Barconi, galere e utopie

  • La questione del massiccio afflusso di richiedenti asilo in Italia è inquadrata, da ogni parte, dall’inizio e ogni giorno di più, sotto la doppia lente distorcente dell’ideologia e dell’emergenza. Esaminare il funzionamento di questa doppia lente è di estrema utilità, anche al di là della serie di fatti in questione, ma potrebbe essere ancora più utile mettere in ordine i dati di realtà, che spesso vengono posti in secondo piano da roboanti appelli a sacri principi, dal bisogno di risposte semplici e rapide o da vere e proprie mistificazioni, più o meno deliberate. Questi dati, mi pare, possono riassumersi in pochi punti:
giavanesi
I giavanesi, di Jean Malaquais (DeriveApprodi, 2008):  richiedenti asilo in Francia negli anni Trenta, emarginati, infidi e difficili da integrare.  Tutti europei.
  • C’è una spaventevole quantità di poveracci che vogliono entrare in Europa. I poveri, nonostante quello che ne dicono quelli che sono abituati a trarne profitto, da papa Ciccio alla lunga e indigesta tradizione del populismo di sinistra, sono spesso brutta gente, ignoranti, famelici, privi di buone maniere, bisognosi di attenzione e pronti a pigliare ciò che possono: insomma, Celine li ha descritti molto meglio di Pasolini;
  • I Paesi europei se ne fottono di questi poveracci: si è deciso di accogliere chi scappa da guerre e persecuzioni, non di dare asilo a tutti i dannati della terra. Giusto o sbagliato che sia, gli obblighi europei riguardano solo i profughi del primo tipo, non i secondi;
  • Tutto l’apparato di aiuto e accoglienza dispiegato secondo quanto condiviso in ambito europeo, perciò, si limita a tre cose: a) ripescare chi sta per affogare, b) separare chi si è deciso che deve essere accolto dai poveracci ordinari, c) smistare i primi in giro per l’Europa e sbarazzarsi degli altri;
  • L’Italia non è molto capace di procedere con i punti b e c, anche perché la competenza maggiore dei suoi apparati è proprio quella di prolungare indefinitamente gli stati di incertezza, le zone grigie, le emergenze varie. Detto per inciso, una situazione del genere è abbastanza consueta per chi, comunque, non ha di suo una grande esperienza di efficienza, trasparenza e certezza del diritto, come i poveracci di cui sopra che, come dargli torto, nel frattempo cercano di arrangiarsi;
  • Proprio per evitarsi queste rogne, l’obiettivo europeo sarebbe quello di spostare tutto il processo al di fuori dei propri confini, dando l’appalto a Paesi extracomunitari in cambio di moneta sonante, come si è fatto con quel galantuomo di Erdogan. Di fatto, si tratta di far gestire dei campi di concentramento: non c’è da stupirsi se i soggetti più adatti a questo compito da secondini siano dei fior di fascisti;
  • In Libia, oggi, il potere è detenuto da un paio di fazioni che non sono ancora abbastanza forti e organizzate da essere fasciste: sono semplicemente dei gaglioffi che esercitano un qualche controllo sul territorio e prendono il loro pizzo sui vari traffici, dal petrolio alle armi agli esseri umani. Perciò, non sono affidabili nemmeno come carcerieri.

A questo punto, perciò, mi pare chiaro che le opzioni in campo siano sostanzialmente due: una, quella sostenuta dalle varie istituzioni europee e abbracciata dalla parte meno becera della politica italiana e di altri Paesi, secondo cui si tratta semplicemente di gestire il processo con la massima efficienza, fino al momento in cui la Libia avrà un qualche affidabile ducetto a cui affidare il compito di sbirro; l’altra, quella fatta propria da alcune ONG, secondo cui questa visione sarebbe cinica e meschina, per cui ci si dovrebbe fare carico di un’accoglienza di fatto generalizzata. Poi, ovviamente, c’è tutta la canea di chi solletica gli umori sempre più esplicitamente razzisti del volgo, senza proporre soluzioni ma limitandosi alle varie rodomontate vigliacche di chi ha finalmente trovato qualcuno di abbastanza debole da poter tormentare impunemente; meglio ancora, di chi si appaga nel fare la ghigna dura in fila alla posta o nei mille anditi del web 2.0, così foriero di nuove vie per dare inediti sbocchi ai movimenti intestinali.

