Monadi e menadi

Il licenziamento di Giacomo Loprieno, il direttore d’orchestra reo di lesa maestà babbonatalizia, è un buon esempio della condizione antropologica di questo paese. Devo ringraziare il mio amico Antonio Tombolini, osservatore della realtà ben più acuto di quanto lo sia io, per avermi fatto notare quanto questa vicenda sia sintomatica, ben oltre la sua rilevanza di cronaca: lo è perché vi si incrociano i temi dell’educazione dei bambini e di chi ha titolo a deciderne, del lavoro e della facilità con cui lo si può perdere, del rapporto tra pubblico pagante e aziende e, soprattutto, perché è un caso da manuale della facilità con cui l’italiano medio si indigna, pretende riparazione e cerca il linciaggio: una tendenza che, a mio avviso, è centrale nella società di oggi, e in particolare in quella italiana, e che deve essere compresa a fondo se ci si vuole misurare con una qualche incisività con il presente.

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Per capire questa tendenza, nella quale peraltro, come spero di articolare meglio più avanti, si innestano gli altri aspetti della vicenda, vorrei prendere le mosse da un episodio di uno dei miei film preferiti di tutti i tempi, che continua a fornire notevoli scorci su questo meraviglioso paese baciato dal sole: mi riferisco a I mostri di Dino Risi, e in particolare all’episodio L’educazione sentimentale. Vi si vede un padre che insegna al figlioletto ogni sorta di piccole nefandezze quotidiane, cercando di educarlo alla furbizia e alla prepotenza; nel pieno di questa lezione di vita, i due passano sotto dei manifesti elettorali, e lì ovviamente il padre si lancia nella più classica delle tirate sui politici, finendo con queste auree parole: “quelli che dovrebbero pensare agli interessi pubblici, pensano invece agli interessi propri … perché purtroppo c’è questa tendenza alla disonestà, questa tendenza alla malafede”.

Si tratta del classico ritratto dell’italiano medio come siamo abituati a conoscerlo, egoista, cialtrone, prepotente e convinto di sé; un esemplare umano che resta, nei suoi tratti fondamentali, lo stesso anche oggi, ma con una differenza: se fino a poco tempo fa questa pratica parassitaria dell’esistenza riusciva comunque a dare i suoi frutti e l’italiano ci guadagnava il posto fisso, la macchina a rate e la casa di proprietà, oggi tutto questo non funziona più. Lo si vede bene a Roma, una città cresciuta dalla fine della guerra in modo tumultuoso, disordinato e variamente fetente, con un afflusso enorme di provinciali del centro e del sud che trovavano impiego nelle diverse propaggini dell’apparato pubblico, spesso grazie al voto di scambio o ad altre pratiche clientelari. La famosa bonomia romana, la sorniona tolleranza di chi viveva e lasciava vivere non derivava, come tante volte si è finto di credere, dalla saggezza di una città antica che ne ha già viste di tutti i colori, ma dalla sinecura mal meritata di chi si era fatto gli affari propri nel modo giusto, e continuava il suo cabotaggio tra mille impicci quotidiani: la tirata del padre contro i politici serve da assoluzione per le proprie piccole soperchierie, non certo da presa di coscienza del primato dell’interesse pubblico. Con il culo al caldo e la certezza di saper stare al mondo, il romano (e come lui, l’italiano in generale) non aveva troppa voglia di incazzarsi e, soprattutto, gli passava subito, se non altro perché in lui prevaleva l’istinto a conservare ciò che aveva.

Ora che ha perso le sue certezze fondamentali, che la mammella pubblica si fa di giorno in giorno più arida e grinzosa, che il posto fisso diventa sempre più incerto, che gli espedienti quotidiani degli altri confliggono in modo spesso burrascoso con i propri, l’italiano medio si è incattivito assai. La sua diffidenza si è inasprita, la sua prepotenza è divenuta aggressività, la sua astuzia si è fatta lotta per la sopravvivenza; soprattutto, la sua ordinaria soddisfazione di sé si è rovesciata in risentimento per la perdita di qualcosa a cui riteneva di avere diritto, e questo risentimento si esprime, ogni volta che può, come indignazione. Indignazione innanzitutto contro “i politici”, ma anche contro ogni difficoltà della vita quotidiana, che presenta continuamente consumi inaccessibili, desideri sessuali inappagabili, maniere di vivere diverse dalle proprie e, almeno apparentemente, insoddisfacenti. Si accumulano così le mille delusioni a cui fatalmente va incontro chi è costitutivamente convinto di meritarsi di più, dando alle proprie frustrazioni la possibilità di esprimersi a getto continuo, dato che non si attribuiscono alla propria inadeguatezza ma a una qualche colpa altrui; allo stesso tempo, la vecchia astuzia plebea, ormai insufficiente a risolvere i problemi, si rovescia nella protervia con cui si protegge ciò che si sente proprio, a cui ci si aggrappa in un riflesso identitario che permette la coagulazione degli individui in massa. La monade dell’individuo italiano, completamente avvinto nel suo particulare, si trasforma allora in una menade, fusa in un branco furioso contro ciò che sente diverso da sé, affratellato dal delirio con cui riafferma la propria identità ferita.

