la Trumptatura

Assistere alle prime mosse del nuovo presidente degli Stati Uniti vale come una lezione in presa diretta sulla trasformazione di una democrazia in un sistema autoritario, dal suo interno e senza fare ricorso, almeno per ora, alla forza o a plateali violazioni della legalità. Quella di Donald Trump si conferma, in ogni occasione, come una gestione eversiva del potere: finora ha applicato ogni regola del manuale del perfetto aspirante dittatore democraticamente eletto, rimuovendo ogni ostacolo che si frapponeva all’esercizio del suo potere. Ha iniziato prima ancora di ottenere la nomination, rifiutando ogni reale disclosure sui suoi redditi e capitali, ha proseguito su questa linea mostrando un sovrano disprezzo per la questione del conflitto di interessi, ha imposto una disciplina inaudita, per gli standard americani, al suo comitato esecutivo (il consiglio dei ministri).

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Il dato interessante è che tutte queste azioni restano entro i limiti della legalità: si tratta della violazione di regole consuetudinarie, ma che non hanno alcuna forza di leggi. In particolare, trovo interessante la questione del conflitto di interessi: ci ricordiamo tutti che, qualche tempo fa, si diceva che Berlusconi non si sarebbe nemmeno potuto candidare negli Stati Uniti a causa di questo conflitto, e ciò avrebbe mostrato la superiore maturità della democrazia americana rispetto alla nostra; ebbene, la storia di questi ultimi mesi ha mostrato quanto sia fragile una democrazia basata su un gentlemen’s agreement, quando entra in gioco qualcuno che è tutto tranne che un gentleman. Quanto agli executive orders, al di là della loro sostanza, che rappresenta l’inizio dell’attuazione di un programma elettorale che sarebbe sottoscritto senza nessuna difficoltà da qualsiasi peggio destra fascistoide, e che certamente potrebbe essere anche un buon inizio di una progressiva fascistizzazione dell’America; al di là di questa sostanza, dicevo, mi pare che vi sia anche una conferma della deriva verso il rafforzamento dell’esecutivo a spese del legislativo, che è uno dei tratti tipici dell’instaurazione di un regime autoritario. Va però detto che si tratta di una tendenza inaugurata niente meno che da Obama, il quale ha pesantemente calpestato la tanto venerata balance of powers durante tutto il suo mandato, per arrivare nell’ultimo periodo a una raffica di provvedimenti che, se avevano un forte valore simbolico, sono stati quasi tutti annullati con il proverbiale tratto di penna nella prima settimana in carica del suo successore, che si è trovato la strada spianata per continuare e rafforzare questa linea di abusi, peraltro con il vantaggio di un parlamento a lui favorevole.

Più significativo mi pare il tema del potere giudiziario, che negli USA ha un ruolo notoriamente molto maggiore che in Europa (a questo proposito, non mi stanco mai di consigliare I due occidentil’ottimo libro di Gret Haller): qui Trump si sta muovendo sul classico piano inclinato, con la proposta, pesante ma non devastante, di Gorsuch, che prelude, con ogni probabilità, a nomi ben peggiori quando si tratterà di sostituire Kennedy e, soprattutto, Ruth Bader Ginsburg. Così uno stimato giudice conservatore viene sostituito con un suo quasi equivalente, anche se pesantemente antiabortista, mantenendo sostanzialmente invariati gli equilibri precedenti; quello che succederà quando se ne andranno i due liberal, e sarà in gioco la maggioranza della Corte Suprema, si annuncia terrificante.

Tutto questo fa sistema nella prospettiva della trasformazione autoritaria, che si articola su quattro pilastri:

  1. La rottura con le regole consuetudinarie della democrazia, quell’apparato di mores che forma, a volte anche più delle leggi, l’orizzonte entro cui i poteri eletti svolgono le loro funzioni;
  2. L’accentramento spinto del potere decisionale nelle mani del capo, forte dell’investitura popolare diretta, e dei suoi più stretti collaboratori, il cui massimo dovere è la fedeltà (e il licenziamento di Sally Yates, Attorney General ad interim in attesa della conferma del suo successore Sessions, è un perfetto esempio di questi primi due punti);
  3. La continua successione di provvedimenti, gradualmente sempre più radicali, secondo il sistema del piano inclinato: ne passa uno pesante ma che gode di un certo sostegno (come il bando agli ingressi da sette Paesi musulmani, che sembra sia accolto favorevolmente dalla maggioranza degli americani), e che fa apripista per uno ancora peggiore (potrebbe essere una forma di racial profiling spinto, dei test di ingresso particolarmente vessatori, o chissà cos’altro), al quale ne seguono altri ancora, sulla stessa linea;
  4. La creazione di un clima di emergenza, che giustifichi il conferimento di poteri eccezionali o comunque il rafforzamento della repressione e la demonizzazione del dissenso.

Non siamo ancora arrivati al punto 4, quello che, sulla scorta della più esemplare delle vicende di questo tipo potremmo chiamare il “momento Reichstag”, ma credo che sia davvero dietro l’angolo: potrebbe essere un grande attentato, una guerra, un’escalation delle proteste o, semplicemente, l’attuazione dell’ultimatum alle città in cui è maggiormente diffuso il crimine violento, ultimatum lanciato niente meno che nel discorso inaugurale. In ogni caso, c’è da aspettarsi una recrudescenza repressiva, che a sua volta rafforzerà dissenso e proteste, che verranno a loro volta represse sempre più duramente, innescando quella spirale emergenziale di cui l’aspirante dittatore ha bisogno.

Non so se tutto questo sia davvero un nuovo fascismo: credo che vi siano differenze sostanziali tra autoritarismo e totalitarismo, e mentre ogni dittatura è (ovviamente) autoritaria, non necessariamente essa è totalitaria. Non so quanto siano in pericolo alcune delle tradizionali libertà individuali che consideriamo consustanziali alla democrazia: per dirne una, non credo che vi saranno esplicite limitazioni alla libertà di espressione. Ma possiamo tranquillamente immaginarci un paese in cui gli apparati di polizia saranno molto aggressivi in una totale impunità, in cui l’economia sarà controllata da un gruppo di compari che useranno la finanza pubblica a loro piacimento, i posti di lavoro saranno aperti a ogni forma di discriminazione e le aziende incoraggiate a seguire la linea del governo, le agenzie governative trasformate in ripetitori acritici delle parole del capo, i diritti politici sottoposti a pesanti limitazioni di fatto, se non nella forma. Un’America che in realtà c’è sempre stata, solo che da un bel po’ è stata messa da parte; forse, la vera America è proprio questa.

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