La più balla del mondo

Ogni volta che sento la solita tiritera della Costituzione più bella del mondo mi viene l’orticaria. Innanzitutto perché ho una particolare allergia a ogni manifestazione di quella particolare arroganza dell’ignoranza che permette di estendere all’universo le proprie poco fondate opinioni, esprimendosi in valutazioni di merito tanto più convinte quanto meno fondate, poi perché queste affermazioni tranchant e acritiche finiscono per tradire lo stesso oggetto che vogliono esaltare, mettendolo sottovuotospinto in una campana di sacralizzazione che ne impedisce la vita e l’evoluzione, e infine perché sono spesso, come in questo caso, semplicemente false.

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Con tutto il bene che si può volere alla nostra carta fondamentale, in molti punti essa manifesta il classico vizio italico delle grandi parole dai contenuti vaghi, se non della gran retorica usata come cortina fumogena per nascondere trucchetti poco edificanti. Prendiamo per esempio l’articolo 47, dritto dritto dal sacro titolo I. Eccolo:

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Tutto qui. Vediamo invece come se la sono cavata i tedeschi, la cui Costituzione dovrebbe essere più brutta della nostra, almeno stando alla nota frase fatta. Parliamo ovviamente sempre dei partiti politici, e vediamo l’articolo 21 del loro Grundgesetz:

(I) I partiti collaborano alla formazione della volontà politica del popolo. La loro fondazione è libera. Il loro ordinamento interno deve corrispondere ai principi fondamentali della democrazia. Devono rendere conto pubblicamente dell’origine dei loro mezzi finanziari.

(II) I partiti, che per le loro finalità o per il comportamento dei loro aderenti si prefiggono di danneggiare od eliminare l’ordinamento fondamentale democratico e liberale o di minacciare l’esistenza della Repubblica Federale Tedesca, sono incostituzionali. Sulla questione d’incostituzionalità decide il Tribunale Costituzionale Federale.

(III) I particolari sono regolati da leggi federali.

Da un lato, abbiamo una righetta striminzita che dice poco o nulla, salvo qualche roboante vacuità: quel “liberamente” messo lì non si sa perché, visto che un diritto di associazione è libero anche senza l’avverbio, e quel “metodo democratico” che, se pur dà il conforto che i partiti non dovrebbero essere gestiti in maniera tirannica, dice ben poco, e soprattutto non indica nessun luogo legislativo in cui si potrebbe trovare qualche elemento chiarificatore. Dall’altro, ci sono i tre commi del codice tedesco, che mette in chiaro un bel po’ di cose: che si possono fondare i partiti che si vogliono, ma che devono essere dotati di un ordinamento interno ben definito e che hanno un obbligo di rendiconto finanziario, che sono responsabili anche del comportamento dei loro aderenti di fronte a un tribunale ben definito, e che la legge ordinaria è sovrana nel decidere come devono funzionare. Quest’ultimo punto, in particolare, permette al parlamento di intervenire per via ordinaria, affrontando direttamente le diverse situazioni che possono sorgere nell’evoluzione storica della società tedesca: se all’atto della stesura della carta era difficile immaginare un partito privo di uno statuto definito, il cui simbolo e i cui canali di decisione fossero di proprietà privata di una srl, e i cui candidati, tanto per mettere definitivamente in chiaro le cose, dovessero firmare con questa srl un contratto capestro che ne vincolasse rigidamente il mandato, se tutto questo avvenisse in Germania e la sua violazione di ogni norma democratica non fosse già di per sé così evidente, nulla impedirebbe che una nuova legge ne chiarisse una volta per tutte l’incompatibilità con qualsiasi concezione democratica.

Ora, che i partiti politici in Italia non godano di grande considerazione è cosa nota, e per buoni motivi. Di fatto, è possibile dire che nessuno di essi soddisfi davvero, in maniera almeno appena accettabile, quegli stessi vaghi indirizzi previsti dalla nostra Costituzione: di democratico hanno soltanto, e non certo in tutti i casi, un vago rituale, il cui culmine è nella liturgia dei congressi, ma è evidente che il processo decisionale avviene soprattutto in forza di correnti, il cui statuto è, nel migliore dei casi, scarsamente definito. Non parliamo poi della rendicontazione finanziaria, che nel nostro meraviglioso paese baciato dal sole sarebbe pura fantascienza. Come dice, con molta chiarezza, Malvino I partiti italiani – tutti, quindi non fa differenza se rigettano la denominazione, preferendo quella di movimento – sono enti di fatto, non persone giuridiche, e come tali non hanno da dover render conto a chicchessia dei loro statuti, né di come è retta la loro vita interna”.

Se questi enti di fatto, privi di qualsivoglia consistenza giuridica, sono chiamati, in via sostanzialmente esclusiva, a raccogliere il consenso elettorale e, di fatto, a orientare la formazione della volontà politica del paese e a dettarne, attraverso la legittimazione data dal consenso popolare di cui sono i diretti depositari, le linee di governo e legislazione, non c’è da stupirsi che da tanta vaghezza e altrettanta impunità discenda il malcostume che viene associato a qualsiasi forma di politica italiana. Non sono d’accordo, invece, con Malvino quando sostiene che “se non si procede prima a ridefinire la loro natura giuridica, ogni discussione sull’art. 49 della Costituzione lascia il tempo che trova: rimarranno associazioni private, e come tali potranno fottersene alla grande del «metodo democratico» che si vorrebbe imporre loro”: come mostra il caso tedesco, è proprio la carta fondamentale a dover definire le coordinate giuridiche entro cui disciplinare il funzionamento dei partiti, e non si vede come possa farlo una legge ordinaria in mancanza di una chiara disposizione costituzionale in tal senso.

Soprattutto, non sono d’accordo con lui quando afferma che, in un tale panorama, “si potrà arrivare perfino al paradosso che sarebbe [il M5S] l’ultimo a dover esser sciolto”, e lo fa all’interno di un ragionamento che, nella giusta chiamata in correo degli altri partiti, finisce per metterli sullo stesso piano dei casaleggesi, se non peggio. Non sto, qui, dando un giudizio di merito sulle politiche del partito in questione o sulla loro pretesa di imporre il vincolo di mandato agli eletti, ma mi cerco di attenere alla specificità della loro organizzazione: la faccenda della Casaleggio e associati è grossa come una casa, e la sua proprietà, titolarità e gestione esclusiva dei canali di discussione interna è una eclatante violazione di qualsiasi metodo democratico, anche nei vaghissimi confini entro cui è inteso dall’articolo 47.

Detto questo, i pessimi costumi dei partiti italiani sono a tutti evidenti. E se sono le buone leggi a fare i buoni costumi, la nostra Costituzione sarà bella quanto si vuole, ma certo non è molto buona.


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