Il regime degli idioti

Idiota è, stando al dizionario, innanzitutto chi è chiuso in sé, impermeabile alle altrui ragioni e alle informazioni che gli arrivano dall’esterno, quando non siano conformi a ciò che egli ritiene. Idiota è, insomma, chi comunica in un idioletto che sia conforme alle sue idiosincrasie. Vi è una certa protervia, un rifiuto quasi volontario dell’altro che rende l’idiota un tipo peculiare di minus habens, anche quando ne viene elogiata l’innocenza, come in certa pubblicistica religiosa: il molto più conosce Iddio un santo idioto che un savio peccatore del Cavalca, riportato nella definizione citata, è un monito contro la presunzione dei sapienti, e all’idiota stanno sempre per spuntare in mano il forcone e la torcia del pogrom. Così, la perfidia di Dostoevskij che fa inciampare Mishkin per precipitarlo in una crisi epilettica proprio al culmine del discorso con cui stava finalmente conquistando una dignità intellettuale, è a un tempo la messa in prospettiva, e dunque in ridicolo, dei proclami altisonanti, l’avvertenza del rischio di idiosincrasia che si annida in ogni presa di posizione e l’elogio del dubbio e della misura: perché l’idiota non ha dubbi ed è sempre smisurato, dato che non percepisce alcuna misura al di fuori di sé.

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In questo senso si può dire che il Movimento 5 stelle è un cospicuo idiota collettivo, efficace versione 2.0 di quel partito come intellettuale collettivo che ha fatto la storia del Novecento. Si dirà che analoghe forme di idiosincratizzazione cognitiva, se mi si fa passare questo orrendo conio, hanno permeato più o meno ogni istanza politica, con ogni evidenza nei totalitarismi ma anche nelle più misurate e beneducate forme di partecipazione democratica: a dare retta a Schmitt, il politico si fonda in quanto tale sul riconoscimento di un altro come irriducibilmente altro e dunque nemico, e pertanto, aggiungeremmo noi, su un idiotismo fondativo.

Ebbene: sì, ma c’è dell’altro. Se mi par vero che tanto un circolo di illuminati pensatori democratici quanto una banda di bercianti SA si riuniscono e si tengono insieme a partire da una distinzione tra sé e il nemico, pur con tutte ovvie le diversità di grado, di segno, di senso e di metodo, in entrambi i casi questo momento di idiotismo è un passaggio necessario ma non sufficiente: serve comunque una forma di elaborazione ulteriore, una visione del mondo, una ideologia, anche se non soprattutto nel senso deteriore del termine, tanto che è in fondo sul merito di questo contenuto positivo (di ciò che si dice in questo o quel gruppo) che possiamo marcare una differenza tra i primi e i secondi, per esempio tra l’idea di cittadinanza democratica e quella di Volksgemeinschaft, e scusate se è poco. Anzi, si potrebbe quasi misurare la qualità di una proposta politica dalla distanza che assume da quell’idiotismo che, in quanto matrice del politico, è il pre-politico per antonomasia: dalla completa apertura della cittadinanza illuminista e della rule of law a quel vero monumento all’idiozia che è il Meine Ehre heißt Treue (il mio onore si chiama fedeltà) che le SS avevano avuto la franchezza di eleggere a motto. L’ideologia fascista, nel suo sommo idiotismo, è comunque ideologia, vale a dire che deve elaborare una qualche sovrastruttura, per quanto farlocca, che faccia da istanza definitoria, e tanto ci tiene da definirsi “identitaria”: insomma, è definibile un quid oggettivo, un insieme di requisiti e valori che sono quelli, e quelli restano.

Altra cosa, mi pare, sono i casaleggesi: nel loro caso è difficile individuare un qualche tratto identificativo diverso dal mostrarli a dito e dire “ecco, quello è un grillino”, sottintendendo o meno l’immancabile chiosa “va’ che pirla”. Tutto quello che possono fare, per dire chi sono, è elencare una lista confusa di proposte singole, dal reddito di cittadinanza al sostegno alle piccole e medie imprese (le grandi no, che vadano a ramengo), dall’abolizione dell’IMU a quella di Equitalia: proposte sbattute lì un po’ a caso, che non indicano nulla di concreto e ancor meno di sistematico. La sensazione, e dopo più di tre anni di presenza sulla scienza politica nazionale la si può chiamare sensazione solo per quella certa tendenza all’eufemismo tipica di noialtri intellettuali di sinistra quando vogliamo fare del sarcasmo, è che l’essenza del loro fare gruppo sia soltanto il fare gruppo in quanto tale, a partire dall’ostilità per l’altro come nemico.

