Da dove puzza il pesce?

Un detto comune vuole che il pesce inizi a puzzare dalla testa, vale a dire che il generale degrado e l’universale corruttela di questo paese sarebbe da addebitarsi innanzitutto alla perversione morale, all’incapacità professionale e alla pochezza culturale della sua classe dirigente, e in particolare a quella categoria sommamente spregevole formata dai “politici”, termine che accomuna sostanzialmente chiunque percepisca uno stipendio per gestire la cosa pubblica, e che sembra estendersi anche ai dirigenti e agli altri amministratori non eletti. In ogni caso, il senso di questa vulgata è che sarebbero costoro i depositari di ogni nequizia, e dal loro peccato discenderebbero i mille mali d’Italia, fino al pervertimento di un popolo di per sé onesto, generoso e laborioso, che solo le circostanze costringono a campare di espedienti e a farsi gli affari propri, senza alcun interesse per il bene comune; popolo che sarebbe pronto a una favolosa palingenesi di virtù e operosa e solidale onestà, se solo fossero spezzate le sue inique catene.

pesce

dipinto di Riccardo Rossati, particolare

Questo luogo comune, a stringere, pare esaurire il manifesto politico di una parte cospicua dell’offerta elettorale italiana, diversa al suo interno solo per il peso che assume la figura di contorno dei pericolosi immigrati. Non c’è da stupirsi, visti i mezzi intellettuali a disposizione di questi soggetti, che si tratti di una storia poco originale e ancor meno nuova, visto che compendia, riuscendo persino a ridurne la già scrsa consistenza culturale, il tipico vizio del populismo di questo paese; un vizio che, già nel classico libro di Asor Rosa (ancora da leggere, e più ancora da rileggere), veniva opportunamente ricondotto alla falsa coscienza della piccola borghesia, incapace di leggere con efficacia il mondo in cui si trova e timorosa di scivolare nella scala sociale, tanto da evocare il fantasma del popolo per cercare di costruirsi un’egemonia da utilizzare a proprio vantaggio e, al tempo stesso, per esorcizzare il terrore di finirci in mezzo, tra i poveri veri.

La costruzione ideologica del populismo, come ogni altra costruzione ideologica, ha un formidabile pregio: dice il contrario della verità, per cui basta rovesciarla per trovarsi di fronte al vero. Così, l’illusione di una classe dirigente cattiva che si sarebbe incistata ai vertici della sana società italiana si può rovesciare nella percezione, decisamente più sensata, di una classe dirigente che è espressione del contesto che l’ha prodotta, e che trae la sua legittimazione dai rapporti di mutua convenienza che vi intrattiene. Il potente può costruire la propria rete clientelare perché ci sono molti non potenti che aspirano a farne parte, la bustarella è prassi comune perché a molti conviene pagarla, l’applicazione della legge è arbitraria e vessatoria perché così si moltiplicano le opportunità di aggirarla o stornarla, il ministro e il direttore generale sono corrotti dove anche gli uscieri raccomandati e ladri; soprattutto, le élite possono permettersi di essere rozze e approssimative perché il disprezzo per la cultura e la competenza è entusiasticamente condiviso dal popolo. Il pesce puzza dalla coda.

La tendenza alla ruberia, alla corruttela, alla tutela esclusiva dell’interesse proprio e dei propri sodali anche a dispetto del resto della società e contro le proprie responsabilità istituzionali o professionali, è senz’altro tipica dell’umano a ogni latitudine e posizione sociale, dato che il richiamo del proprio utile è in genere più forte della voce della pubblica morale, e che il proprio guadagno certo a breve termine tende a vincere sulla prospettiva di un maggiore benessere condiviso in un termine più lungo. Una buona metafora per indicare questa situazione è quella del traffico: in una strada a più corsie, è quasi inevitabile che una sia più veloce di altre, per cui al singolo automobilista che si trova nella corsia più lenta conviene passare in quella più veloce; se però lo fanno tutti, inevitabilmente la corsia si intasa e rallenta e tutti si spostano in un’altra, creando a breve un gigantesco ingorgo, un rallentamento generale e un maggior numero di incidenti. Perciò è più razionale che ognuno si mantenga nella propria corsia, con maggior beneficio di tutti: da questo punto di vista, sviluppare la razionalità complessiva degli agenti sociali migliora l’efficienza di tutto il sistema, e si capisce come la falsa contrapposizione di onestà e competenza si risolva nella loro comune razionalità, con buona pace di quel borioso buono a nulla di Benedetto Croce. L’alternativa tra onesti incompetenti e disonesti competenti è infatti una solenne balla: chi è onesto lo fa perché agisce secondo il bene pubblico, e quindi è competente visto che migliora le cose, chi è incompetente le peggiora e quindi è disonesto; se nemmeno ne profitta, vuol dire che oltre che disonesto è anche cretino, ma quello è un problema suo. Contrapporre onestà e competenza significa creare uno schermo per i ladri, che si nascondono dietro le loro presunte capacità, e per gli incapaci, che rivendicano la loro onestà.

La razionalità non è un comportamento innato: se l’uomo è animal rationale, lo è perché lo diventa, e anche quando lo è diventato, deve continuare ad esserlo, con uno sforzo quotidiano. Le virtù civiche, l’onesta, la competenza, la capacità di pensare in generale e non in particolare, non sono attributi culturali univoci e forse nemmeno del tutto qualità personali, ma sono comportamenti effettivi, favoriti o ostacolati dal contesto e dai comportamenti altrui. Senz’altro è utile che la razionalità sia insegnata alle nuove generazioni, che si impari a pensare prima di agire e ad agire con consapevolezza, ma è certo che la maggior parte dei nostri comportamenti è dettata più dall’abitudine e dal riflesso che dalla scelta meditata: è un riflesso guardarsi intorno alla ricerca di un cestino quando si ha una cartaccia in mano, invece di gettarla a terra, ed è un riflesso informarsi su quale sia l’istituzione presso cui far valere un proprio diritto invece di pensare a chi chiedere un favore.

È chiaro che il contesto italiano favorisce i riflessi meno opportuni, e questo per la complicità, la connivenza e la convenienza di un popolo che preferisce coltivare la mentalità del servo furbo, o presunto tale, che vuole un padrone da ossequiare e fregare, e fugge la responsabilità faticosa del cittadino. Uscire da questo stato di minorità richiede, come condizione necessaria se non ancora sufficiente, che la si finisca di mentire a se stessi, che si abbandoni l’ipocrisia del populismo e che si abbandoni l’esaltazione dell’onestà come valore da sbandierare; quando sento dire ai grillini che “l’onestà andrà di moda” vedo il trionfo dell’ipocrisia e della cialtronaggine, l’incompetenza elevata a sistema e il solito disprezzo per il confronto aperto, la razionalità e la cultura, con il santimonioso sussiego di chi gestisce il potere con l’arroganza di un nuovo tipo di impunità, quella data dal continuo richiamo all’emergenza: in una parola, vedo la giunta Raggi.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s