Twin Peaks, o il genio nel tappeto

Credo sia una leggenda persiana (ma non ho controllato, e poco importa: never trust the teller, trust the tale) quella secondo cui, anche nelle simmetrie più elaborate dei tappeti più perfetti, deve essere lasciata una minuscola imperfezione, una microscopica rottura dell’ordine, per permettere al genio (djinn in arabo, una sorta di demone intramondano) di uscirne, dopo averne percorso ogni sentiero. Mi pare una buona metafora per il mondo narrativo di Twin Peaks, che concresce indefinitamente su se stesso, in una fioritura frattale che continuamente accenna al momento finale in cui si potrà cogliere il disegno complessivo, eppure non solo lo rimanda, ma lascia programmaticamente intendere che il suo demone potrà ben trovare una via d’uscita.

djinn

Amabile conversazione tra djinn, dal Qitab al-Bulhn (Libro delle meraviglie, XIV-XV secolo)

La terza stagione di Twin Peaks è certamente la cosa più ardita che Lynch abbia mai fatto dai tempi di Eraserhead (1977), e va persino oltre: quello che si è visto finora è quanto di più radicale si sia potuto vedere, non solo per la sua potenza allucinatoria, e nemmeno per il rigore con cui quest’allucinazione viene perseguita, ma perché tutto ciò che vi accade, ogni singolo frame del suo delirio, si manifesta con la forza dell’inevitabilità, che l’ironia sospesa dei dialoghi e l’evidente incapacità dei personaggi di capirci qualcosa ribadisce invece di indebolirla. I personaggi mostrano uno spaesamento del tutto analogo a quello dello spettatore, il loro sforzo di dare un senso a ciò che accade riecheggia puntualmente le fatiche ermeneutiche degli spettatori, che cercano di rintracciare i fili della trama nell’ordito pluridimensionale su cui è tessuta; le diverse modalità con cui ognuno di loro cerca di raccapezzarsi, se opportunamente analizzate e catalogate, potrebbero fornire tutta una galleria di pragmatiche interpretative, modalità culturali e tipi sociali. In mezzo, la figura di Cooper-Dougie, l’unico ad aver avuto la possibilità di attraversare tutti i piani della narrazione, che proprio per questo è, al tempo tesso, l’unico che potrebbe averne una qualche coscienza e quello che ne ha meno consapevolezza.

L’atteggiamento nirvanico-catatonico di Cooper-Dougie potrebbe, in questo senso, essere esemplare: di fornte all’impossibilità di comprendere il grande disegno del tutto, tanto vale non capire nulla, rispondere alle realtà più banali della vita quotidiana con lo stesso inane stupore con cui si resta di fronte alla metafisica vastità dell’universo, alla sua perversa incomprensibilità. Perversa, perché mi pare si possa dire che Lynch coltiva, da sempre, una sua metafisica gnostica, per la quale l’intero cosmo è abitato da una presenza oggettivamente, intrinsecamente malvagia, che lo domina e sempre lo dominerà, senza che vi sia, in questo tappeto cosmico tessuto da un demiurgo malvagio, alcuna via d’uscita per i demoni che lo infestano; ne parla assai bene, tra le tante altre cose, David Foster Wallace, nel suo fondamentale articolo David Lynch keeps his head (Premiere, 1996). Negli interstizi di questo mondo infernale, l’innocenza riesce a trovare soltanto qualche momentaneo e precario rifugio: come il termosifone in cui canta la Lady of the Radiator in Eraserhead o come l’improbabile stanza-portale fluttuante nell’abisso che si vede negli episodi 3 e 8 di Twin Peaks – the Return; ma sia chiaro che questa innocenza è solo uno stato transitorio, destinata a perdersi se si vuole salvare.

Ora, la questione che mi sta a cuore non è la plausibilità di questa visione o la sostenibilità filosofica di una simile metafisica neognostica: in fondo, essa ha lo stesso identico problema della teologia classica, vale a dire quella che finisce per confondere l’essere come tale con l’ente supremo, e quindi di dissolversi nel panteismo o di irretirsi in contraddizioni inestricabili. Ma non è questo il punto, e credo non lo sia nemmeno per lo stesso Lynch (trust the tale!): quello che mi pare interessante è che un simile pensiero, così semplice nel suo assunto di base, può essere così indefinitamente estendibile, nelle sue esplorazioni narrative e nelle sue esibizioni visive. Il vantaggio strategico che Lynch riesce a trarre da questa premessa trascendente è che la sua narrazione non è l’artificiosa complicazione di trame che potrebbero essere assai più lineari, secondo i canoni di un postmoderno a cui Lynch non è riducibile – canoni che, peraltro, sono la riproposizione delle digressioni infinite di certi autori inglesi del Settecento, Sterne su tutti – e che trovano nei pretestuosi barocchismi di Lost un modello classico; non è tutto questo, perché si può presentare come l’esposizione di un modello dell’esistente, non è racconto di una trama ma resoconto del mondo, traccia di un’esplorazione che può essere solo per emblemi, umbra et imago di un universo irriducibile e irredimibile.

In questo modo, la cifra poetica di Lynch si sottrae radicalmente a qualsiasi convenzione, perché si mette al di là della narrazione, entrando in un delirio simbolico per il quale ogni cosa è significante, dato che nessuna cosa vale per se stessa, condannata com’è a dissolversi nel gelido nulla della disperazione assoluta. Quindi, proprio come il Beckett dell’Innomable, a questa impossibilità della parola di dire e della narrazione di raccontare, si può reagire soltanto continuando a produrre parole e a fingere narrazioni: ça va être le silence, là ou je suis, je ne sais pas, je ne le saurai jamais, dans le silence on ne sait pas, il faut continuer, je ne peux pas continuer, je vais continuer (Samuel Beckett, L’innomable, Minuit, 1953, p. 213).

Il silenzio produce la parola, il caos privo di forma evoca l’ordine della narrazione: per quanto incapace di compiersi, per quanto destinata a rimanere piena di buchi e rattoppi da cui ogni demone potrà uscire, per quanto stolida ecolalia ai limiti del mutismo, continua a produrre senso, ad agire nel mondo. Questa è l’infinita possibilità narrativa dell’universo di Lynch, da qui Cooper-Dougie potrà trovare l’uscita, verso il nostro mondo: e questa, appena questa, è la sola redenzione possibile.

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