Grammatica, retorica e politica

Poco prima che i protagonisti arrivino sul luogo dell’atterraggio di una delle astronavi aliene di Arrival, c’è uno scambio di battute in cui lo scienziato Ian Donnelly (Jeremy Renner) contesta la tesi della linguista Louise Banks (Amy Adams), secondo la quale il linguaggio sarebbe la matrice della civiltà, affermando che invece la civiltà si identificherebbe con la scienza. Tutto lo sviluppo successivo del film, in fondo, non è che la confutazione della tesi di Ian: gli alieni non rivelano ai terrestri i prodigi della loro scienza e i portenti della loro tecnologia, ma insegnano la loro lingua, la cui struttura è tale che, per padroneggiarla, si sviluppano nuove abilità cognitive, fino a permettere di vedere il futuro. La metafora, nell’era di Trump, ha un evidente senso politico: proprio il contatto con gli aliens (con gli stranieri che vengono a casa nostra, nel linguaggio burocratico americano) e l’apprendimento della loro cultura è un arricchimento formidabile, risorsa imprescindibile per il progresso.

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Da The Arrival: iniziare a comunicare

Ma credo che l’aspetto più interessante sia proprio quello che lo rende un’opera di fantascienza, vale a dire la costruzione di una rappresentazione finzionale a partire da una tesi scientifica o un’ipotesi tecnologica: in questo senso, la fantascienza è la moderna incarnazione dei miti di Platone, in cui si fa ricorso all’immaginazione per esporre idee difficilmente afferrabili nella loro forma pura, ma anche per esplorarne, a volte in modo radicale, le possibilità estreme. Il bello di Arrival è che qui la scienza in questione non è la fisica, come per esempio in Interstellar, ma la linguistica, e in particolare l’ipotesi di Sapir-Whorf, che viene esplicitamente citata proprio nel dialogo che ho appena ricordato. Secondo Sapir e Whorf, la lingua che parliamo e le sue categorie, grammaticali, semantiche e sintattiche, organizzerebbero la nostra comprensione e la stessa percezione del mondo, plasmando in profondità le stesse strutture cognitive; di fatto, non si potrebbe dare una visione del mondo che non sia già linguisticamente informata. Non è una gran novità, e del resto il debito dei due studiosi verso le classiche ricerche di Wilhelm von Humboldt è esplicitamente riconosciuto, per non voler risalire oltre, all’identificazione aristotelica del linguaggio come ciò che è proprio dell’uomo; ma ciò che mi sembra significativo è che, in questo modo, viene ribadita la primarietà del linguaggio nell’esperibilità del reale, fino a sostenere che le stesse scienze, lungi dal fornire un accesso neutrale alla verità, in quanto costrutti cognitivi hanno una base linguistica.

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Willhelm von Humboldt, fondatore della linguistica comparata e grande riformatore dell’università

A dire il vero, in Arrival si va persino oltre: le straordinarie capacità del linguaggio eptapodiano mi sembrano rievocare l’idea leibniziana della Characteristica universalis, una forma di notazione linguistica che avrebbe permesso di costruire termini che rappresentassero direttamente i concetti e di combinarli alla perfezione, di fatto facendo coincidere espressione linguistica e calcolo matematico. Così, secondo il progetto di Leibniz, la messa a punto di una lingua artificiale sarebbe uno strumento per l’acquisizione di nuove conoscenze, “microscopio e telescopio allo stesso tempo”. Si tratta di una delle celebri ubbie di un filosofo il cui genio tralignava nel pazzotico, e lo mostrano in fondo gli stessi linguaggi artificiali sviluppati in seguito, come quelli informatici: questi sistemi linguistici servono a esporre in forma non equivocabile un insieme di istruzioni che è già codificato invariabilmente nel linguaggio stesso, tanto che all’evoluzione delle istruzioni possibili deve corrispondere un’analoga innovazione del linguaggio.

