La libertà del padrone

Cercare di capirci qualcosa nel profluvio di annunci che negli ultimi giorni si sono succeduti sul blog dell’ineffabile Beppe Grillo non è facile, se non altro perché leggere una prospettiva unitaria in una matassa di argomenti così eterogenei rischia di incorrere in facili errori, il primo dei quali sarebbe naturalmente quello di presuppore una prospettiva che nei fatti potrebbe anche non esserci: insomma, non si può scartare a priori l’ipotesi che il tenutario del blog se ne esca un po’ alla come viene, sul tipo di quello che al bar si è fatto la fama di punto di riferimento, e deve avere un’opinione su tutto, dal calciomercato al giornalismo, dalla misura ideale delle tette all’immigrazione. Proviamo allora a metterle in fila, per vedere se ci si trova un qualche filo conduttore:

  1. Il discorso di Capodanno, con il tenutario che sembrava voler importare la tradizione americana del Thanksgiving, vista la sua impressionante somiglianza a un tacchino ripieno;
  2. Una ponderosa riflessione di tal Isabella Adinolfi, sul – manco a dirlo – inesorabile declino dei media tradizionali;
  3. Una pomposa autocelebrazione di tal Virginia Raggi, a quanto pare sedicente sindaca di Roma, che vantava le mirabilie di un Capodanno che se lo sognano pure a Roccacannuccia;
  4. La proposta del nuovo codice di comportamento per i portavoce coinvolti in vicende giudiziarie, che è poi un modo altisonante per ribadire che il tenutario comanda lui;
  5. La famosa sparata del tenutario che invocava la giuria popolare per le “balle dei media”, inventando il nuovo criterio di verità per cui la signora Pina ha sempre ragione, se la pensa come il tenutario che decide lui le ragioni della signora Pina;
  6. Un comunicato a firma di tutto il movimento pentastelluto sul fatto che loro sì che garantiscono i cittadini e gli altri invece no;
  7. Un altro comunicato del succitato movimento sui CIE e l’immigrazione, che dà la linea sul fatto che la prima priorità è gestire le espulsioni, problema ovviamente prioritario per un movimento talmente viscerale da tralignare nell’intestinale.

 

grillo-farage

Mi pare che questa sequela di ruminazioni si svolga lungo tre linee: la difesa del proprio operato dagli attacchi dell’esterno, che è parte essenziale di ogni gruppo settario ed è fondamentale per l’affermazione della propria identità come reiterazione della differenza, il consolidamento della figura del leader come sola ricomposizione possibile delle fratture interne e la costruzione di nuove opportunità di manovra per favorire la tattica politica. Queste tre linee vanno insieme: si ribadisce la propria identità e diversità dal resto del mondo per rafforzare l’unità interna in nome della propria irriducibilità di fondo, si rafforza il ruolo del capo per accelerare i processi decisionali e risolvere rapidamente eventuali conflitti e difficoltà, si creano le condizioni per mettere a frutto questa capacità di manovra, secondo il classico schema della rigidità strategica e della flessibilità tattica, schema che ha una lunga e trionfale storia, dal gesuitismo dei cattolici alla celebre doppiezza togliattiana.

Provo, per mettere alla prova questa ipotesi interpretativa, a leggere a questa luce la questione delle false informazioni sul web e della nuova offensiva contro la stampa tradizionale. A mettere in fila i diversi elementi, abbiamo (a) l’ennesima ripetizione della solfa per cui la rete è bella e la stampa è brutta (che mi ricorda inevitabilmente lo slogan “quattro gambe buono, due gambe cattivo” scandito dalle galline di una celebre fattoria), (b) l’attacco variamente surrettizio alla stampa nemica, per cui ogni errore, svista, ipotesi o rumor viene rubricata a bufala fabbricata ad arte, (c) la minaccia, ridicola ma inquietante, della creazione di un apparato repressivo che regoli i conti in sospeso, minaccia di fronte alla quale la corporazione dei giornalisti reagisce con sdegno, per montare il caso e bloccare ogni tentativo di avviare una discussione sul fatto reale, e cioè il proliferare delle bufale sul web, e (d) utilizzare tutta questa cortina fumogena per tenere al riparo la fabbrica aziendale di bufale, mentre si attuano con tutta calma le azioni di reale significato politico.

Da questo punto di vista, è interessante notare come, proprio nel post messo al punto 5 della mia lista, una righetta in apertura comunicasse i risultati (manco a dirlo, trionfali) della consultazione interna sul nuovo codice etico: un giochino che è servito a blindare internamente la tenuta della tinca capitolina, reduce dalla benedizione padronale del suo Capodanno parrocchiale, e soprattutto a ribadire la discrezionalità del boss, unico in grado di garantire la differenza tra un traditore della causa che usa il suo mandato elettorale per fini loschi e un eroico militante osteggiato dai poteri forti. Nella difesa del diritto di bufala c’è infatti, a mio parere, più che la tutela di una importante risorsa per la propaganda: vi è la riaffermazione di una differenza quasi ontologica tra i media tradizionali, appannaggio di “quegli altri” e il meraviglioso mondo della rete, dove ognuno vale uno e la pensa come dice il capo.

