L’unificazione dei poteri

Diceva Machiavelli che i conflitti sono la salute delle repubbliche, e certamente quella americana è una repubblica molto conflittuale: la divisione dei poteri e la struttura federale sono una continua fonte di dispute tra esecutivo, legislativo e giudiziario e tra lo stato centrale e quelli federati; questa caratteristica, unita alla peculiare natura del sistema basato sulle giurie e alla giurisprudenza anglosassone, ha finito per dare alle corti un ruolo di particolare importanza nel funzionamento della democrazia americana. A ciò si aggiunga la debolezza del potere legislativo, dovuta tanto a un fattore intrinseco, l’elezione separata del parlamento e del presidente, che produce spesso la coabitazione di diverse maggioranze, quanto alla contingenza storica, che negli ultimi decenni ha spostato il baricentro verso il governo a scapito delle camere in tutto l’Occidente, se non altro perché le decisioni vanno prese rapidamente, ancora più rapidamente attuate e rapidissimamente cambiate, e la disponibilità di agenzie di diretta responsabilità governativa e strumenti legislativi di sua emanazione va a tutto favore della rapidità, a fronte del lungo e faticoso processo del dibattimento legislativo.

 

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Una tendenza presente prima di Trump

Negli USA, questo processo è stato accelerato ulteriormente da W. Bush, con la costruzione di un apparato di controllo alle dirette dipendenze dell’esecutivo dopo l’11 settembre, e da Obama, con una pioggia di ordini esecutivi lungo tutto il suo mandato per superare l’ostruzionismo repubblicano. Oggi Trump si trova in una straordinaria congiuntura storica, con questi precedenti che danno legittimità al suo attivismo, un apparato di agenzie federali di notevole estensione e sostanziale autonomia dagli altri poteri, e una serie di nomine chiave all’inizio del suo mandato, che il Congresso a maggioranza repubblicana non può non far passare. Tutto questo significa che il processo di consolidamento del suo potere non dovrebbe trovare grossi ostacoli nel potere legislativo, nonostante le molte possibili resipiscenze di senatori e rappresentanti del suo stesso partito, ma dotati di coscienza e decenza.

Mettendoci allora nei panni di un aspirante dittatore che, per fortuna o per virtù, sia entrato alla Casa Bianca, è chiaro come il maggior ostacolo sia rappresentato dal potere giudiziario, e che la nomina ora di uno, presto di due e, in tempi non lontanissimi, di tre nuovi giudici della Corte Suprema di sua designazione non possa dare tanta fiducia, specie perché significherebbe far dipendere il proprio potere dalla collaborazione di altri, il che non è mai faccenda particolarmente gradita ai dittatori o a chi aspira ad esserlo. Vi è infatti tutto un apparato di corti federali che, lo si è visto in questi giorni, può sospendere l’applicazione degli ordini esecutivi, e l’attesa di nuove sentenze della Corte Suprema, per quanto amica possa esserne la maggioranza, è processo lento ed estenuante. Tutti questi contrappesi, come noto, servono proprio ad evitare gli arbitrii del governo, obbligandolo a mediare e a condividere le responsabilità, attraverso una filiera il cui rispetto è l’attuazione pratica della democrazia.

Il punto di fragilità della democrazia non è dato dalla farraginosità dei suoi rituali, ma dal fatto che rispettarli è, appunto, un fatto: a dar pratica a questi passaggi sono i comportamenti effettivi di chi deve seguirli, a loro volta modellati sulla disponibilità reale a “giocare secondo le regole”. In altre parole, se in una partita di pallone il centravanti afferra la sfera con le mani, l’arbitro fischia il fallo e, se il centravanti non ne accetta il verdetto, lo può espellere dal campo; ma nella divisione dei poteri non esiste alcun arbitro che non faccia parte del gioco, e le regole sono rispettate, anche se con una certa elasticità, finché resta in piedi un gentlemen’s agreement tra tutti i giocatori. Ogni giocatore tende a tirare il gioco, e anche le regole, secondo i suoi interessi, ma viene contrastato tanto dall’azione degli altri, quanto dalla comune accettazione di un quadro comportamentale che mantiene entro un certo limite le sollecitazioni imposte al sistema.

Ma qui stiamo parlando di un aspirante dittatore, che per definizione non è affatto interessato a rispettare il gioco e che, anzi, vuole sovvertirlo. Che dovrebbe fare, allora? Semplice: dovrebbe elevare al massimo la conflittualità, agendo fuori dalle regole e costringendo gli altri giocatori, massime i rappresentanti del sistema giudiziario, a cercare di bloccarlo. In questo modo, potrebbe opporre la necessità e l’urgenza dei suoi provvedimenti, ovviamente presi nell’esclusivo interesse del popolo americano, all’ottusa intransigenza, quando non alla complicità o persino al tradimento, di chi li ostacola. Tutto ciò finirebbe per causare una paralisi istituzionale, con i diversi poteri avvinti in un conflitto sempre più aspro; al tempo stesso, le agenzie federali e quelle locali maggiormente allineate al presidente agirebbero secondo le disposizioni ricevute, aprendo un altro fronte di conflitto con i poteri locali meno allineati. In questa situazione di impasse generalizzata, si creerebbe una contrapposizione binaria, con l’aspirante dittatore e i suoi sostenitori da una parte, e i difensori dell’ordine democratico dall’altra: dinamica che tende a favorire il primo gruppo, data la sua maggiore coesione strutturale e la sua capacità di sfruttare a proprio vantaggio ogni precipitare degli eventi, che tende naturalmente a favorire la soluzione di forza su quella di diritto.

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Lo stato dei rapporti

Mi pare che, allo stato attuale, ci siano tutti gli ingredienti tranne l’ultimo: quell’evento decisivo che, nella sua capacità di far precipitare la crisi, decida il prevalere degli elementi autoritari su quelli democratici. Non credo che questo passaggio, che chiamo il “momento Reichstag” debba necessariamente avvenire a breve, dato che la prosecuzione del quadro attuale tende a favorire il dittatore; meglio, essa favorirebbe Trump se egli avesse davvero le mire autoritarie che l’ipotesi gli attribuisce, mentre lo indebolirebbe gravemente se volesse semplicemente fare il presidente di una nazione democratica, magari con modi un po’ da ganassa ma comunque senza far troppi danni: in altre parole, se Trump fosse Berlusconi si starebbe indebolendo, se fosse un ex caporale austriaco si starebbe rafforzando. Se fosse indeciso sul suo modello di riferimento, ogni giorno che passa lo sposterebbe verso il secondo.

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