L’astuzia delle Frattocchie

Presumere la fessaggine altrui è tentazione facile, e che spesso trova abbondante riscontro nei fatti, ma pericolosa: quando si parla di imbecillità, infatti, cerco sempre di tenere a mente l’aurea lezione di Maurizio Ferraris (L’imbecillità è una cosa seria, Il Mulino, 2016), che insegna ad applicare il tu quoque trascendentale, vale a dire a non dare per scontato che l’imbecille non sia, innanzitutto, proprio chi discetta dell’imbecillità altrui. Per questo, cercherò di analizzare la condotta, avventurista fino all’autolesionismo, di Matteo Renzi senza pensare che sia un fesso, anche se so che non è facile.

renzi-scout

La ragione per cui Renzi tanto ci teneva a questa riforma è abbastanza chiara: ha potuto scavalcare il sereno Letta solo perché Napolitano voleva a tutti i costi che si cambiasse la Costituzione nel senso di una maggiore governabilità, il che è anche comprensibile, viste le continue sollecitazioni a cui devono rispondere in questi tempi le istituzioni democratiche, lo stato sociale e la finanza pubblica. Con ogni evidenza, questi erano gli obiettivi della riforma Boschi che, nel suo piglio da regolamento condominiale, in effetti conteneva numerosi provvedimenti in questo senso e, anzi, mi pare fosse tutto sommato una discreta e utile riformetta: nulla per cui esaltarsi, tantomeno qualcosa di cui disperarsi, ma insomma un bel compitino. Soprattutto, paiono francamente ridicoli gli strepiti degli indignati di professione e dei difensori della sacralità della Carta, e ancor più patetici quelli che mettevano i santini di Calamandrei, Dossetti, Terracini e quant’altri a fianco delle ben più prosaiche figure degli estensori dell’attuale riforma, come se le costituzioni fossero cose da sant’uomini per uomini ancora più santi, e non regole per far funzionare decentemente una democrazia composta da molti bravi cittadini, qualche canaglia e uno stuolo di imbecilli.

Detto questo, e con la riforma ancora fresca di inchiostro, il nostro si è messo il cappello di Napoleone, che non è mai un bel vedere: si è intestato la riforma e vi ha legato il suo destino politico, sfidando ogni oppositore alla battaglia decisiva, novello La Marmora alla vigilia di Custoza. Chi se ne intende di tattica, non dico di strategia ma anche solo di tattica, sa bene che quando si ha una posizione di forza non è saggio uscire allo scoperto per attirare tutte le forze nemiche; semmai, è più saggio logorare gli avversari e obbligarli ad accettare lo scontro in condizioni per loro svantaggiose, preferibilmente affrontandoli separatamente. Fuor di metafora, non ci sarebbe voluto molto per capire che l’approccio giusto, con un’opposizione divisa tra un centrodestra logorato dalla lontananza dal potere e due schieramenti antisistema in concorrenza tra loro e che si nutrono di bile, sarebbe stato quello istituzionale. Sarebbe bastato, insomma, fare due cose.

La prima, spacchettare il quesito referendario a seconda dei diversi contenuti: una domanda sul CNEL, una su referendum e leggi di iniziativa popolare, una su Senato delle autonomie e Titolo quinto, o qualcosa del genere. In questo modo, si sarebbero ottenuto un doppio vantaggio, in primo luogo impostando un confronto sui contenuti, alla cui altezza difficilmente casaleggiesi e ruspofili avrebbero potuto tenersi, e in secondo luogo costringendo gli oppositori a dividere la loro risposta e a dividersi tra loro. È difficile infatti immaginare chi avrebbe potuto opporre un no alla proposta di abolite il CNEL, mentre sugli strumenti di democrazia diretta o sulla redistribuzione dei poteri tra regioni e Stato centrale si sarebbe sviluppata una certa articolazione. Invece di battersi da soli contro tutti, i fautori della riforma avrebbero affrontato un avversario diviso, impastoiato da mille distinguo e con un messaggio confuso e meno efficace.

