Il teatrino della crisi

Dopo aver discettato della fessaggine di Renzi e dell’idiozia pentastellata, adesso che sto per cimentarmi con la povertà estetica e intellettuale della commedia di questa crisi di governo sarà fin troppo facile tacciarmi di arroganza. A mia difesa, posso solo invocare la consapevolezza che chi vede la stupidità negli altri stia in realtà scorgendo la propria, e il solo portato di questa consapevolezza è che questa visione di insipienza mi porta più a cercare di capirla che a disprezzarla. Certo, c’è la possibilità che sia tutto un teatrino, che lo spettacolo di ingenuità cui assistiamo altro non sia che, appunto, uno spettacolo, recitato a beneficio di un pubblico, questo sì, tanto stupido da reagire con sdegno, ossia con quello che in fondo è il sentimento politico più universalmente accessibile ai fessi.

nuvole-2

Ma fare lo stupido non è mai privo di conseguenze, specie se l’abitudine è tanto inveterata da divenire una seconda natura: stupido è chi lo stupido fa, per dirla con Forrest Gump o, più in generale, chi interpreta sempre lo stesso ruolo finisce per non poterne più uscire anche quando è consapevole della finzione, come le marionette di Che cosa sono le nuvole. La politica è rappresentazione, più e prima ancora che rappresentanza: al di là di ciò che accade davvero, quello che conta è che gli attori politici diano corpo alle aspettative che si nutrono nei loro confronti. Questa è forse la ragione principale per cui in questo meraviglioso Paese baciato dal sole si assiste così spesso a una curiosa eterogenesi dei fini, per cui tanto più qualcosa sembra voluta da tutti, tanto meno finisce per realizzarsi, se non altro perché tutti devono mostrare di volerla per ragioni diverse, fino a dover ostacolare chi, pure, andrebbe dalla stessa parte.

Mi pare che proprio questa sia la povera commedia che si tra recitando dopo il referendum. Credo, infatti, che per ognuno dei protagonisti dell’attuale situazione politica possano essere abbastanza facilmente tracciate tanto le posizioni ufficiali quanto gli interessi reali, definendone anche le possibilità di successo.

Cominciamo da quelli che appaiono i vincitori della battaglia referendaria: i casaleggesi. Chiedono elezioni a gran voce, ovviamente, e puntano persino sull’Italicum. In effetti il sistema elettorale del loro miglior nemico, alia Matteo Renzi, sarebbe l’unico in grado di portarli al governo; ma è altrettanto ovvio che non si andrà alle prossime elezioni con questa legge: anche al di là di quanto dirà, con i tempi noti, la Consulta, è evidente che un sistema così fortemente spostato verso il premio di maggioranza non potrà essere impiegato per entrambe le camere, dato che darebbe un vantaggio insostenibile al partito vincitore. Spero che Grillo se ne sia accorto, e che il suo strepito attuale serva solo a mantenere il ruolo; in ogni caso, così facendo si sta condannando all’esclusione dal dibattito sulla vera legge elettorale, e ogni giorno che passerà lascerà lui e i suoi a sgolarsi, mentre la loro più importante esperienza di governo continuerà a sgretolarsi. Di fatto, un sistema fortemente proporzionale, che sembra corrispondere agli orientamenti espressi dalla Consulta per il Porcellum, renderebbe quasi impossibile per il Barnum stellato arrivare al governo. Finora hanno potuto vincere solo con elezioni a doppio turno, approfittando della visceralità con cui la destra osteggia il PD, ma vorrei vedere come potrebbero fare senza la stampella elettorale dei berlusconiani e dei ruspofili. Pertanto, la situazione casaleggese è chiara: perderanno le prossime elezioni e nel tempo di una legislatura finiranno per stremarsi e massacrarsi tra loro, per cui è loro interesse tirare i giochi in lungo per il tempo necessario a inventarsi una via d’uscita.

Passando ai ruspofili, la situazione è simile: anche loro hanno bisogno di un partner che ne allarghi il bacino elettorale. Messi ormai in cascina Meloni e fezzerie varie, devono rendere la ruspa appetibile a un elettorato che puzzi un po’ meno di fogna, e per farlo hanno bisogno di tempo. Certo, possono continuare a giocare ai lepenisti all’arrabbiata, e incombere sul quadro politico restandone ai margini per decenni, come i loro colleghi transalpini. A differenza dei casaleggesi, hanno la solidità di un partito e di un apparato, se non proprio dirigente, per lo meno digerente; in compenso, il loro show di berci e rutti non è all’altezza di quello grillino, e difficilmente potranno mai riuscire a incombere con tutta la minacciosità dei francesi.

