Dispositivi – I

La tecnologia trasforma la realtà, anche quando questa realtà si intendesse in senso esclusivamente sociale: basti pensare al caso esemplare della stampa, che ha reso possibili giganteschi cambiamenti nella produzione e nella circolazione del sapere, mettendone in crisi tutte le precedenti istituzioni; e fin qui siamo al luogo comune. Una questione forse meno ovvia, tanto da poter essere forse di qualche interesse, è quella del rapporto tra la tecnologia, la cultura e le strutture sociali, in altri termini del modo in cui le trasformazioni tecnologiche siano indirizzate dalle specifiche organizzazioni sociali storicamente determinate e dalle loro espressioni culturali, e di come vi agisca a sua volta, producendo le grandi trasformazioni di cui si diceva.

bauhaus-ballet

Si tratta di una questione assai ampia, e certo non penso di poterla esaurire, e nemmeno circoscrivere, nello spazio di un post, nemmeno della lunghezza a cui potrei aver abituato i miei lettori abituali, se ne avessi. Questa è perciò soltanto una prima cellula di un tentativo di ragionamento organico ben più ampio, e anche le successive puntate non potranno fare molto di più che aggiungere qualche altro passaggio, ben sapendo che si tratterà sempre di abbozzi sparsi, bisognosi di ulteriori elaborazioni, approfondimenti e raccordi; ma del resto questo blog non è altro se non un diario, una collazione di scritti estemporanei, che forse potranno essere raccolti, rifiniti e collegati, ma necessariamente in una forma ben diversa.

In ogni caso, credo sia comunque opportuno procedere con uno straccio di rigore, almeno per quanto riguarda il metodo, cercano, per lo meno, di mettere a fuoco le questioni. Un passaggio necessario, e spesso fecondo, per lo meno nelle fasi iniziali, è quello di cercare di definire con una certa chiarezza, per lo meno in via preliminare, i termini della questione. Vorrei allora azzardare una definizione di tecnologia, abbastanza ampia da tener conto di tutte le accezioni pertinenti del termine, ma sufficientemente specifica da essere impiegabile con sufficiente univocità. Direi allora che si può intendere per tecnologia ogni serie di azioni completamente descrivibili e trasmissibili attraverso il linguaggio (dunque, “culturali”) che producano, in modo affidabile, gli effetti auspicati sull’ambiente circostante. Ne deriva che la tecnologia ha tre caratteristiche fondamentali: a) è una pratica culturale, dunque si tratta di un costrutto sociale storicamente determinato, e non di un comportamento istintivo; b) è affidabile, nel senso che, ragionevolmente, la sua applicazione produce sempre gli stessi effetti nello stesso contesto, il che la differenzia da pratiche puramente simboliche o magiche; c) è orientata a uno scopo determinato: si tratta di pratiche che vengono svolte per ottenere un risultato specifico, non come fine in sé o per piacere (anche se lo scopo della tecnologia può essere, in certi casi, proprio quello di produrre piacere).

Si vede chiaramente come la definizione di tecnologia presupponga quella di cultura, e mi pare che ciò sia per buone ragioni: la tecnologia è un prodotto culturale, per lo meno nel senso che deve esser già data una serie di pratiche sociali sufficientemente stabilizzate da formare un contesto di riferimento affidabile per la trasmissione e l’elaborazione di informazioni. Ed eccoci arrivati dalla cultura alla società, stabilendo una regressione definitoria che ripercorre la filogenesi delle tre fattispecie che sto cercando di mettere in rapporto: la cultura presuppone dunque che sia già data una forma di società, se non altro come insieme di relazioni sufficientemente stabili da fornire indicazioni affidabili per la prassi quotidiana degli individui che ne fanno parte e da definire questi stessi individui in funzione delle loro prassi abituali in tale contesto.

La prima constatazione che si può fare è che tutti e tre questi concetti fanno riferimento a un quadro di affidabilità e di stabilità: società, cultura e tecnologia definiscono, ciascuna nel proprio ambito e secondo le sue modalità, un contesto di riferimento all’interno del quale sia possibile definire una serie di comportamenti “normali”, vale a dire di azioni volte a ottenere un risultato o a soddisfare un bisogno, la cui dinamica sia definita in termini, rispettivamente, sociali, culturali o tecnologici. Si tratta, insomma, della produzione di dispositivi: forme e norme di comportamento tra i diversi individui, modalità di rappresentazione e comprensione del mondo, strumenti e procedure per ottenere dei risultati. Questi dispositivi raggiungono il pieno successo quando il loro funzionamento viene dato per scontato, quando sono a tal punto affidabili e stabili che vengono azionati in modo automatico: per esempio, quando si entra in una stanza buia e si aziona l’interruttore, dirigendo automaticamente la mano come per un riflesso condizionato. L’insieme di questi dispositivi, insomma, determina un contesto “naturale”, vale a dire un insieme definito di comportamenti come risposta a un insieme altrettanto definito di stimoli: così, se mi trovo fuori di casa e mi viene sete, mi metto alla ricerca di un bar con la stessa naturalezza con cui un cacciatore-raccoglitore del paleolitico si sarebbe diretto verso un corso d’acqua o una sorgente.

