare: per dirla in modo altisonante, non è una questione di prerogativa ma di normatività.

Così, il professore universitario che cerca di spiegare che non bisogna usare categorie razziste o sessiste, lo scienziato che mostra la correlazione tra il riscaldamento globale e il proverbiale pick-up con cui il redneck ama scorrazzare, il nutrizionista che dichiara guerra al junk food in nome della prevenzione delle patologie cardiovascolari, e gli esempi potrebbero moltiplicarsi, loro sì che sono percepiti come élite, anche se, tutti assieme, hanno ben meno potere e denaro di Trump. Questi, invece, fa con i suoi soldi quello che i suoi elettori, evidentemente, farebbero se li avessero: si circonda di femmine appariscenti, gira con un grosso aereo con il suo nome sopra, vive in dimore sontuosamente pacchiane; soprattutto, si costruisce un reality show di gran successo, proprio perché gode a licenziare quegli aspiranti manager, di buoni studi e rampanti ambizioni, che sono poi quelli che hanno fottuto la vita ai redneck di cui sopra (il fatto che li licenzi non perché l’hanno fottuta ma perché non sono stati abbastanza efficienti nel farlo è un dettaglio). Quando Trump dice che lui sostanzialmente evade le tasse perché è intelligente, quando dice che un milionario può fare quello che vuole alle donne, anche afferrarle per la topa e loro ci stanno, dice esattamente quello che i suoi potenziali pensano, e che sarebbero felici e orgogliosi di fare se potessero.

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In altre parole, l’esercizio egoistico e volgare del potere da parte di Trump lo pone radicalmente al di sotto di ogni giudizio, in compagnia degli stessi bianchi poveri, ignoranti e razzisti, ciccioni, cacciatori e inquinatori a cui viene detto ogni giorno che devono cambiare modo di vita, mentre le loro sicurezze e i loro redditi si contraggono a vista d’occhio. Per dirla tutta: il miliardario burino non è altro se non la proiezione on steroids del povero burino, ed evidentemente questo è, se non altro, un ottimo argomento contro l’arricchimento dei burini. Il punto veramente importante, mi pare, è però che questa identificazione getta una luce molto chiara sulla concezione della politica e della delega democratica di chi vota secondo un principio di identificazione e non per la condivisione di un programma, per chi, secondo il celebre detto, guarda il dito e non la luna: il governante viene eletto con una delega in bianco, in virtù della quale governa secondo la sua volontà, e bene fa a lamentarsi di tutti gli impedimenti e i contrappesi della divisione dei poteri, che il suo elettore percepisce come analogo dei mille balzelli e divieti che gli complicano la vita e dei mille istituti e corpi intermedi con cui ha a che fare e di cui (sovente a ragione) diffida.

Il governante viene chiamato a esercitare il potere, senza altro limite che il suo giudizio e sotto la sua piena responsabilità, dovendo darne conto al corpo elettorale a intervalli fissi: la democrazia, invece di essere la condivisione del potere e della responsabilità attraverso forme di partecipazione tutelate dalle opportune garanzie, diventa una sorta di monarchia assoluta, eventualmente temperata dal regicidio, secondo una felice espressione apocrifamente attribuita a Edmund Burke. A questo punto, la delega non avviene in base a un programma definito, sia per la sfiducia (ancora una volta, in buona parte meritatamente) nutrita verso i programmi politici, sia perché questa delega avviene in base a un riconoscimento identitario; al massimo, possono avere corso promesse semplici e verificabili, che rispondono a un bisogno immediato e preciso, al di fuori delle quali chi è al potere può fare più o meno tutto quello che vuole, a partire dagli affari suoi.

C’è poi un altro aspetto, altrettanto importante, nella condizione non elitaria di Trump: la sua caratteristica primaria è di avere i soldi, vale a dire quanto vi sia di più celebrato, agognato e rispettato nel sentire comune, tanto che questo rispetto si trasferisce dalla ricchezza posseduta a chi la possiede. Il ricco è un vincente, e pertanto ha pieno titolo di sentirsi superiore; non solo, la ricchezza è sempre un merito, anche quando ereditata o ottenuta per pura buona sorte, sia per un residuo calvinista che la identifica con un segno della grazia divina, sia perché l’egemonia culturale del turbocapitalismo ha convinto la gran massa che chi è ricco ha ragione di suo, e che i ricchi vanno imitati, al massimo invidiati, ma mai criticati.

La cultura, la capacità di usare il raziocinio, l’eloquenza, la verifica puntuale delle informazioni e tutto quanto contraddistingue la capacità di formare un buon argomento o di elaborare una proposta sensata, invece, sono caratteristiche che non interessano più di tanto, a cui non si riconosce particolare rilevanza, e soprattutto che non danno alcun valore a un’opinione, visto che “tutte le opinioni sono uguali”, “ognuno ha diritto alla sua” e comunque tu non mi dici quello che devo fare solo perché ne sai più di me. Anche perché se ne sai più di me tiri a fregarmi, visto che è quello che farei io al tuo posto.

Insomma, la rivolta contro le élite non è soltanto il rifiuto di continuare a farsi governare da chi lo ha fatto finora, con questi così brillanti risultati: è, allo stato attuale, soprattutto la glorificazione dei peggiori istinti e comportamenti asociali, da parte di un popolo che si fa voluttuosamente plebe proprio per dare corpo ai suoi desideri. L’indulgenza, se non il compiacimento, di chi parla di schiaffo alle élite è il frutto di una posizione genuinamente populista: quella di chi pensa che il popolo, come tale, sia virtuoso e giusto, che si debba stare dalla sua parte e che identificarsi con la massa sia moralmente doveroso. Una posizione ingenua, e spesso foriera di tragedie.


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