Mettendo da parte, se non altro per motivi estetici, questo terzo gruppo, mi pare che la discussione tra le prime due opzioni, se seriamente intrapresa, potrebbe essere assai interessante. La prima parte ha dalla sua gli indubbi argomenti della Realpolitik: i poveracci hanno tutti i difetti di cui sopra, e francamente il nostro benessere, per quanto certamente invidiabile nei bassifondi del pianeta, non è tale da poter essere così allegramente condiviso. A dire il vero, però, il vero problema di questo benessere non è tanto di quantità, quanto di distribuzione: visto che da un po’ di tempo tende a venir distribuito sempre più verso l’alto, c’è poco da stupirsi se vi sono resistenze a condividere quel poco, e sempre meno, che tende a rimanere in basso.

In questo senso, le ONG più intransigenti, o semplicemente più conseguenti, hanno, se non altro, il merito di formare una riserva di utopia: parole d’ordine come “nessun essere umano è illegale” sono del tutto impraticabili di fronte alla prospettiva di decine, centinaia di migliaia di semianalfabeti senza nessuna competenza professionale adeguata, che si aggirano per le città e i borghi d’Europa alla ricerca di un tenore di vita che sarà sempre inferiore alle loro aspettative; una tale massa di disperati, che non sarebbero certo l’esercito industriale di riserva, ma senz’altro un buon bacino di manodopera illegale o criminale, creerebbe problemi giganteschi, pronti a essere amplificati dagli innumeri fascistelli che schiumeggiano da ogni maleodorante pertugio, in nazioni che hanno perso, più che il pudore democratico, persino un olfatto capace di farsi offendere da questi miasmi.

Per quanto inadeguate, però, le posizioni di queste ONG hanno il merito di tutte le utopie: quello di mostrare, senza pudori o reticenze, quello che non funziona nel mondo presente. Questa carica di utopia è una riserva critica a cui attingere per mettere a fuoco le contraddizioni della nostra società, per rispondere a chi oggi trova il fetente conforto del razzismo indicandogli le ragioni reali e concrete del suo malessere, che non dipende dai poveracci sui barconi ma dalle mille perversioni di una società che avrebbe tutti i mezzi di essere felice ma preferisce rimanere sordida, malevola e triste.

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One thought on “Barconi, galere e utopie

  1. Molto ben scritto e condividibile. Ma, ancora una volta, conti alla mano, c’è nessuno che si è preso la briga di trovare una soluzione praticabile? C’è una soluzione praticabile, che non preveda lo sterminio di 9/10 dell’umanità? Che noi, primo e secondo, mondo si viva consumando le risorse di tutto il resto dell’universo conosciuto è un fatto risaputo. Abbiamo già consumato, ad inizio agosto, tutte le risorse che il pianeta è capace di rigenerare in un anno. Quanto possiamo andare avanti così? Quanti anni ci rimangono? Questo “benessere”, fatto di una comodità che uccide, come la plastica. Di materiali irriciclabili, di lusso sfrenato è un reale benessere? Questo modello stiamo esportando culturalmente, verso quella massa ignorante e famelica che preme alle frontiere. Un modello insostenibile. Sembra proprio che stiamo giocando a “muoia Sansone con tutti i filistei”. Quello che va ripensato è il modello totale di sviluppo. Giustamente: potremmo, mai come oggi, trasformare questo pianeta in un eden, non fosse per la perversa stupidità di una minoranza oligarchica che, per un giro con una mignotta, due tiri di coca ed una bottiglia di Krug si sta fottendo, anzi ” Ci” sta fottendo il pianeta.

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