Con i casaleggesi si ha la continua e radicale conferma del detto spinoziano per cui omnis determinatio est negatio: ciò che li determina è il negare ciò che non sono, e non si danno alcuna determinazione specifica perché, così facendo, negherebbero qualcosa e non qualcuno o, in altre parole, affermerebbero qualcosa di sé, a rischio di dividersi al loro interno e magari di trovarsi un terreno comune con qualcuno di esterno. Hanno ragione a prendersela quando vengono definiti antipolitica perché non sono davvero anti, sono pre-politici: la loro contrapposizione all’altro come nemico è l’atto fondativo, ossessivamente ripetuto come unica (auto)legittimazione possibile. Allo stesso modo, devo dissentire da chi li chiama fascisti, perché sono pre-fascisti, rappresentano il primo conatus essendi del fascismo ma ancora non lo sono.

Resta, come tratto di continuità mai interrotto, la loro ostilità per la “casta”, per tutta una serie di “privilegi”, per i partiti e per tutto ciò che separa le istituzioni dalla democrazia diretta o, meglio, dalla loro concezione di democrazia diretta, gestita privatamente e a porte chiuse. Questa linea di continuità è significativa per due ragioni: perché si gioca tutta, ancora una volta, come contrapposizione al nemico, e perché struttura un modello di gestione del potere che diviene fine a se stesso, legittimato continuamente dalla prima istanza e agito in totale autonomia.

Esaminiamo, a titolo di esempio conclusivo, la loro giravolta dopo il referendum costituzionale: il tentqtivo di Crimi e Toninelli di estendere l’Italicum anche al Senato mi pare cristallino, e non solo per la disinvoltura con cui hanno abbracciato ciò che prima dichiaravano di aborrire, né per la prontezza con cui la loro uscita è stata rimossa dal sacro blog, e nemmeno perché i due hanno il magnifico pregio di essere anche degli splendidi esemplari di cretini. Il maggior interesse della faccenda sta nel combinato disposto, per usare una formula di successo, tra la loro proposta e l’idea di riforma costituzionale lanciata dal loro sodale Di Battista, altro bel soggetto: proposta che, per chi non lo ricordasse, consisterebbe nell’abolire l’immunità parlamentare, nell’istituire di fatto il vincolo di mandato obbligando alle dimissioni chi cambia gruppo parlamentare e nell’introduzione del referendum propositivo senza quorum.

Ricapitoliamo, provando a collegare i puntini. In primo luogo c’è una legge elettorale fatta su misura per dare la maggioranza a un solo partito, che nelle intenzioni di chi l’aveva pensata era comunque bilanciata da una seconda camera eletta in altro modo e con poteri vincolanti sui trattati internazionali, le materie costituzionali e le autonomie locali, ma che nella proposta del dinamico duo Crimi-Toninelli porterebbe alla blindatura del governo a partito unico. Poi abbiamo dei parlamentari che restano bloccati nel partito di appartenenza, e nella fattispecie un partito che espelle i suoi non appena il meraviglioso apparato casaleggese decide che non vanno più bene, con il risultato di espellere direttamente i dissidenti dal parlamento, e infine una macchina per produrre plebisciti a comando. Insomma, un regime fatto e finito, tanto elementare nella sua struttura da poter essere concepito persino da statisti di tal fatta.

Tutto ciò per dire che l’unico tratto identificativo del M5S è la propensione al regime, alla totale uniformità tra istituzioni, comunità di riferimento e cosa pubblica, e che questa propensione non cerca di giustificarsi in nome di una qualche trascendenza, di un fine più alto, ma della comunanza di vedute in quanto tale, nel non-essere-l’altro. Il regime degli idioti è il regime degli idioti, e a loro basta così.

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