La sciagura rossobruna

Nella stagione di intensa militanza seguita al Sessantotto, cercò di affermarsi un filone detto “nazi-maoista”, che si raccoglieva intorno al gruppo “Lotta di popolo” e che cercava, con una certa confusione, di sovrapporre un abituccio nazionalista, identitario e tradizionalista alle istanze di giustizia sociale e di lotta alla democrazia borghese proprie della sinistra extraparlamentare, spesso marxista di nome ma molto meno di studi. Oggi si assiste a una certa inclinazione sovranista da parte di alcuni militanti e sedicenti pensatori di area vagamente marxista o sinistroide, che si traduce in una lettura assai benevola della Brexit, del trumpismo e del lepenismo, compresa la sua appendice salviniana, per tacere degli sdilinquimenti putiniani. Nell’analogia tra i due momenti, e nella comune povera beceraggine dei loro argomenti, va notato però un rovesciamento di direzione: se qualche anno fa l’egemonia era saldamente a sinistra e i fascisti provavano a metterci sopra il loro cappellino, oggi accade il contrario, con qualche mosca cocchiera sinistrorsa che vorrebbe intestarsi il (preteso) anticapitalismo della nuova destra nazionalista o, per dirla in modo leggermente meno brutale, sovranista.

kdf

manifesto della KDF, la massima espressione del rossobrunismo in azione, e ovviamente una colossale truffa ai danni dei lavoratori

Che si tratti del tentativo di attaccarsi da sinistra a un’egemonia di destra mi pare confermato anche dal tenore dei ragionamenti, chiamiamoli così, che accompagnano le diverse prese di posizione di questo tipo.  Direi, infatti, che possiamo raccoglierle in due grandi gruppi. I primi rossobruni veri e propri, quelli alla Fusaro (absit iniuria verbi) che usano il loro povero armamentario concettuale per mettere insieme un marxismo scajoliano (nel seno che un tale marxismo può avvenire solo a totale insaputa di qualsiasi concetto vagamente marxiano) e varie ubbie tradizionaliste, sovraniste, identitarie e altri aggettivi olfattivamente analoghi. Dall’altra ci sono i tantopeggisti di oggi, quelli che appoggiano la destra perché così si mette in crisi l’ordine capital-liberista, e si mobilitano le masse popolari che, una volta mobilitate, non tarderanno a raccogliersi sotto più nobili bandiere: il campione di questi mi pare possa essere Slavoj Zizek, uno che una volta era un simpatico cialtrone e strada facendo ha perso l’aggettivo, e che vorrebbe mettersi alla guida di masse che non solo non è stato in grado di mobilitare, ma a cui non è mai stato capace nemmeno di rivolgersi. In entrambi i casi (clinici), mi pare si possa trovare un assunto di fondo: che la distanza tra la sinistra vera, quella di classe, e i populismi di destra sarebbe inferiore rispetto a quella che separa entrambi dal liberalismo capitalista.

Di conseguenza, credo che sia utile valutare proprio questo assunto di base, innanzitutto sul piano teorico: una comprensione un po’ più precisa di ciò di cui si parla mi pare infatti utile per orientare meglio la prassi. Dunque, prendiamola alla lontana, e precisamente dai termini in cui si identifica il soggetto della politica, ciò a partire da cui viene pensato lo spazio pubblico e vengono configurate le questioni che vi emergono. Con uno schematismo abbastanza brutale, possiamo individuare tre orientamenti di fondo, che in sostanza esauriscono la gamma delle possibilità storicamente date nell’Occidente moderno:

  • Un orientamento liberal-democratico, che vede come soggetto della politica l’individuo, il singolo essere umano come titolare dei diritti fondamentali e soggetto giuridico di base;
  • Uno socialista-laburista, il cui soggetto politico è la classe, intesa in senso lato come strato sociale caratterizzato dalla sua collocazione nel tessuto economico-produttivo della società e titolare di specificità ineludibili;
  • Uno populista-identitario, che fa riferimento al popolo come entità sostanzialmente omogenea, con il corollario che chiunque non si riconosca in questa entità ne è estraneo e dunque nemico.

A partire da questi tre orientamenti è possibile ricavarne altri (per esempio, la soggettività di genere rientra sostanzialmente nel secondo tipo), e chiaramente in ognuno di essi sono presenti le più varie sfumature e tra loro sono possibili diverse intersezioni. Prima di esaminarle, che poi è il senso di questo tentativo di ragionamento, credo sia utile fare un paio di considerazioni.

