La massa adorante

Quando venne fuori Vasco Rossi ero un ragazzino, ma ero abbastanza indifferente a quella roba: io ascoltavo i Clash, i Joy Division e, se dovevo sentire qualcosa di italiano, i Cccp (detto per inciso: per descrivere il disagio anni 80, il ribellismo senza una causa di una generazione giustamente delusa dall’impegno settantasettino e tutta sta roba, una riga di Emilia paranoica e una mezza pagina di Frigidaire valgono millanta volte più di tutta la vita e la poetica del melenso menestrello di Zocca, come viene giustamente chiamato da Feudalesimo e libertà). Questo per dire che di quella roba lì non me ne è mai importato punto, ma transeat.

skiantos

Ricordo però che chi cantava a squarciagola Albachiara e Bollicine e Vita spericolata, cantava anche Venditti, Baglioni e qualsiasi altra melensaggine facesse gruppo: perché dietro ai successi di massa, più o meno in ogni campo, non c’è una particolare capacità dell’autore di interpretare un qualche Zeitgeist, ma una disposizione specifica di chi lo ascolta. Anzi, qui non si tratta propriamente di ascolto, ma di una rielaborazione partecipativa secondo canoni stabiliti: le canzoni di Vasco (o di Baglioni, di Venditti e simili) non si ascoltano, si cantano in gruppo, spesso secondo un ordine stabilito o applicando un criterio riconosciuto dal gruppo stesso, per cui nell’occasione X tocca alla canzone Y e via così. Come dicevano gli Skiantos, “compran tutti i cantautori/come fanno i rematori/quando voglion fare i cori/che profumano di fiori” [Largo all’avanguardia, in MONOtono, Cramps, 1978].

Questa rielaborazione partecipativa non è una modalità di appropriazione dal basso, con cui il fruitore fa proprio un prodotto esterno mettendoci del suo, ma una liturgia di gruppo: serve a integrare il singolo in un collettivo (da qui la modalità corale) e a ribadire l’identità del gruppo, ovviamente sia in senso inclusivo (chi canta Albachiara è dei nostri), sia in senso esclusivo (chi non la canta non fa parte della comitiva). La funzione del cantante di successo, quindi, non è quella di proporre un pezzo d’arte alla fruizione degli ascoltatori, che vi trovano l’espressione di un sentire che è anche il loro, ma quella di favorire la coagulazione di un collettivo tendenzialmente stabile, a cui il singolo si consegna, secondo il processo descritto da Canetti quando parla di “muta” [Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, 1981, 111-152]. Trovo assai significativo, peraltro, che i membri del gruppo chiamassero chi ne rimaneva al di fuori, con altri gusti e con scarsa propensione allo scioglimento della propria individualità in un qualche collettivo, con l’appellativo di “soggetti”: appunto, soggetti individuali, che agiscono per conto proprio e secondo proprie determinazioni, senza seguire norme identitarie. La muta resta per conto proprio, come un corpo collettivo dotato di propria stabilità, ma in certe condizioni tende a coagulare moltissimi altri individui, che ne assumono le modalità e i rituali, anche solo per un breve periodo: si forma così la massa vera e propria, con il suo enorme potere attrattivo, il suo bisogno di uno stimolo scatenante, la sua transitorietà che ne rende la breve esistenza un evento.

Mi pare poco utile, allora, cercare all’interno della poetica di Vasco Rossi le motivazioni che hanno indotto così tante persone ad assieparsi sotto il suo palco modenese; tanto poco, quanto cercarne in casi analoghi, per qualsiasi folla oceanica, sia quella ai concerti di Michael Jackson, degli One direction o di qualsiasi altra star che si fa cantare in coro. Credo che la massa attragga altra massa, che l’impulso al coro attiri ogni voce, che il fascino della liturgia faccia un corpo solo dell’agire di molti: poco conta, in fondo, che sia un concerto, un evento sportivo, una manifestazione o un balcone di piazza Venezia. Il dato interessante è che tutti i convenuti si sentono appellati personalmente, come se l’officiante si rivolgesse direttamente a loro e dicesse a ognuno che proprio lui (o lei) è speciale e meritevole di attenzione, rispetto e successo: è un paradosso tipico dei rituali collettivi, in cui si celebra l’illusione di essere speciali perché si sta facendo tutti esattamente la stessa cosa, e l’illusione è tanto più forte quanto maggiore è la massa convenuta e quanto più forte è l’adesione al rituale.

 

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2 thoughts on “La massa adorante

  1. Premesso che mi trovo fin troppo spesso d’accordo con te, mi pare giusto raggiungere quel che disse credo Morgan (parlandone da vivo, in senso artistico) accumunando Vasco a Ligabue e Pezzali, come cantori della Provincia, non per raccontarla, ma per mitizzarla, così che in effetti ciascuno, nella sua compagnuccia sempre identica del sabato sera, nel far sempre le stesse limitatissime esperienze, finisse per sentirsi “speciale”. Cosa che in Italia, madre di tutte le Province, il successo era assicurato. Amen

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