Che questa condizione ben si presti alla manipolazione politica è cosa ovvia, e non solo in Italia: l’ascesa, e in alcuni casi il trionfo, di movimenti politici che blandiscono la plebe e ne trasformano le ansie in consenso è un fenomeno evidentemente diffuso. In Italia, e in particolare a Roma, a questa condizione di fondo si aggiunge un’ulteriore connotazione specifica: abituato a esercitare la propria cittadinanza secondo robusti principi di convenienza personale, a votare chi lo aiutava e a ossequiare i potenti che si sarebbero potuti rivelare utili, il nostro eroe ora ha rovesciato la sua delusione in astio, e la sua dimensione politica, anche nel senso più ampio del termine, è quella della punizione, la sua socializzazione preferita è il linciaggio. Così, di fronte a qualsiasi delusione, smacco o sopruso, reali o percepiti che siano, la reazione tipica non è quella di riparare il danno ma di punire il colpevole; in un contesto di ansia continua da precarietà occupazionale, la punizione migliore è ovviamente il licenziamento, con una trasposizione da manuale di psicologia elementare.

Ecco allora che il caso da cui sono partito si rivela paradigmatico, e il buon Giacomo Loprieno assurge al ruolo, se non di eroe del nostro tempo, per lo meno a quello di vittima esemplare: qui si ritrovano tutti gli elementi passati in rassegna finora, e a un grado estremo. A fomentare l’indignazione dei presenti, a quanto pare, è stata infatti la pretesa intromissione del direttore d’orchestra nelle credenze che i genitori avrebbero instillato nei loro pargoli: dire che Babbo Natale non esiste equivale così a un atto di lesa maestà anzi, peggio, di lesa proprietà. Mi pare, infatti, che l’argomento saliente di chi condanna il gesto di Loprieno sia che soltanto i genitori possono decidere ciò che è meglio per i loro figli, esattamente come faceva il padre dell’episodio dei Mostri (e infatti, subito dopo la tirata che citavo prima, il nostro se ne esce dicendo al pargolo di non fidarsi mai di nessuno, se non del babbo).

Con questo non credo si intenda avanzare un argomento pedagogico, quanto affermare una pretesa di signoria: il figlio è mio, e decido io che cosa è meglio per lui, come deve essere educato, quali devono essere i suoi punti di riferimento; figurarsi se un estraneo può permettersi di fare dell’ironia su Babbo Natale, dal momento che io ho detto che esiste e la mia autorità non può essere messa in discussione, i figli sono roba mia. Ecco allora che si capisce come mai la tiritera della difesa della famiglia tradizionale abbia tanto successo, anche in una società che ormai campa in modo tutto diverso: la famiglia tradizionale è come Babbo Natale, e non soltanto perché la sua esistenza è parimenti fittizia, ma perché la sua affermazione definisce una sfera di potere irriducibile, una proprietà inalienabile che accomuna, ognuna nel suo, un sacco di monadi. La famiglia, la tradizione, l’identità sono i feticci intorno a cui il frustrato medio organizza il proprio fortino, e a partire da cui è in grado di far causa comune con i suoi simili; addirittura, data la loro natura simbolica, permettono a ogni ignorante l’ebbrezza di partecipare a una battaglia culturale, senza rendesi conto che la cultura, per lo meno dall’avvento della scrittura, è proprio la distruzione dei feticci.

Tutto questo aumenta ancora lo squallore della risposta dell’Auditorium romano, che ha postato la foto del nuovo direttore d’orchestra, Marco Dallara (écrasez l’infame), abbracciato a un Babbo Natale e altre stucchevolezze del genere: questa non è solo la resa di un’istituzione culturale al valore di una fandonia kitsch, e nemmeno una forma, comprensibile per quanto riprovevole, di piaggeria verso il pubblico pagante, ma è l’affermazione della post-verità come orizzonte costitutivo, da parte, va ribadito, di una cosiddetta istituzione culturale. L’esibizione del panzone rossovestito in ogni angolo dell’Auditorium è un modo per dire alla plebe indignata che l’istituzione è dalla loro parte, che la cultura non è studio e conoscenza, che la verità non è oggettività definita con metodo, ma che cultura e verità sono quello che la plebe vuole: per tornare a buttarla in politica, ecco la Weltanschauung a cinque stelle.

Per trovare una speranza, allora, tocca tornare a Dino Risi, e all’inquadratura che chiude L’educazione sentimentale. Come si dice, buona visione:

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