Bufale orizzontali, censura verticale

L’accusa rivolta a Facebook e Twitter di aver contribuito in modo determinante al successo di Trump, e lo stesso si potrebbe dire del movimento 5 stelle, della Lega e di tutto il simpatico e assortito canagliume populista d’occidente, dice il vero, e al contempo è sbagliata. Se è certamente vero che il populismo campa di bufale, che questi media ne favoriscono la circolazione, e che sulla loro ribalta la bufala ha lo stesso risalto e la stessa dignità della più seria e rigorosa analisi di fatti verificati, rilevanti e significativi, con evidente vantaggio delle bufale, che sono più facili da produrre e fruire, e sono più eclatanti, immediate e viscerali delle ponderose e rigorose analisi dei fatti; se, per farla breve, le celebri parole di Eco sul web e l’imbecillità sono senz’altro vere, temo che il punto non sia esattamente questo o, per meglio dire, che non siano specificamente le policy di Facebook e Twitter.

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Il problema vero, mi pare, sta nella domanda di bufale, nella trasformazione del comportamento degli utenti dei social network. Dovremmo infatti ricordarci che Facebook nasce come piattaforma per la socializzazione, strumento per condividere riflessioni, pensierini e trouvailles del web: video di gattini, inviti a feste, pettegolezzi, trailer di film e partecipazione a giochini, insomma come un’estensione di quella rete semiprivata in cui siamo in rapporto con i nostri amichetti e poco più. La sua (e di Twitter) trasformazione in una nuova agorà, in cui si svolge la conversazione pubblica, si fa mercato e i proprietari della piazza non ricavano i loro introiti tanto dai servizi freemium e da altre piccole amenità del genere, ma dalla gestione di un gigantesco database delle esistenze di praticamente tutti i cittadini digitali dell’Occidente, è probabilmente più la conseguenza di un cambio di paradigma nelle abitudini e nelle esigenze degli utenti che dell’impostazione del medium.

Mi sembra che il ricorso a Facebook come one stop shop, come luogo polifunzionali in cui si socializza, ci si informa, ci si fa un’opinione, si crea consenso e si commercia (in tutti i sensi del termine), sia da un lato in linea con quella tendenza alla concentrazione monopolistica che è un elemento essenziale dell’organizzazione sociale ed economica del presente, e dall’altro risponda, nella sua organizzazione almeno apparentemente orizzontale rispetto alla verticalità dei media tradizionali, a un’esigenza profonda: in entrambi i casi, quindi, che Facebook e Twitter altro non siano altro che conseguenze, più che cause, di fattori strutturali. Prima di proseguire in questo tentativo di disamina, vorrei ricapitolare, se non altro per chiarezza, che cosa intendo per media orizzontali o verticali: i primi sono caratterizzati da una struttura reticolare, tale che nessun punto si trovi in una situazione di superiorità strutturale ad altri, ma possa raggiungere una posizione di preminenza solo per un maggior numero di connessioni, ognuna delle quali impostata su basi paritarie; i secondi hanno una struttura fissa, in genere ad albero, per cui un emittente centrale invia il messaggio a una congerie di destinatari diffusi, che possono avere qualche capacità di risposta e le cui connessioni tra loro (le relazioni tra i diversi destinatari, o i diversi membri del pubblico) non fanno parte della struttura, anche se essa può prevederla. Per quanto riguarda le reti e le loro gerarchie interne, mi permetto di rimandare l’eventuale lettore interessato al bel libro di Albert Lászlό Barabási, Link (Einaudi, 2004).

La struttura orizzontale, che è evidentemente tipica dei social network, comporta delle logiche di fruizione del tutto irriducibili a quella verticale, che caratterizza i media tradizionali. In particolare, essa cambia radicalmente i principi di legittimazione dei contenuti: in un contesto verticale, la credibilità della fonte è data dalla specifica autorevolezza e riconoscibilità dell’emittente, che si identifica come un soggetto estraneo alla platea dei riceventi e che, in genere, fornisce le informazioni secondo modalità e criteri stabiliti e consolidati. In una rete orizzontale, i contenuti vengono condivisi e accettati sulla base della prossimità di chi li propone, che è sempre un fruitore posto allo stesso livello di organizzazione del destinatario; secondo la terminologia di Facebook, è un “amico”, vale a dire un soggetto fortemente prossimo, con una credibilità costruita su base personale. Per questo, le bufale hanno vita così facile su Facebook: perché smentirle significa sminuire chi le propina, il che non sempre è facile, specie tra soggetti poco avvezzi al pensiero critico e alla verifica delle fonti. Questa continua condivisione di informazioni su base orizzontale, ovviamente, contribuisce a rafforzare il senso di appartenenza e a far pesare sempre più le idee comuni, in altre parole a costituire un’ideologia, o meglio ancora ad adottarne una esistente, come segno di appartenenza e di coesione, e ciò a sua volta innesca una continua radicalizzazione dato che, se (mettiamo) in un gruppo di grillini fa fico parlar male di Renzi, chi più ne parla male e più lo dipinge a tinte fosche, diventa con ciò stesso più fico nel gruppo: è così, come insegna la storia dei movimenti politici, che si crea e si consolida il settarismo.

