La trappola del piccolo

Ogni populismo, a ogni latitudine, si impaladina a difensore della piccola impresa, del piccolo commercio, dei piccoli risparmiatori, in una parola: della piccola borghesia. Si tratta di una scelta precisa o, per essere più precisi, visto che ogni scelta implica una precisa consapevolezza, della conseguenza necessaria della natura stessa del populismo, per due ordini di ragioni:

  • ragioni sostanziali, perché la piccola borghesia è stretta tra la frustrazione dell’impossibilità di una sua crescita sociale, verso la ricchezza e il potere della grande borghesia, e la paura di fronte alla possibilità dell’impoverimento, dello scivolamento verso la working class. La risposta del populismo, che è l’ideologia della piccola borghesia, si gioca da un lato difendendone le prerogative sociali, dunque resistendo a ogni razionalizzazione e concentrazione dei mezzi produttivi, dall’altro tentando di cooptare chi sta al di sotto, in nome di comuni valori e della mobilitazione contro un comune nemico, rappresentato dal triplice feticcio del grande capitale, dello straniero e del disordine sociale e morale.
  • ragioni formali, o di costruzione del consenso, perché l’esaltazione della piccola impresa fornisce un modello facilmente reperibile e con il quale è facile per molti identificarsi, che non ha nulla di elitario, minaccioso o difficilmente comprensibile e che, anzi, si offre alla massima semplificazione della lotta politica.

saluti-tassisti

saluti tassisti

Se questo vale in generale, anche quando il populismo non è agito dalla piccola borghesia ma da alcuni strati del grande capitale (Trump, anyone?), in Italia, che non a caso ha una ricchissima tradizione populista, ciò è ancora più vero. Il caso italiano, infatti, ha una sua peculiare patologia: ogni strato del sistema ha un rapporto perverso con la cosa pubblica, intesa sia sul piano dell’infrastruttura normativa (le regole e le istituzioni che definiscono il quadro entro cui avvengono le relazioni e gli scambi), sia su quello degli interventi positivi (le iniziative, i finanziamenti e i servizi erogati agli attori economici e sociali). Insomma, se in una situazione normale, l’economia è articolata in un settore pubblico, uno privato, a sua volta segmentato per dimensioni e tipologia di imprese, e uno no-profit, in Italia a questa segmentazione, per così dire, oggettiva, se ne interseca una seconda, altrettanto importate:

  • il settore extralegale, vale a dire tutta quella galassia di imprese e lavori che, oltre alle attività criminali vere e proprie, che sono presenti ovunque anche se in misura variabile, comprende una quantità gigantesca di imprese variamente irregolari o informali. Sono i mille espedienti cui fa ricorso la proverbiale arte di arrangiarsi, che va tanto dalla sussistenza ai margini della legalità alla corruzione sistematica;
  • il settore legale, ossia quello che nei casi normali tende a occupare la grande maggioranza del panorama economico e sociale, su cui si concentra il prelievo fiscale e l’attività di controllo e prescrizione da parte delle istituzioni, spesso vessatoria e, nel migliore dei casi, inutile;
  • il settore semilegale, che in realtà non è tanto un settore a sé, quanto, nella maggior parte dei casi, una serie assai variegata di attività e pratiche che integrano il secondo, fino a renderlo contiguo al primo. Un esempio tipico è quello delle associazioni culturali che di fatto sono pubblici esercizi, o le attività non dichiarate, o il valore di rendite di posizione sul mercato nero, o comunque gonfiate, come certe licenze commerciali: l’esempio dei tassisti è il più ovvio;
  • infine, il settore privilegiato, vale a dire coloro che, per le ragioni più varie, godono di vantaggi strutturali e condizioni di favore. Non si tratta solo dei detentori del potere politico ed economico, ma anche dei mille piccoli privilegi e rendite variamente corporative che costellano questo Paese, e che creano diecimila ostacoli e barriere per chi ne è escluso.

In questo modo, si crea una palude nella quale tutti, o quasi, sono complici di qualcosa, tutti hanno sempre qualcosa da perdere da ogni cambiamento e qualche ragione per giustificare le loro scorciatoie quotidiane, i loro abusi piccoli e grandi. È chiaro, allora, che mettersi dalla parte delle piccole imprese e di tutto ciò che è piccolo significa difenderne i mille tesoretti nebulosi, le piccole o grandi evasioni, le rendite indebite, i privilegi corporativi e tutto ciò che ne consegue. Lo si è visto tante volte con la Lega, specie ai tempi di Bossi, che aveva fatto un’arte della spregiudicatezza con cui scavava in ogni provvedimento qualche favore per i suoi, con una gestione clientelare degna dei più navigati democristiani.

Ora che la Lega si è irrigidita nel suo lepenismo fascistoide, sembra che tocchi ai pentastelluti prenderne il posto, e finora hanno dimostrato di farlo con molta dedizione, anche se manca loro la grazia e l’eleganza di Umberto Bossi. Le vicende romane sono esemplari in questo senso, e forse la capacità mostrata dalla giunta nel tessere forti rapporti di rappresentanza con le punte avanzate dell’innovazione e della qualità dell’Italia, vale a dire ambulanti e tassinari, forse questa capacità, foriera di notevoli opportunità future, ha consigliato l’ispirata guida del movimento a passare sopra i trascurabili errori di percorso della giunta e della sua inclita sindaca.

Tornando al quadro generale, credo che una delle ragioni che rendono così poco auspicabile il populismo, oltre alle sue tendenze autoritarie, alla pochezza culturale e al generale impoverimento del dibattito pubblico, sia proprio la sua necessaria vicinanza alla piccola dimensione economica. Non che abbia nulla in contrario alle piccole imprese, ma sono convinto che la politica debba promuovere l’innovazione, lo sviluppo, i progetti realmente capaci di lasciare un segno nella realtà, gli investimenti a medio e lungo termine e l’integrazione, a tutti i livelli, di competenze, risorse e mercati, e che lo debba fare, ovviamente, con il massimo di trasparenza e capacità di controllo di investimenti e risultati: tutte cose difficili da fare comunque, ma che senz’altro sono meno difficili se vengono coinvolte le grandi imprese.

Se non altro, perché la piccola impresa, di per sé, è una condizione di fatto ma non certo un valore; chi fa impresa dovrebbe avere l’aspirazione a prosperare e a crescere, non certo a vegetare nel piccolo, con il costante rischio di venire travolto e la conseguente necessità di sviluppare sempre più quella dimensione semilegale a cui facevo riferimento. Certo, ci sono molti casi in cui le piccole dimensioni sono quasi necessarie per assicurare la cura artigianale della produzione e la qualità del prodotto, ma anche in questi casi è utile che si “faccia sistema”, che si creino delle grandi imprese federate, le quali a loro volta possono realizzarsi davvero soltanto uscendo dalla trappola del piccolo che è bello perché piccolo. Se tutto questo è valido in generale, lo è ancora di più in Italia, dove le patologie generate dagli abusi dei privilegi e dalle mille zone grigie si sono ormai trasformate in un vero e proprio fattore di sottosviluppo, se non di terzomondizzazione.

Per riportare la faccenda al triste menu dell’offerta politica italiana, tra Grillo che solidarizza con i tassisti e Renzi che incontra Elon Musk, trovo inevitabile mettermi dalla parte del secondo.

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