  • Il primo orientamento mette al centro un soggetto individuale, a differenza degli altri, che pongono soggetti collettivi. Ciò sembra, almeno a prima vista, un vantaggio in termini di concretezza: gli individui indubbiamente esistono e sono immediatamente e continuamente reperibili, mentre i soggetti collettivi pongono qualche problema epistemologico, se non metafisico. D’altra parte, un “individuo politico” è un oggetto assai labile, se non altro perché, in quanto politico, l’individuo è sempre in relazione con altri, e definito da questa relazione, come parte di un qualche soggetto plurale e collettivo. Per questo l’individuo puro e semplice resta nel migliore dei casi un’astrazione e nel peggiore una finzione ideologica, per esempio un borghese che si atteggia a cittadino (vale a dire, il membro di una specifica classe sociale preso come modello per una soggettività che dovrebbe valere trasversalmente alle classi);
  • Il secondo orientamento definisce un soggetto collettivo determinato o concreto (per usare una terminologia hegeliana), nel senso che ci sono delle specifiche caratteristiche economiche, sociali e politiche che lo identificano in relazione ad altri, e che è proprio questa relazione a fondarne l’identità. In altre parole, una classe sociale è sempre in relazione con altre, per lo meno nei classici termini della lotta di classe, e questa relazione si produce rispetto a criteri che definiscono l’intera società (per esempio, il modo di produzione prevalente). All’interno di questa prospettiva possono prodursi posizioni e proposte estremamente variegate, dalla Mitbestimmung socialdemocratica alla dittatura del proletariato staliniana, ma in tutti i casi la classe di riferimento è vista come portatrice di specifiche istanze e bisogni, e storicamente determinata;
  • Anche nel terzo orientamento il soggetto è collettivo, ma si tratta di un soggetto totale (e almeno potenzialmente totalitario) e, sempre hegelianamente, astratto, nel senso che la sua relazione con ciò che è diverso da lui è puramente negativa. Il popolo è infatti completamente inclusivo, nel senso che tutti ne devono far parte, e al contempo è totalmente esclusivo, nel senso che chi ne è al di fuori è automaticamente un estraneo, un nemico, una spia, in ogni caso un soggetto di diritto inferiore. Allo stesso modo, le scelte politiche sono di fatto indeterminate: il popolo, in quanto tale, non è portatore di istanze molteplici, ma è guidato da un preteso interesse comune, e la missione della politica è solo quella di realizzarlo, trionfando su chi ha altri interessi, che per definizione è nemico del popolo.

Il secondo e il terzo orientamento sono dunque radicalmente contraddittori, visto che entrambi definiscono un soggetto collettivo ma lo fanno in termini inconciliabili: una sinistra rossobruna confonde la classe con il popolo, una destra rossobruna confonde il popolo con la classe. Il problema è che, nonostante i due termini siano radicalmente diversi in termini logici e completamente opposte siano le visioni del mondo, le metodologie e gli strumenti concettuali che danno, o dovrebbero dare, origine ai due orientamenti, spesso è facile fare confusione. Che vi sia una tendenza di sinistra al populismo è certo, soprattutto quando la sua analisi di classe scivola verso una visione totalizzante, per la quale la classe di riferimento sarebbe la sola portatrice di interessi legittimi; allo stesso modo, il populismo assume spesso tendenze sociali, se non socialiste, favorire proprio da questa inclinazione della classe alla totalità.

A rendere possibile questa sovrapposizione è la lettura astratta dei soggetti collettivi (e il pensare astratto, come piace ribadire in queste pagine, non è dell’uomo colto, ma dell’incolto): una entità astratta non vede ciò che è diverso da sé come una grandezza con cui entrare in relazione e attraverso la quale determinarsi con più concretezza, ma qualcosa che ne mette in pericolo l’esclusività con cui si afferma, e che dunque va cancellata o almeno respinta. Proprio per questo una visione socialista che non vuole scivolare verso l’irrazionalità si deve rapportare con la più forte istanza di concretezza, vale a dire l’individuo nei suoi rapporti sociali, economici e culturali: non l’individuo come membro di un’unità nella quale sparisce in una vuota reiterazione identitaria, ma l’individuo come portatore di istanze e bisogni in continua trasformazione e adattamento, dunque l’individuo come soggetto democratico.

Qui sta la fondamentale sponda che il modello liberal-democratico offre al socialismo: solo mettendo al centro della propria categorizzazione l’individuo nella sua vitalità e concretezza, nella sua radicale soggettività, diviene possibile elaborare strategie e proposte capaci di incidere concretamente nel reale. D’altra parte, l’indeterminatezza dell’individuo puro della visione liberaldemocratica tende necessariamente a riempirsi di contenuti che orientino la prassi politica; questo orientamento si trova infatti costantemente a scegliere tra un’opzione identitaria e una sociale, tra il liberal-conservatorismo di destra (e spesso fascistoide) di scuola thatcheriana, reaganiana e oggi trumpiana, e un liberal-progressismo dagli sbocchi socialdemocratici. Credo che quest’ultima via sia senz’altro possibile: proprio la lunga crisi di questi anni sta trovando delle vie d’uscita solo quando riesce a tenere insieme l’apertura dei mercati e quella delle società, la solidità delle istituzioni e nuove forme di tutela e progresso sociale, la solidità finanziaria e gli investimenti pubblici.

Cedere al populismo significa, invece, aprire la via al peggiore liberal-conservatorismo, come mostrano con chiarezza le politiche economiche e sociali applicate da May e da Trump, così come dai governi di Ungheria e Polonia, e quelle che senza dubbio metterebbero in atto i vari lepenismi: il populismo di destra è sempre macelleria sociale, per motivi strutturali che, a questo punto, cercherò di analizzare in un altro post.

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