Insomma, la bufala fa liberamente il suo corso, o perché in fondo appaga le aspettative settarie di chi le riceve, o perché comunque non ci si prende sempre la briga di segnalarla come tale a chi la diffonde, con il rischio di una tediosa discussione, con il risultato che resta lì, parte del rumore di fondo, e fa il suo ostinato lavoro. Non vorrei adesso entrare nel ruolo che giocano, in questa dinamica, gli algoritmi di Facebook: programmati, secondo una classica logica commerciale che mira a favorire gli acquisti, per segnalare all’utente contenuti simili a quelli che frequenta, essi applicano lo stesso principio alle informazioni, con il risultato che gli utenti ricevono, in forte prevalenza, notizie selezionate più per la loro aderenza a quelle che normalmente legge e apprezza che per la loro affidabilità; per quanto significativo, mi pare infatti che il loro contributo si faccia sentire solo perché si innesta in una tendenza già presente.

Credo che sia interessante, allora, ripartire dalla constatazione che questo ruolo di Facebook come luogo di circolazione di bufale e veleni non è certo quello originale e probabilmente nemmeno quello più auspicato da chi lo gestisce: non che Zuckerberg e i suoi soci abbiano problemi a pagare le bollette, ma suppongo che a loro farebbe comunque più comodo se si fossero sviluppate più le potenzialità commerciali che quelle politiche del medium. Soprattutto, questa tendenza al settarismo e alla radicalizzazione è, con ogni evidenza, presente nelle nostre società e particolarmente negli ultimi anni, come attestano i risultati elettorali un po’ in tutto l’Occidente. Non posso certo dedicarmi qui all’analisi che questi fenomeni meriterebbero, ammesso che essa sia alla mia portata; vorrei solo dire che questa tendenza si nutre di diffidenza verso tutto ciò che viene “dall’alto”: media, governi, intellettuali e accademie e, ultimamente, persino le popstar. Mi pare che sia in atto un generale ripiegamento nella paura e nel rancore, che spinge a trovarsi solo con i propri simili, e che ciò sia dovuto alla generale mancanza di prospettive e di punti di riferimento che viene sperimentata ogni giorno.

A queste condizioni, Facebook e Twitter hanno successo perché sono orizzontali e sostanzialmente privi di filtri. Introdurli, anche se indubbiamente gioverebbe alla qualità dell’informazione, significherebbe ipso facto “verticalizzare” questi media, e renderli con ciò meno adatti a questa loro funzione. Il problema è che la domanda precede l’offerta (che vi si è infatti adattata in corso d’opera, passando dal selfie con bocca a culo di gallina al “queste cose l’informazione di regime non le dice” e al “se sei indignato anche tu clicca mi piace e condividi”) e che, in mancanza dello sbocco attuale, essa probabilmente si trasferirebbe altrove, una volta che non fosse più adeguatamente soddisfatta dalle soluzioni oggi disponibili. Insomma, combattere la proliferazione di bufale con un intervento dall’alto rischia di apparire come una forma di censura del potere, e rischia addirittura di rafforzarle e legittimarle.

bufala

La soluzione, invece, sta nel seguire questa logica orizzontale, nel lavoro continuo per smontare le bufale e diffondere, a ogni livello, la cultura del confronto e della comprensione critica del mondo, insomma nello sviluppo culturale e intellettuale della nostra società, nella presa di coscienza dei problemi e delle dinamiche reali e nella partecipazione attiva alla loro soluzione, al di là della comoda scorciatoia della demonizzazione di un nemico, spesso fittizio. Si tratta di quello che una volta si chiamava lavoro politico: tutt’altra cosa che fare affidamento all’improbabile senso di responsabilità del signor Zuckerberg o a qualsiasi altra autorità che, in fondo, ci mantenga in quello stato di minorità in cui siamo ricaduti, per nostra colpa.

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