Setta a responsabilità limitata

La vicenda dello stimato collaboratore della signora Raggi è stata gestita in modo perfettamente consono alla statura intellettuale e morale dei suoi protagonisti. Credo che valga la pena analizzarla con una certa attenzione, dal momento che attraverso questa lente è possibile mettere in prospettiva le principali caratteristiche del movimento casaleggese. Mai come in questo caso, del resto, l’aggettivo si rivela appropriato: Virginia Raggi ha vinto le famigerate consultazioni online gestite dalla Casaleggio associati, è stata fortemente voluta dal fu Casaleggio padre, e a quanto pare è stata salvata dal figlio di cotanto padre, un tizio che per i suoi meriti, tutti ascrivibili all’anagrafe, e per i suoi modi potrebbe ben esser chiamato l’untuoso del signore. Per completare l’opera, la sindaca sarà d’ora in poi messa sotto tutela, per esempio dal vicesindaco ex leghista e compagno di merende della cara vecchia Casaleggio associati, vale a dire la stessa azienda con cui madame ha firmato il celebre contratto capestro prima della candidatura.

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Il primo interrogativo riguarda le ragioni che hanno spinto il defunto proprietario e l’ancor vivente progenie a sostenere proprio Virginia Raggi. È da dubitare che sia per le sue qualità personali, visto che la sindaca è talmente mediocre che ai campionati mondali della mediocrità arriverebbe seconda (perché è troppo mediocre per arrivare prima), né la sua fedeltà assoluta alla ditta, dato che il gregge pentastellato è noto per la sua totale affezione ai pastori. Resta da cercarne i motivi nel suo curriculum: il passato da passacarte in alcuni dei più ammanicati studi legali romani avrebbe dovuto rappresentare una garanzia di buoni rapporti con alcuni referenti importanti per il controllo della città. Evidentemente non bastava, ed ecco che alla vispa Virginia è stato affiancato il duo Marra e Muraro, per comporre uno splendido trio ittico alla guida della capitale: una tinca e due pesci gatto, ché squali sarebbe troppo. Cascati nella rete i due pesci accompagnatori, la prima pesciolina si è trovata fuor d’acqua, e a questo punto si è reso necessario metterla in una bella boccia in sala stampa, liberare l’acquario dai due capitoni coraggiosi che le erano rimasti a fianco, e sostituirli con un esemplare di importazione, il pesce pilota arrivato alla palude romana dalla laguna veneta. Del resto, diciamocelo: passare da due amici dei fascisti a un mezzo leghista non è poi un cambiamento così cospicuo, numero a parte.

Insomma, a voler essere maliziosi si potrebbe anche dire che l’amministrazione di Roma è un buon esempio della ricetta che la Casaleggio associati ha in preparazione per l’Italia: gran cagnara sul cambiamento radicale, per poi tenersi buoni i potenti di sempre. In fondo, si potrebbe dire che, se a Roma i risultati sono poco brillanti, a Torino stanno riuscendo meglio. Casaleggio come Trump, con la stessa storia di successo, quella di trasformare la vendita di fuffa ai gonzi da attività imprenditoriale in impresa politica. In pratica, si tratta di un notevole salto di qualità rispetto alla fase berlusconiana: se il cavalier Soletta era entrato in politica per tutelare, ed eventualmente espandere i propri affari, qui la politica è generatrice di affari, che si tratti di traffico web, di visibilità per le proprie consulenze o di nuove opportunità di affari.

Se la Casaleggio gestisce il back office del sistema politico pentastellato e si occupa del cash flow, il front end, la propaganda, il reclutamento e la faccia da metterci sono prerogative del grande urlatore. Da questo punto di vista, trovo che la data cruciale per capire lo stato degli equilibri all’interno della setta sia quella del 24 settembre, quando il gran sacerdote ha avocato a sé tutte le funzioni di comando, dichiarando di fatto dissolto ogni organo intermedio e affermando se stesso come unico individuo rispetto alla massa indistinta (uno vale uno, appunto) del resto, siano militanti, eletti o che altro. In quell’occasione, è stato ribadito che il M5S preferisce essere setta che partito: ogni partito, infatti, si caratterizza per la presenza al suo interno di un sistema di responsabilità e competenze, per cui esistono degli organi e dei soggetti che fanno da referenti per le varie questioni o i diversi livelli territoriali e organizzativi. Questa articolazione, oltre alle ragioni organizzative, ha anche una notevole utilità nella dialettica interna, visto che permette ai diversi esponenti e ai singoli militanti di assumere, in piena libertà e sotto la loro responsabilità, diverse posizioni sulle varie questioni, permettendo una deliberazione ponderata, rigorosa e continua delle diverse opzioni.

