Il bug della rappresentanza

La proposta di Pisapia, persona degnissima, è arrivata buona ultima in una lunga serie di progetti per la costituzione di un soggetto unitario a sinistra, ed era quasi inevitabilmente destinata alla stessa fine di quelle che l’hanno preceduta. Dalla fine farsesca di Rifondazione Comunista in poi, non è mai stato possibile costruire un soggetto che avesse un’esistenza non completamente velleitaria, una valenza non semplicemente accessoria e una proposta non banalmente identitaria. Eppure, appare evidente che lo smantellamento dello stato sociale, i disastri della finanziarizzazione, l’impoverimento dei lavoratori, la predita di rappresentatività delle istituzioni e, più in generale, il disagio economico, sociale, culturale e persino esistenziale di questi ultimi anni rendono necessaria, e urgente, un radicale ripensamento delle attuali condizioni di esistenza, e che proprio questo dovrebbe essere il terreno proprio delle forze di sinistra.

carta-rappresentanza

Perché, allora, questa domanda non trova risposta? Penso che sia perché la risposta data finora, e che le “forze a sinistra del PD” sono in grado di elaborare, sia profondamente sbagliata: se ciò che è reale è razionale, e ciò che è razionale reale, manca proprio quella razionalità che serve ad afferrare il reale, e quel senso di realtà che serve all’elaborazione razionale. Il problema, insomma, sta tanto sul piano degli strumenti di elaborazione intellettuale di cui dispone la sinistra quanto, e forse ancor più, nel loro rapporto con la realtà, nella sfera della loro prassi. Se il primo lato del problema è noto, il che non significa certo che sia risolto, credo che il secondo lo sia meno, e che in realtà sia quello decisivo.

Provo a elaborare: i diversi tentativi di formare questi aggregati sono sempre avvenuti a partire dalla constatazione che diversi soggetti sociali non trovavano adeguata rappresentanza politica, cercando quindi di costruire un soggetto politico che fosse espressione di quelli sociali. Per meglio dire, questo è il modo in cui la questione è stata formulata nella liturgia ufficiale, lasciando in secondo piano un fatto macroscopico: che in realtà c’è sempre stata abbondanza di soggetti politici, identificati in sigle, individui o correnti, e che in primo luogo si sarebbero dovuti unificare, o almeno federare, questi soggetti già esistenti per dar loro maggiore consistenza. In qualche modo, quindi, la rappresentanza politica è sempre già data, e lo scopo dei vari tentativi di unificazione era quello di costruire un soggetto politico abbastanza credibile da attrarre una sufficiente soggettività sociale. Diviene allora evidente il primo errore, palese anche nel quadro cognitivo a cui queste forze dichiarerebbero di ispirarsi: di fatto, invece di partire da una realtà sociale per costruire uno strumento politico, si costruiva un soggetto politico per attrarre rappresentanza sociale, illudendosi che, a cambiare i fattori, si ottenesse lo stesso risultato.

Così, lo si dichiari o meno, la funzione diretta di queste avventure politiche è quella di dare qualcosa da fare ad alcuni esponenti politici, quella indiretta è di presidiare una vasta serie di temi e di posizioni con il risultato di renderne difficile l’elaborazione critica e quasi impossibile l’agibilità politica, condannate come sono al ruolo residuale cui le relegano i loro supposti rappresentanti. Ma questa è soltanto la prima parte del problema: anche se davvero esistessero in primo luogo questi soggetti sociali e se queste istanze fossero già formate, dar loro rappresentanza politica non risolverebbe nulla: qui il problema non è la falsa alternativa tra una sinistra delle istituzioni e una dei movimenti, ma è proprio la logica, tipica della sinistra e tanto più della cosiddetta sinistra radicale, della rappresentanza sociale. In altre parole, sembra che la chiave per fare una politica autenticamente di sinistra, vale a dire una politica capace di affrontare e risolvere le questioni tipicamente di sinistra, sia quella di stabilire una serrata interlocuzione con le classi sociali di riferimento, in uno scambio diretto per cui il partito fa gli interessi della classe e la classe appoggia il partito. Una simile logica ha senso (se ne ha) soltanto a partire da una rigorosa dottrina delle classi, e forse può essere utile ricordare che proprio in Marx la parte meno rigorosa della dottrina sia proprio quella delle classi, ma è inutile perdersi in bizantinismi: la rappresentanza sociale è difficilmente definibile in un contesto fluido come quello attuale, e soprattutto è completamente da provare che questa rappresentanza riesca davvero a risolvere i problemi.

Credo, infatti, che semmai la storia dimostri il contrario: che si è in grado di riconoscere, affrontare e magari risolvere le grandi questioni se le si capisce per ciò che sono, se si riesce a seguirne le diramazioni all’interno di tutto il quadro sociale, e se gli interventi della politica mirano all’efficacia e all’economia di cause ed effetti, più che al piantare bandierine. Un esempio: il cattivo funzionamento della giustizia civile è un fatto evidente, e conduce a un’incertezza del diritto che, oltre a essere un male di per sé, comporta enormi costi in ogni campo, dall’indebito incremento del rischio d’impresa alla difficoltà per lavoratori e consumatori di ottenere le tutele previste dalla legge. Far funzionare meglio la giustizia civile sarebbe dunque una priorità centrale della politica, e libererebbe risorse da impiegare in molte maniere di maggiore utilità, ed è altrettanto certo che la rappresentanza sociale non è di nessuna utilità per questo scopo. Ma anche su questioni più socialmente rilevanti, come per esempio un salario minimo dignitoso, a poco serve dire che ciò tornerebbe a vantaggio della classe politica di riferimento: misure di questo tipo sono praticabili, e auspicabili, in un contesto di programmazione economica che tenga conto di tutte le loro conseguenze, per esempio dell’effetto positivo sui consumi e di quello sugli investimenti, di quanto possa essere fatto per sostenere lo sviluppo di occupazione ad alto valore aggiunto, di una rimodulazione della fiscalità sul lavoro e di quant’altro.

Insomma, più che a una sommatoria di soggetti politici o alla pretesa di porsi come interlocutori privilegiati di certi gruppi sociali, credo che ci si debba muovere sul piano delle idee: ragionare a fondo su quanto succede al mondo, su quali siano le direzioni in cui può andare e a partire da quali centri decisionali e rapporti di forza, e a partire da questo capire che cosa la politica possa ragionevolmente fare, su quali leve agire e con quali strumenti e, a partire da qui, cercare il consenso necessario a dare attuazione al progetto che ne deriva, esponendolo con chiarezza e senza infingimenti o captatio benevolentiae. È chiaro che non si tratta di un’analisi puramente oggettiva, di un impiego della sola ragione strumentale: di mezzo ci sono delle scelte su obiettivi e metodi, vale a dire delle scelte etiche che chiamano in causa dei valori e dei soggetti reali; ma dovrebbe essere altrettanto chiaro che a tenere in mano il filo del ragionamento dovrebbe essere l’intelligenza politica e non la rappresentanza sociale.

E la sinistra? E il nuovo soggetto capace di dare spazio politico ai delusi dal PD e aprire un dialogo costruttivo che si faccia carico del disagio sociale? Come dire, francamente me ne infischierei.

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