Questo dato mi sembra talmente significativo che non direi nemmeno che qui si parla di una “seconda natura”: qui si parla del mondo in cui nasciamo e viviamo, e dell’insieme di comportamenti che adottiamo al suo interno, e che modifichiamo secondo il modificarsi del mondo stesso, in funzione dei cambiamenti sociali, culturali e tecnologici o della nostra diversa posizione nei rispettivi contesti. Né mi pare che si possa parlare di un dato esclusivamente umano: un cane che vive in casa passa direttamente dal latte materno alla ciotola, e per lui è senz’altro più “naturale” ricevere il cibo dai suoi umani di riferimento che procurarselo cacciando, e certamente nel suo mondo è più facile incontrare un autobus che una lepre.

Mi pare, semmai, che il tratto distintivo dell’umano non sia il suo “avere un mondo” ma la sua capacità di instaurare con questo mondo un rapporto critico, vale a dire di pensarlo com’è e come potrebbe essere introducendovi alcuni cambiamenti: insomma, di pensare la realtà come una delle possibilità che avrebbero potuto realizzarsi, e non come la sola possibile, e quindi di produrre autonomamente nuove forme sociali, elaborazioni culturali e soluzioni tecnologiche. Questa accezione mi sembra avere un vantaggio, vale a dire quello di porre la condizione specificamente umana come l’esercizio effettivo di una capacità, non necessariamente scontato (anzi, il più delle volte non attuato), e non come uno stato dato e acquisito una volta per tutte; soprattutto, però, fornisce una modalità forse utile per porre il problema centrale, vale a dire quello dell’effetto e del significato di queste trasformazioni.

Mi pare, infatti, che indentificando la consapevolezza critica del mondo come orizzonte specificamente umano, e dunque come una condizione non permanente ma, anzi, la cui trasformazione da latenza in presenza, da possibilità appena percepibile sullo sfondo a effettivo esercizio della facoltà critica, si dà specificamente come eccezione, come rottura, come strappo alla regola; che insomma a partire dall’individuazione di questa smagliatura nella percezione del mondo, si possa cogliere il funzionamento del dispositivo come qualcosa di suscettibile di modifica. Ci si trova in una situazione simile a quella della “sorpresa” di cui parla Heidegger nel paragrafo 16 di Essere e tempo, per lo meno nel senso in cui un dispositivo, il cui funzionamento si dava tanto per scontato da non percepirlo, viene tematizzato come dispositivo proprio quando non funziona più nel modo consueto, per lo meno dal punto di vista di chi lo mette a fuoco direttamente, separandolo dallo sfondo in cui esso “normalmente” è relegato. Il dispositivo (sociale, culturale, tecnologico), è perciò stretto in una tensione continua: il suo funzionamento ottimale ne comporta l’impercettibilità, ma la sua messa a punto, il suo miglioramento, la sua sostituzione possono essere progettati soltanto quando esso venga messo a tema, da una considerazione critica che, in quanto progetta un nuovo dispositivo, ne progetta a sua volta la futura impercettibilità.

Chi ha iniziato a utilizzare le reti informatiche negli anni Novanta, e magari senza avere competenze specifiche in materia, ma da semplice utente interessato ai contenuti e alle interrelazioni che si potevano trovare sul web (come nel mio caso), conosce bene questa situazione. Quando la tecnologia era meno efficace, si avvertiva chiaramente il passaggio tra quando si era offline e quando si entrava in rete: collegare il modem, aprire il browser, cercare una pagina e aspettare che si caricasse erano tutti passaggi di cui si era consapevoli, senz’altro molto più di quanto avvenga oggi quando, per esempio, si lancia un’app da uno smartphone. Tornando alla nozione di mondo come contesto di pratiche abituali determinato dall’insieme dei dispositivi sociali, culturali e tecnologici, possiamo dire che l’infospazio di cui parlavano i vecchi profeti del cyberpunk è diventato una dimensione naturale del nostro mondo quotidiano, tanto che leggere di rete in William Gibson è quasi come leggere di sottomarini in Jules Verne o di carri armati in H. G. Wells.

Chiuderei questo primo tentativo di stabilire un approccio con questa tematica riportando il discorso su un aspetto finora implicito: tutti questi dispositivi esistono perché servono a qualcosa, anche se, a volte, la loro finalità originaria può essere affiancata o persino sostituita da altre, e se in alcuni casi questi dispositivi possono divenire tanto centrali da acquisire una propria ragion d’essere, da essere fini a se stessi, nel senso in cui, per esempio, Gehlen parla di istituzioni (L’uomo delle origini e la tarda cultura¸ parr. 7-9). La stessa considerazione critica di questi dispositivi è in effetti soprattutto una critica della loro efficacia rispetto a queste finalità, e si dà in genere sotto la specie della critica della loro efficacia rispetto a questi fini o della critica di queste stesse finalità, per esempio in nome di bisogni o scopi diversi. In via ancora preliminare, si può dire che la critica dei dispositivi tecnologici tende quasi sempre a darsi sotto la prima specie, mentre quella dei dispositivi sociali può anche essere rivolta direttamente alle finalità e agli scopi di questi dispositivi.

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