La differenza tra la logica verticale dei media broadcast e quella orizzontale del network, su cui avevo cercato di dire qualcosa di sensato qualche giorno fa, non va ovviamente vista come una differenza di valore, ma come una diversa logica: se in questo senso è difficile dare torto a chi si fa beffe del grottesco tentativo di controllare attraverso un’autorità centrale la qualità di informazioni prodotte in modo virale e diffuso, ciò non significa che questa viralità sia garanzia di libertà, anzi, proprio la logica della riproduzione dell’informazione attraverso una sequela di ripetitori allo stesso livello è un formidabile strumento di appiattimento delle coscienze e di controllo, tanto formidabile da poter essere caricato di un valore palingenetico da un sedicente guru che di mestiere faceva il pubblicitario di quart’ordine e da un comico in declino con manie di grandezza. Ecco allora che l’annuncio del nuovo trionfo della consultazione in rete fa sistema con l’invocazione di un sistema analogo per controllare i media, dando alla folla plaudente lo stesso diritto della plebe sugli spalti degli anfiteatri romani: quello di decidere della vita e della morte delle prede che l’imperatore getta ai suoi piedi.

Un despota che utilizza questo consenso per cambiare le carte in tavola, tenere al guinzaglio i suoi accoliti, impedire qualsiasi consolidamento di uno straccio di gruppo dirigente capace, se non di decidere, almeno di opinare in modo autonomo, certo che ad ogni sua giravolta la plebe ne applaudirà la coerenza, almeno finché viene ben nutrita di capri espiatori. Si costruisce così un cortocircuito continuo tra denuncia del nemico interno, condanna dei traditori interni, esaltazione di un’identità costruita per cospirazione e acclamazione del capo carismatico, che ad ogni passo consolida il proprio potere e si mette in condizione di acquisirne di nuovo. Qui entra in gioco l’ultimo dei post del tenutario della mia piccola lista: l’uscita sull’immigrazione, che segna un raro ritorno su un tema probabilmente assai spinoso per le diverse anime della setta. Se non mi sbaglio, la consultazione on line sullo ius soli è stato uno dei pochissimi casi in cui il padrone è stato smentito dalla sua claque; certo, è accaduto qualche tempo fa e proprio quando era opportuno costruirsi un’immagine “di sinistra” per far leva sui tentennamenti del PD bersaniano, ma mi pare che ora il tema sia tornato d’attualità per altri motivi oltre all’attualità di questi giorni di attentati, paranoie e qualche rivolta.

Dovrebbe infatti essere chiaro che non si andrà a votare prima dell’autunno, se non addirittura alla fine della legislatura, e con un sistema che non consentirà a nessuno, tanto meno alla plebe grillina, di avere abbastanza seggi per governare da solo. Mettiamoci anche il clima europeo, con i diversi populismi di destra che si giocheranno la loro partita più importante, e la Brexit tanto amata dal gregge del guru: tutti elementi che contribuiranno a creare un clima di simpatia verso la schiuma lepenista e i suoi vari cloni. Dato che bisogna allearsi, ecco che riprendere la questione dell’immigrazione in una prospettiva tutta giocata sull’ordine pubblico serve bene a preparare una marcia di avvicinamento ai partner più naturali, creando i presupposti per una qualche intesa. Ecco allora che, per convenienza tattica, l’altezzoso isolamento della setta può aprirsi parecchio a destra, realizzando la naturale convergenza tra una setta a guida padronale e il nazionalismo variamente fetente dei ruspofili e dei loro amichetti fraterni: forse il discorso del tacchino di Capodanno, con il suo avvinazzato peana all’orgoglio patrio, va letto anche in questo senso. Anche la recente proposta di uscire dal gruppetto EFDD al parlamento europeo potrebbe essere letta come una maniera per ampliare i margini di manovra, evitando di legarsi a quelli dell’UKIP in uscita: chi parla di “svolta europeista” mostra di averci capito ben poco; anzi, è probabile che l’eventuale ingresso della banda nel gruppo ALDE serva essenzialmente a far casino.

Il gregge, intanto, si sente sempre più libero, nella certezza di avere la stessa volontà del suo padrone. Qualche tempo fa, c’era chi lo chiamava Gleichschaltung, ed era un’istanza fondamentale per la piena attuazione del Führerprinzip. Oppure, se si vuole un esempio meno drammatico:


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