Sia chiaro, non sto tessendo un elogio della forma partito come necessariamente democratica, civile e matura: la qualità e la libertà del dibattito sono fortemente variabili, ed è fin troppo noto quanto le diverse posizioni e i relativi raggruppamenti servano spesso più a farsi gli affari propri che a dare un contributo al dibattito, senza contare che la struttura del partito funziona benissimo, e gli esempi sono facili quanto abbondanti, da macchina del totalitarismo e della repressione, portata a massima efficienza proprio dalla sua organizzazione interna. Tuttavia, questa articolazione si fonda, anche nei casi più mostruosi, sul riconoscimento delle differenze individuali e del contributo che queste differenze possono dare, tanto che, per dire, Speer, Göring e Goebbels avevano personalità, funzioni e idee ben diverse e riconoscibili.

Le cose vanno in modo diverso nelle sette: non che non ci siano differenze e contrapposizioni anche lì, ma sono prive di ogni riconoscimento. Nella setta c’è un capo e poi ci sono gli altri, che non sono un cazzo, tanto per citare. La dialettica interna diventa lotta intestina e la sola forma in cui viene rappresentata la diversità tra i seguaci è il loro grado di vicinanza al capo. Così, ogni dibattito interno deve necessariamente cedere il passo alla rappresentazione dell’unità carismatica incarnata dal grande leader, il cui primato è garantito per via carismatica e al riparo da qualsiasi discussione.

Anche in questo senso, la vicenda romana è esemplare. In primo luogo, c’è stata la pseudo conferenza stampa in cui la prima pesciolina ha fatto pubblica autocritica e contrizione, utilizzando la stampa come mezzo di diffusione della sua rinnovata professione di fede e di umiltà, culminata nelle scuse al caro leader, che come sempre ci aveva visto giusto a diffidare di quel marpione di Marra. Poi, il comunicato di sedici righe sul sacro blog, che esprime il solito principio: andiamo avanti, la pupa ha sbagliato ma tutti sanno che in fondo è un po’ ingenuotta e che ingenuotta è solo un modo affettuoso per dire cretina, ma la storia siamo noi che uno vale uno, e avanti così e ciccia al culo a chi resta. Insomma, la sindaca è derubricata ufficialmente a personalità di carta velina, mero nome appiccicato su una poltrona che è e resta del movimento e, conseguentemente, del suo padrone; di conseguenza, sempre avanti perché i sindaci passano, il movimento resta. Semmai, tirata d’orecchie supplementare dietro le quinte per questa che si voleva fare il suo raggio magico, come se fosse qualcuno e non solo una parvenza, e anche per il suo sponsor tra i favoriti principali, che se ne stia un po’ in apnea e che mediti su cosa potrebbe fare il presidente del consiglio telecomandato. Il quarto passaggio è il post su Facebook della sindaca, che dichiara che l’incidente è superato e si riprende la lotta per rivoltare Roma da cima a fondo, con il miracoloso piano foglie e l’ancor più mirabolante piano caditoie, che si concretizza nella straordinariamente lungimirante iniziativa che quando piove, forse, qualcuno va e leva le foglie che ostruiscono i chiusini, sotto l’acqua: prese così le misure del difficile lavoro di sindaco, aspettiamo di vedere madame all’opera con ramazza e paletta, o per lo meno a reggere l’ombrello allo scopino, che così lavora più comodo.

Tornando alle dinamiche della setta, ci si trova sempre di fronte allo stesso circuito: si verifica un problema, si grida al tradimento, si reagisce al tradimento con l’epurazione o con il perdono e la messa sotto tutela, si ribadisce la compattezza del movimento attraverso l’intervento salvifico del capo. Qualsiasi altra elaborazione è preclusa, sia perché richiederebbe un processo di elaborazione interno che l’architettura della setta non è in grado di metabolizzare, sia perché rischierebbe di provocare dubbi sulla leadership assoluta e la sua infallibilità: qualsiasi discussione è bandita, perché rischierebbe di degenerare in una messa in discussione. Questo meccanismo è rafforzato, e qui sta la novità del movimento pentastellato rispetto ai suoi predecessori, dalla proprietà del simbolo e dalla funzione dominante esercitata dalla nota azienda privata, a cui viene vincolato il mandato degli eletti: un passaggio che, subordinando il diritto pubblico a quello privato, ribadisce paradossalmente il legame personale tra il capo e gli accoliti. I membri del gregge, avvinti nella loro uguale minorità, si incamminano festanti verso un destino illuminato dalla loro fede, nella serena consapevolezza della loro sacrificabilità.

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