Il pregio di Arrival sta nel ripetere una di quelle verità la cui importanza non viene avvertita a causa della sua quotidianità: noi abitiamo nella lingua che parliamo, e i confini del nostro mondo sono formati, in maniera non trascurabile, da quelli del modo che abbiamo di esprimerlo. Usiamo in maniera così frequente e abituale il linguaggio da dimenticarci che è un codice, uno strumento il cui uso consapevole ed efficace può fare la differenza nei risultati che si ottengono, in questo caso, la comprensione del mondo e degli altri e comunicazione corretta ed efficace di quello che abbiamo da dire. Una buna competenza linguistica è una buona competenza cognitiva, e una competenza multilinguistica è una formidabile risorsa culturale.

Per questo, trovo che l’appello dei 600 docenti, di cui tanto si parla in questi giorni, tocchi un punto importante: lo studio disciplinare della lingua, vale a dire la grammatica, la sintassi, le regole di espressione fino alla retorica, è essenziale per capire davvero la sua natura di strumento. Creare una distanza tra noi e il linguaggio significa poterlo osservare, oggettivarlo, conoscerlo e sviluppare una competenza consapevole nel suo utilizzo. Ciò è tutt’altra cosa, ovviamente, dal semplice addestramento della vecchia scuola elementare, in cui si trattava di apprendere più che di comprendere; certo, bisogna formare una competenza di base anche per sviluppare il pensiero critico, ed è difficile, per esempio, scrivere un quartetto d’archi se non si sa solfeggiare. Però credo che lo studio della lingua debba passare per la coltivazione della consapevolezza, vale a dire che se ne debbano imparare le regole insieme agli usi: conoscere i diversi tipi di proposizione subordinata ha senso se serve a costruire, in chi li impara, una consapevolezza di come i nessi sintattici diano forma allo svolgimento di un discorso che può essere esposizione piana di un argomento, accorata perorazione, vigorosa invettiva o puntuale confutazione, tanto per citare alcuni casi.

La grammatica dovrebbe andare insieme alla retorica, ed entrambe dovrebbero confluire nell’alveo della logica argomentativa. Credo che vada coltivata l’arte della discussione, per individuare i punti deboli, le fallacie e gli artifici delle tesi da confutare e per valutare la validità delle proprie: in questo modo, si finirebbe per rafforzare enormemente la capacità di difendersi dalla propaganda e dalle bufale, per dotarsi di strumenti efficaci per mettere in discussione l’autorità e per pensare meglio; senza contare che si potrebbero imparare meglio altre lingue, e persino padroneggiare meglio i linguaggi artificiali e specialistici.

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La lingua come strumento

È qui che l’appello dei 600 mi trova freddo: mi pare che, al solito, docenti universitari, intellettuali e simili si limitino alla lamentela, alla non troppo velata richiesta di denari e al patetico rimpianto del bel tempo andato, quando le loro stesse responsabilità li dovrebbero spingere a maggiore concretezza. Per esempio, vorrei capire come mai in nessuna facoltà italiana, che io sappia, si insegni scrittura tecnica (o composition, se vogliamo fare gli anglofoni). Credo che non sarebbe troppo difficile fare un corso propedeutico obbligatorio, per tutte le facoltà, in cui si insegna come si deve redigere un testo, come gestire i riferimenti e le note, cosa dire in un abstract e come farlo, come organizzare i paragrafi ed esporre le proprie idee; corsi con molte esercitazioni, in cui l’università svolga un ruolo pienamente formativo, sviluppando delle competenze che hanno un senso anche al suo esterno. Sono convinto che, se i 600 si fossero impegnati a sviluppare e proporre una soluzione di questo genere, invece di rimpiangere dettati e riassunti, avrebbero anche potuto stabilire i fondi necessari, e magari pure ottenerli; solo che, in questo modo, si sarebbe trattato di fondi richiesti per un progetto concreto, definiti in modo trasparente e con obiettivi valutabili. Altra cosa rispetto alle riunioni di facoltà e alle camarille preliminari, in cui si spolpa l’osso tra un sospiro di nostalgia e uno svogliato giro d’orizzonte sul triste mondo ai piedi della torre d’avorio.

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