Un sì convinto ma non entusiasta

Ho studiato con la poca attenzione di cui sono capace il testo della riforma costituzionale (qui, per esempio), e in generale mi sono un po’ informato sulla portata di questi cambiamenti. Mi pare che siano modifiche abbastanza di buon senso, che potrebbero essere di qualche utilità e che difficilmente potrebbero fare grossi danni, per quanto possa capirne. Soprattutto, non mi paiono interventi tali da produrre particolari trasformazioni, nel bene o nel male: la stessa trasformazione del Senato, che certo non sembra poca cosa, calata nella realtà del processo legislativo non mi pare possa portare chissà che redistribuzione dei pesi tra i vari poteri, e che si traduca in una semplice abbreviazione dell’iter di alcune pratiche. Più sostanziale è la modifica del titolo quinto, ma credo che sia essenzialmente un robusto correttivo della riforma del 2001, di cui mi pare vi fosse bisogno.

ja

Certo, vedere la costituzione scritta da Dossetti, Terracini e Lelio Basso (per esempio) riscritta, in parte, da Boschi e Renzi (tra gli altri) non è una gran cosa, ma questa è l’Italia di oggi e quella è di allora e, prima che di farsi assalire da un ritorno di nostalgia sarebbe bene ricordarsi che l’Italia di allora era appena stata quella della Risiera di san Saba e della banda Koch, e stava per diventare quella di Gladio, di Portella delle ginestre e di Scelba. A ogni epoca, insomma, la sua costituzione, specie nella parte che determina le regole del gioco; a meno di vederla come una sorta di decreto divino, perfetto per articolo di fede e immutabile sotto pena di eresia.

Dal momento che sono detentore dei pieni diritti elettorali, una simile superficiale considerazione della questione dovrebbe essere sufficiente a permettermi di esercitare in piena coscienza il mio diritto, e tanto potrebbe bastare. Ovviamente, però, non basta: questo referendum è stato trasformato, per iniziativa convergente di tutte le forze politiche, in una prova di forza per il controllo del futuro immediato del Paese, tradendo da un lato il senso della consultazione e, dall’altro, mostrando implicitamente che, sì, è vero che si tratta di alcuni aggiustamenti procedurali e che sono tanto poco uno stravolgimento da poter essere spesi nel mercatino della politica corrente.

È proprio questo aspetto, devo confessarlo, ad aver trasformato in convinto il mio fino ad allora incerto sì. Anzi, a dirla tutta, fino a qualche mese fa la politicizzazione della riforma costituzionale ad esclusivo interesse di Renzi e del suo circolo più intimo mi avrebbe orientato verso il no, per dire la mia scarsa simpatia nei confronti di tutta la compagnia. Adesso, mi sono convinto che una vittoria del no avrebbe l’effetto di galvanizzare soggetti ben peggiori, che hanno visto e rilanciato sulla scommessa della politicizzazione, e che ne uscirebbero enormemente rafforzati, addirittura con la patente di difensori della democrazia da un terribile pericolo.

Vi è, per dirla tutta, il tentativo di costruire una narrazione sullo scontro referendario che mette da una parte le terribili forze dell’establishment antipopolare e antidemocratico, e dall’altra un’accolita raccogliticcia quanto si vuole, ma che comunque agisce a tutela della democrazia e della costituzione, e che sarebbe per ciò stesso legittimata a modificarla, ovviamente in senso populista, nazionalista o in entrambi. Il punto è che gli autoproclamati difensori della costituzione, che in gran parte sarebbero scarsamente titolati anche a difendere le più elementari norme del galateo, cercherebbero immediatamente di capitalizzare la vittoria, trasformando il risultato referendario in una sconfessione di tutti gli equilibri, nazionali e internazionali che definiscono il quadro in cui questa riforma costituzionale è maturata; e io mi fido tremendamente poco delle alternative che costoro potrebbero proporre.

Una sconfessione di queste forze da parte della maggioranza degli elettori non equivarrebbe a una cambiale in bianco all’attuale governo, e ci sarebbe tutto lo spazio per contestarne le iniziative meno condivisibili. La loro acclamazione sarebbe, probabilmente, un passo difficilmente reversibile della trasformazione del corpo elettorale in massa di manovra, del popolo sovrano in plebe gioiosamente acclamante.

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