Passando ai berluscloni, sembrano decisamente più in forma: hanno retto abbastanza bene il loro periodo di irrilevanza, e hanno per lo meno la lucidità di non scalmanarsi per elezioni subito che non ci potranno essere. Hanno capito bene che i ruspofili da soli non potranno mai governare, e stanno provando a tirar fuori il loro vecchio numero, quello dell’alleanza con i peggio per addomesticarli. Il problema è che il vecchio gagà è ormai grottesco persino per le lettrici di Chi, e la compagnia di giro ha sempre il solito limite: quella di essere composta solo di comprimari. Esiste certamente un elettorato che vorrebbe un partito di destra che sembri un partito e non una banda di orchi, ma questo elettorato vota qualcuno che abbia delle chance di vittoria, come si è visto con la sequela di naufragi delle diverse compagini di centrodestra, di destra europea, di conservatori per bene e simili tentativi di allestire pomeridiane per vecchi abbonati. Nel caso dei berluscloni, la calma ha un che di salma.

Infine, tocca al pentito democratico, o meglio a quello strano gnommero in crisi di identità che è tornato ad essere la casa in cui coabitano lo scout di ritorno e i resti di un partito, che peraltro è partito da un pezzo. Qui lo psicodramma è di casa, e come di prammatica si affrontano due narrazioni: una che legge il dato referendario a capocchia e si intesta il quaranta per cento, un’altra che lo legge a capocchia e si intesta non si sa bene cosa. In ogni caso, sto ancora cercando di capire che scusa l’ex capo sta aspettando per dare le dimissioni e lanciare un’Opa ostile sulla ditta, o se è davvero così fesso da pensare di poter restare là, andare a elezioni e prendere il quaranta per cento. Il problema, beninteso per lui, è che tende a credere alle frottole che racconta. Quanto ai suoi rivali fratocchiani, il loro gioco è sempre lo stesso: aspettare il cadavere lungo il fiume, e intanto fingere di darsi da fare per il bene del paese, magari appoggiando un presidente del consiglio passabilmente democristiano.

A proposito di democristiani, a completare il quadro c’è la mummia presidenziale, che interpreta il classico evergreen: resta il più possibile dietro le quinte, garantisce la continuità istituzionale, lascia che le Camere (buone quelle) trovino chissà quale accordo su chissà quale legge elettorale. Intanto, il tempo passa e magari si riesce a fare qualcosa di decente: in ogni caso, con il parlamento affaccendato nella legge elettorale, altre leggi già calendarizzate, gli impegni internazionali e le varie emergenze che non mancheranno di verificarsi, un nuovo governo ha tutte le ragioni per andare avanti, una settimana dopo l’altra. Sarebbe anche giusto così: con le elezioni in Francia e Germania, un assetto istituzionale confermato dalle urne e un parlamento che ha assicurato finora una maggioranza solida, si levi di torno Renzi che ha fallito il mandato di riforma costituzionale e ora cerca di capire come tornare in sella, gli si spieghi, se proprio si deve, che né governo né maggioranza sono cosa sua, e si trovi un Letta che porti la legislatura al suo naturale compimento. Ci sarebbe anche un tratto assai divertente, uno svolazzo finale di grande ironia: tra le leggi in attesa di essere discusse c’è anche quella sulla legalizzazione della cannabis, e che, a fare finalmente quello che da anni ci si aspetta, sia un grigio democristiano sarebbe una meravigliosa astuzia della ragione.

Solo che nessuno ha voglia di dire le cose come stanno, e tutte le parti in commedia continuano a recitare la parte che si sono scelti, incuranti della realtà e delle norme, che fanno discendere la validità del governo all’esistenza di una maggioranza in parlamento e la fine di una legislatura all’impossibilità di formare una siffatta maggioranza, debitamente constatata dal presidente della repubblica. Tutti si affrettano alla chicken run delle elezioni subito perché le vuole il popolo, e il popolo ovviamente acclama indignato, ché altro non sa fare. Sì, temo che se non la vita, almeno la politica sia la commedia scritta da un idiota. Almeno, vediamoci un film:

 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s