La seconda, ancora più importante: Renzi avrebbe dovuto annunciare le dimissioni e le elezioni anticipate in caso di vittoria del sì, e non del no. In questo modo, avrebbe minimizzato il costo di una eventuale, per quanto a queste condizioni improbabile, sconfitta e avrebbe enormemente incrementato quello della vittoria. Infatti, così facendo avrebbe ribadito che la riforma, in quanto tale, era cosa del parlamento e non del governo, come era giusto che fosse, e avrebbe preso atto che, in caso di sua conferma da parte dell’elettorato, la legislatura avrebbe dovuto terminare rapidamente, visto il drastico mutamento del senato e vista la nuova legge elettorale. Le opposizioni avrebbero avuto ben poca posta politica nell’opporsi, ruspofili e casaleggesi si sarebbero avviati all’autofagocitosi per mancanza di nemico da azzannare, il centrodestra siu sarebbe probabilmente accodato al trionfale corteo dei riformatori. Una volta intascata la vittoria, Renzi avrebbe potuto indossare l’abito dello statista, per presentarsi a nuove elezioni che, a questo punto, avrebbero facilmente potuto dargli quel quaranta per cento che gli sarebbe bastato per governare con comodo un’intera legislatura, e tenere a battesimo la nuova era renziana.

Si dirà che simili considerazioni potevano ben esser fatte prima del voto, e chiedersi come mai me ne esca con consigli magari buoni, ma certamente ormai inutili. La risposta è facile: non ne ho scritto in precedenza perché mi sembravano, e continuano a sembrarmi, considerazioni abbastanza ovvie e perché, se invece avevano un valore, non ho trovato nessuno che le pagasse. Soprattutto, mi sono chiesto a lungo perché Renzi abbia deciso di fare l’esatto contrario, e non ho mai voluto pensare che fosse per semplice fessaggine, per quanto ormai non ne sia più tanto certo.

Soltanto oggi, a ulteriore conferma del tu quoque trascendentale e della mia personale fessaggine, mi è sembrato di capire il motivo di tanta scipitaggine renziana o, per meglio dire, i due motivi. Da un lato, si è voluto intestare personalmente, come suo esclusivo patrimonio politico, l’intera quota dei sì, vale a dire il 40 per cento del numerosissimo elettorato che si è recato alle urne, e per poterlo fare ha dovuto personalizzare in questo modo la battaglia. Certo, portare il 40 per cento a uno scontro a cui serve il 50 non è cosa molto astuta, ed è una maniera certamente poco accorta di gestire i rischi. Mi pare, insomma, che se questo fosse davvero stato il calcolo di Renzi, sarebbe stato un calcolo da imbecilli.

Credo che vada aggiunta una componente, che potremmo chiamare il fattore Frattocchie: Renzi sapeva bene che il partito di cui si trovava a capo, ancorché in larga maggioranza a lui favorevole, lo percepiva comunque come un corpo estraneo, e che la sua presa sul partito non sarebbe mai stata sufficientemente salda. Poco di importante, per la vecchia mentalità democristiana, secondo la quale l’importante era governare, bastando il gioco delle correnti a gestire il partito senza troppi scossoni; per la mentalità del PCI, invece, la compattezza a la risolutezza del partito erano componenti essenziali di ogni agibilità politica, secondo un retaggio dovuto tanto alla forma mentis leninista (il partito come avanguardia) quanto a una tale abitudine all’opposizione da aver fatto diventare quelli interni al partito i soli giochi di potere che si conoscessero.

L’autolesionismo della scelta renziana, allora, è stato, come spesso capita ai casi di imbecillità nella storia, un’astuzia della ragione: il meno comunista dei leader della sinistra, quello meno legato ai giochi di partito della prima repubblica, lo scout sfrontato con l’occhio dritto alla meta, si è fregato utilizzando tutta la sua sfrontatezza e la sua propensione al rischio sul tavolo delle Frattocchie, e con un avversario come D’Alema. Sì, è stato fesso.

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